NEWS MARZO 2009
- XVII Congresso Nazionale A.N.D.O.S. onlus
- Biologici, i farmaci del futuro contro le metastasi
- Geni alterati «dal di fuori»: così nasce la metà dei tumori
- Malati di cancro e lavoro: storie di mobbing e stipendi ridotti
- Una foto dell'epigenoma per la terapia personalizzata dei tumori
- INPS - Circolare n°41 del 16 marzo 2009
- I «turni» notturni aumentano il rischio di tumore?
- Marsala - mostra delle donne dell'Andos
- Bianco o rosso per lei è uguale: il vino fa male al seno
- Piano straordinario di verifica delle invalidità civili
- Seno: terapie su misura se la malattia colpisce a 30 anni
- La lotta contro i tumori ha una marcia in più
27° Congresso Nazionale A.N.D.O.S. onlus
Il 30 aprile – 1-2 maggio 2009 si svolgerà a Verona il 27° Congresso Nazionale A.N.D.O.S. che quest'anno verterà sul tema: ANTICIPAZIONE DIAGNOSTICA:Il punto di vista dei radiologi sullo screening, sulla diagnostica senologica e le sue nuove frontiere. Il ruolo delle associazioni.”
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Biologici, i farmaci del futuro contro le metastasi
Sono però molto costosi e vanno usati solo in casi specifici
Colpiscono solo le cellule cancerose e hanno già dato risultati nei tumori gastrointestinali e di testa e collo
(Sportello Cancro, Vera Martinella, 30 marzo 2009 )
MILANO - I farmaci biologici sono la nuova frontiera dei trattamenti anticancro? Sono molecole dotate di azione mirata: maggiore efficacia, minore tossicità. Ma sono medicinali molto costosi, che possono incidere pesantemente sui bilanci sanitari. Negli ultimi anni, l’avvento delle cosiddette «target therapies» ha inciso in modo sostanziale sulle possibilità di cura di molteplici tipi di neoplasie. Soprattutto per i tumori giunti in fase metastatica, alcuni dei risultati più promettenti sono stati conseguiti nell’ambito di due patologie oncologiche: i carcinomi del distretto cervico-facciale e quelli del tratto gastroenterico (colon-retto, fegato, pancreas). Di queste molecole, però, molto rimane ancora da scoprire e, soprattutto, è necessario valutare le possibilità di un loro utilizzo su larga scala a fronte degli elevati prezzi, che ad oggi li rendono accessibili in alcune regioni italiane più che in altre. «Per le neoplasie metastatiche – spiega Paolo Foa, direttore del Dipartimento di oncologia dell’Ospedale San Paolo di Milano, che nei giorni scorsi ha organizzato un convegno sull’argomento - ancora oggi il cardine delle cure è costituito dalla chemioterapia, spesso efficace, ma anche gravata a volte da rilevanti effetti collaterali. Si stanno tuttavia sempre più affermando i farmaci biologici, o a bersaglio molecolare, cioè in grado di attaccare il tumore in modo selettivo risparmiando i tessuti non coinvolti dalla malattia (da cui il nome di target therapy, ndr)». I ricercatori sono impegnati a individuare strategie che consentano di sfruttare al meglio le potenzialità di questi nuovi medicinali e di riconoscere i casi in cui risultano più indicati.
TESTA E COLLO, COLON, FEGATO - «Per quanto riguarda i tumori della testa e del collo, che in Italia hanno un’incidenza di circa 10mila nuovi casi per anno - prosegue Foa – la recente disponibilità di un biofarmaco, il cetuximab ha sostanzialmente migliorato le possibilità di cura sia nella malattia metastatica che in quella localmente avanzata». Cetuximab è un anticorpo monoclonale che agisce bloccando i meccanismi di crescita del tumore, già dimostratosi efficace anche contro i carcinomi del colon-retto. Ci sono poi delle novità in fase sperimentazione clinica: panitumumab, un anticorpo monoclonale con meccanismo di azione simile a cetuximab, e cilengitide, una molecola del tutto innovativa. Un altro ambito in cui i farmaci biologici sono risultati particolarmente attivi è quello dei tumori intestinali, che in Italia contano circa 40mila nuovi casi ogni anno. «Per questo tipo di neoplasia – sottolinea Francesco Di Costanzo, responsabile dell’oncologia medica all'ospedale Careggi di Firenze – abbiamo assistito ad una vera esplosione di nuovi medicinali, in grado di colpire sia la cellula tumorale che i vasi sanguigni che le portano il nutrimento indispensabile. Ciò ha consentito di raddoppiare la aspettativa di vita dei pazienti colpiti da malattia metastatica già al momento della diagnosi e di aumentare le possibilità di impiego della chirurgia nei casi in cui il cancro coinvolge anche il fegato». Anche per l’epatocarcinoma, un tipo di tumore frequente (circa 12mila nuovi casi annui in Italia) e collegato alla cirrosi epatica, le prospettive sono cambiate. «Sorafenib – dice il primario di ematologia e oncologia all’Istituto Humanitas di Milano, Armando Santoro – ha aperto un nuovo spiraglio di trattamento per una patologia scarsamente sensibile alle chemioterapie convenzionali, determinando per la prima volta un miglioramento della sopravvivenza nella malattia in fase avanzata. Ciò costituisce una premessa incoraggiante per l’ impiego di sorafenib anche in stadi più iniziali di malattia».
IL LIMITE: COSTI ELEVATI – E se col tempo è stato constatato che anche questa categoria di farmaci non è comunque priva di effetti collaterali, si stanno studiando le modalità per migliorarne l’efficacia e limitarne la tossicità. Ma per ampliare l’utilizzo e la sperimentazione delle target therapies rimane un problema di fondo: il loro costo estremamente elevato. E’ dunque fondamentale investire nella ricerca per imparare a conoscere meglio come agiscono ed evitarne un utilizzo inappropriato, che può portare a costi pesanti e scarsi benefici. «La sostenibilità della spesa determinata da queste molecole innovative è un problema non solo italiano, ma comune a tutti i sistemi sanitari, europei e anche nord-americani – conclude Filippo De Braud, responsabile del tavolo oncologico dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e direttore della Divisione di farmacologia clinica all’Istituto europeo di oncologia –. Sarà certamente importante disporre di indagini in grado di poter individuare in anticipo i soggetti con una neoplasia più responsiva alla terapia. Il che consentirà di impiegare queste cure solo se è previsto un beneficio clinico rilevante, impedendone un impiego indiscriminato».
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Geni alterati «dal di fuori»: così nasce la metà dei tumori
Ricerca. Processi che modificano il Dna senza cambiarne la sequenza possono trasformare le cellule normali
(Sportello Cancro, Adriana Bazzi , 30 marzo 2009)
MILANO- Il sospetto: circa la metà dei tumori potrebbe essere il risultato di un processo chimico, chiamato demetilazione, che altera il Dna senza riscriverne la sequenza. Conseguenza potenziale: alcuni farmaci antitumorali come la 5-azacitidina, agiscono proprio attraverso processi di demetilazione e potrebbero dare origine a nuovi tumori primitivi nei pazienti trattati. La prospettiva futura: occorrerà studiare un farmaco, da abbinare alla 5-azacitidina (ed eventualmente ad altri chemioterapici che funzionano con lo stesso meccanismo d’azione), che impedisca la demetilazione degli oncogeni. Tutto parte da un lavoro appena pubblicato su PLoS One da un gruppo di ricercatori della Johns Hopkins Univesrsity di Baltimora che hanno dimostrato come non soltanto la ipermetilazione degli oncogeni dà origine a tumori, ma anche la demetilazione. Si tratta di due processi chimici durante i quali o vengono aggiunti o vengono sostituiti gruppi metili, cioè gruppi formati da un atomo di carbonio e tre atomi di idrogeno.
NASO E GOLA - Questi dati emergono da uno studio di cellule normali e neoplastiche di tumori della bocca, del naso e della gola e forniscono nuove prove che i regolatori dell’attività dei geni possono agire sia all’interno del Dna sia all’esterno. «Mentre le mutazioni del Dna danno origine a tumori alterando la produzione delle proteine attraverso una riscrittura del codice genetico – spiega Joseph Califano , l’otorino che ha guidato lo studio– cambiamenti epigenetici, conseguenti a processi di ipermetilazione e demetilazione di oncogeni legati alla crescita tumorale, trasformano una cellula normale in cellula neoplastica senza che il codice stesso venga alterato». Per dimostrare come avvengono queste modificazioni epigenetiche, Califano ha trattato due linee cellulari, derivate da tessuti della bocca normali, con 5-azacitidina e ha individuato la lista di geni che vengono attivati dal farmaco. Per far questo ha utilizzato uno speciale chip di silicone che permette di analizzare migliaia di geni e di identificare quelli demetilati.
LA 5-AZACITIDINA - Poi ha confrontato la lista dei geni attivati dal farmaco con quella dei geni che risultano attivati nei tumori della testa e del collo e con quella di tessuti normali. Come risultato Califano ha individuati 106 geni specifici per i tumori di testa e collo che venivano attivati dal processo di demetilazione. «Alcuni geni – ha detto Califano – regolano la crescita, altri metabolizzano gli zuccheri, altri ancora sono già stati messi in relazione con la crescita tumorale>. La ricerca ha anche rivelato un legame fra questi 106 geni: il processo di metilazione è regolato, per tutti, da un altro gene chiamato Boris: Boris agisce come capo-regolazione reclutando proteine per demetilare set coordinati di geni e segnalare la nascita del cancro. Non a caso circa il 60 per cento dei tumori, inclusi quelli della testa e del collo, esprime alti livelli del gene Boris. Conclusione ovvia: se è vero che la demetilazione provoca tumori e se è vero che la 5-azacitidina è un agente demetilante, occorrerà studiare un “bloccante per Boris” da somministrare insieme all’antitumorale per evitare l’insorgenza di nuovi tumori nei pazienti trattati.
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Malati di cancro e lavoro: storie di mobbing e stipendi ridotti
Maria Assunta, Giovanni, Ilaria e tanti altri: guariti, ma devono fare i conti con i disagi psicologici ed economici
(Sportello Cancro, Vera Martinella, 26 marzo 2009)
MILANO - Maria Assunta ha 46 anni, vive sola a Palermo ed è «forzatamente» in aspettativa non retribuita: sta lottando per tenersi il lavoro come infermiera professionale che un tumore al seno potrebbe farle perdere. Giovanni, invece, è già stato licenziato. Anche lui ha 46 anni, una moglie e due figli. Abita a Roma, dove faceva il cassiere in un supermercato finché non si è ammalato di un carcinoma ai polmoni. L’operazione ha richiesto più di tre mesi di degenza in ospedale e quando, con una sutura di 40 punti dietro la schiena, ritorna sul posto di lavoro, iniziano le prime incomprensioni con il datore di lavoro: «Appena ho raggiunto il 180esimo giorno di assenza per malattia, mi è stato intimato il licenziamento – spiega Giovanni -. Mal consigliato dal rappresentante sindacale, non l’ho impugnato e mi ritrovo senza posto di lavoro, con una grave malattia invalidante e notevoli problemi di depressione, oltre che economici». Non vanno meglio le cose in una piccola azienda di Mantova, dove Ilaria si occupava dell’amministrazione del personale «con tanto impegno ed energia – racconta -. Facevo gli straordinari, retribuiti e non. Tenevo tutto in ordine, ero apprezzata. Poi arriva la diagnosi di carcinoma mammario, preso in tempo, per fortuna». Ilaria subisce l’intervento di quadrantectomia e radioterapia intraoperatoria e presenta domanda per il riconoscimento dell’invalidità civile per ottenere i permessi previsti dall’apposita Legge 104/92. «Ma la Commissione medica della Asl – continua Ilaria – mi ha riconosciuto solo il 70 per cento d’invalidità: in pratica è stato ammesso l’handicap (articolo 1), ma non l’articolo 3, utile per i permessi retribuiti Inps. Così mi tocca prendere i giorni di ferie – di cui avrei davvero tanto bisogno per riposarmi e cercare di recuperare un po’ di serenità - per poter effettuare le visite di controllo, la mammografia e gli esami prescritti dall’oncologo». Non solo: la legge le consente di poter usufruire di 30 giorni di congedo straordinario per cure (riconosciuto, su loro richiesta, ai lavoratori mutilati ed invalidi civili con una determinata riduzione della capacità lavorativa e previa autorizzazione del medico provinciale), ma nonostante la normativa in materia l’azienda gliel’ha negato.
L’ESERCITO DEI SOPRAVVISSUTI AL CANCRO - Di storie come queste, purtroppo, ce ne sono molte. In Italia – secondo le statistiche più aggiornate - vivono oltre 1.700.000 persone che hanno avuto una diagnosi di cancro. Più di 250mila sono i nuovi casi di tumore ogni anno e, grazie ai progressi nelle terapie, oggi si contano circa 617mila lungosopravviventi, cioè quanti – trascorsi dieci anni dalla diagnosi – si possono considerare, nella maggioranza dei casi, finalmente guariti. Superato il concetto di cancro come sinonimo di morte, si aprono si aprono scenari nuovi che sollevano però nuovi bisogni umani, sociali ed economici. «Numeri alla mano, la metà delle persone malate guarisce e, nella maggior parte dei casi, senza conseguenze invalidanti – spiega l’avvocato Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac - help line) dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 19, numero verde 84050357) che da anni si occupa dei diritti di pazienti e familiari -. C’è poi un numero rilevante di persone che può convivere con la propria neoplasia più o meno a lungo. Se non vogliamo creare uno stuolo di invalidi e emarginati dalla società, dobbiamo darci da fare per offrire alle agli ex pazienti oncologici il recupero o il mantenimento della massima autonomia fisica e relazionale, garantendo loro la migliore qualità di vita possibile». Bisogna, insomma, sostenerli nell’affrontare le conseguenze psicologiche e il rapporto con il proprio corpo e con gli altri.
LAVORARE PER TORNARE A SENTIRSI AUTONOMI - I nuovi bisogni sono da un lato strettamente «medici» (legati alla sessualità o alla possibilità di procreare, ad esempio) o psico-fisici, ai quali si risponde – sempre più spesso in modo efficace – con vari interventi di riabilitazione oncologica (con trattamenti per il linfedema delle donne operate di tumore mammario, ad esempio, o con esercizi contro l’incontinenza dopo l’intervento chirurgico alla prostata). Ma qualità della vita vuol dire anche, soprattutto, sentirsi attivi e autonomi. E riprendere il lavoro aiuta, sia a livello sociale che economico. Lo sa bene Maria Assunta, a cui dopo l’intervento di mastectomia parziale sono stati prescritti sei cicli di chemioterapia: «Già nei primi giorni di convalescenza mi sono informata – racconta mentre è in aspettativa non retribuita e ha dovuto cercarsi un avvocato per non essere licenziata - e ho fatto espressa richiesta all’amministrazione di non computare, tra i giorni di assenza per malattia, quelli dovuti alla chemio, come è previsto dall’articolo 11 del contratto collettivo nazionale del comparto Sanità. Purtroppo, però, il capo dell’ufficio del personale non ha accolto la richiesta ritenendo, in modo del tutto erroneo, di poter escludere dal calcolo in questione solo i giorni di ricovero ospedaliero e i day hospital». Maria Assunta, così, rischia di superare i giorni di assenza per malattia previsti dal cosiddetto «periodo di comporto» (durante il quale il lavoratore-dipendente ha diritto alla conservazione del posto) e, per non perdere il posto, ha chiesto l’aspettativa.
IL MOBBING DI COLLEGHI E CAPI - «Attualmente - sottolinea Cristina Oliveti, avvocato specializzata nel servizio legale per i diritti dei malati oncologici, che risponde al numero verde gratuito della Lega italiana per la lotta contro i tumori (800 998877, da lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17) - il paziente oncologico si trova a fronteggiare realtà complicate. Macchinosi iter burocratici, difficoltà di socializzazione e il timore di non essere più accettati o di avere performance lavorative inferiori non sono da meno rispetto ai sintomi della malattia o agli effetti collaterali delle terapie, nel compromettere la qualità di vita». Le assenze dal lavoro e il successivo rientro, spesso con l’impossibilità di svolgere mansioni faticose, aumentano il rischio di un possibile demansionamento o cambio di lavoro (con riduzione del livello retributivo), frequentemente accompagnato da un atteggiamento pregiudiziale e dannoso da parte dei colleghi e dello stesso datore di lavoro. Ma quante persone devono affrontare questi problemi? «Impossibile saperlo – spiega Oliveti -. Per ora non esistono statistiche in proposito e sono soprattutto le associazioni di volontariato ad avere il polso della situazione».
TUMORI, LA PRIMA «MALATTIA SOCIALE» PER L’INPS - Oggi, però, è il cancro la malattia sociale di maggior rilievo anche per l’Inps. I dati statistici presentati dall’Istituto nazionale per la previdenza sociale (grazie alla stretta collaborazione con Aimac e Favo-Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) per il decennio 1998-2007 dicono che le patologie neoplastiche costituiscono il 32,4 per cento delle cause di invalidità e inabilità riconosciute, mentre le malformazioni congenite contribuiscono solo per il 9,3 per cento e i disturbi mentali per l’8 per cento. Mentre le precedenti patologie hanno perso di rilevanza sociale, i tumori dal 2005 si collocano al primo posto delle prestazioni concesse dall’Inps, superando persino le malattie dell’apparato cardio-circolatorio (21,7 per cento).
ARRIVANO I PRIMI STUDI IN MATERIA - L’entità del problema sta richiamando l’attenzione degli esperti. Così, uno studio guidato del Coronel Institute of Occupational Health di Amsterdam e pubblicato di recente sulla rivista Jama dimostra scientificamente che chi sopravvive a un tumore ha il 37 per cento in meno di possibilità di trovare lavoro quando finisce le cure. I ricercatori olandesi hanno passato in rassegna 36 lavori di analisi pubblicati fra il 1996 e il 2008, per un totale di 20.366 persone curate per cancro contro 15.7603 soggetti sani. Dallo studio emerge che l’età media di chi guarisce è inferiore ai 65 anni: a essere colpiti dalla malattia, quindi, sono soprattutto individui che potrebbero essere ancora attivi nel mondo del lavoro, ma che purtroppo – durante il periodo delle cure - perdono l’incarico o vengono demansionati. I risultati evidenziano poi che sono le donne ad avere più difficoltà. Tra le neoplasie dopo le quali più faticosamente si trova lavoro, infatti, compare il carcinoma al seno, seguito dal tumore all’apparato gastroenterico e da quello all’utero. Più semplice, invece, la questione per chi ha superato leucemie, cancro alla prostata o ai testicoli. Ma secondo i dati presentati a un seminario organizzato dal Comune di Milano per la tutela dei lavoratori malati di cancro, il problema sarebbe soprattutto maschile: «Sono oltre sei su dieci (ben il 64 per cento) gli uomini che in seguito a una neoplasia hanno dovuto lasciare il lavoro, una percentuale più che doppia rispetto a quella delle donne (29 per cento) – ha sottolineato Andrea Mascaretti, assessore alle politiche del lavoro e dell’occupazione -». Nel 2010 si stima che nel nostro Paese le persone con esperienza passata di tumore saranno circa due milioni, molte tra queste in età da lavoro. Ad oggi, il 40 per cento delle donne affette da una patologia oncologica è casalinga, mentre il 17 per cento lavora. Sono invece circa il 20 per cento gli uomini lavoratori e malati.
LE LEGGI DI RIFERIMENTO – Eppure le tutele per pazienti (e familiari) esistono: in ambito lavorativo alcuni benefici conseguono all’accertamento di una certa percentuale di invalidità, mentre altri sono legati alla verifica dello stato di «handicap in situazione di gravità». E’ possibile, ad esempio, fare visite mediche senza dover ricorrere a ferie o permessi, passare a una mansione più adatta al proprio stato fisico o ottenere un periodo anche lungo di aspettativa non retribuita. Per tale motivo, e per evitare di doversi sottoporre più volte alla visita medico-legale, è consigliabile presentare alla Asl la domanda sia per il riconoscimento dello stato di invalidità sia per quello di handicap cosiddetto «grave», sia per l’accertamento della disabilità ai sensi della L. 68/1999. La Legge Biagi (numero 276 del 2003), poi, ha introdotto un’ulteriore facilitazione per i malati di tumore: consente, infatti, al malato dipendente dal settore privato di passare dal tempo pieno al tempo parziale per potersi curare con maggiore agio, mantenendo però il diritto a riprendere il normale orario di lavoro quando lo riterrà opportuno. Un ulteriore e significativo passo avanti viene compiuto a fine 2007. Nel protocollo sul Welfare (collegato alla Finanziaria 2008), viene approvato all’unanimità un emendamento che estende i benefici della norma della Legge Biagi ai dipendenti del pubblico impiego e, in diversa misura, anche ai lavoratori familiari o conviventi che assistono il malato.
«I DIRITTI CI SONO, MA I PAZIENTI NON LO SANNO» - Anche la percezione di questi diritti da parte degli stessi malati, però, è ancora troppo bassa. «Su 544 donne colpite da tumore al seno - chiarisce il presidente di Europa Donna , Giovanna Gatti, citando una ricerca effettuata da Astra per l’Associazione nel 2007 - solo il 35 per cento è risultato informato sulla possibilità di fare visite mediche senza dover ricorrere a ferie o permessi, il 22 per cento sul diritto di passare ad una mansione più adatta al proprio stato fisico, il 20 per cento sulla possibilità di ottenere un periodo anche lungo di aspettativa non retribuita, il 18 per cento sul diritto di passare a un part-time provvisorio». Ancora più preoccupanti, poi, i dati riguardanti l’utilizzo di queste facilitazioni. Solo il 3 per cento delle 544 intervistate è infatti passato a un part-time provvisorio, a lunga aspettativa o a una mansione più adatta è solo il 12 per cento ha fatto ricorso a visite mediche senza sprecare giorni di ferie».
CONGEDI RETRIBUITI PER I FIGLI CHE ASSISTONO I MALATI – Ai numerosi casi finiti in Tribunale almeno la Legge italiana cerca di dare una risposta. E’ del 12 Febbraio 2009 l’ultima importante sentenza (n. 19/2009) della Corte Costituzionale, che riconosce al figlio convivente di persona con handicap grave (articolo 3, comma 3, Legge 104/1992), il diritto a fruire di un congedo straordinario dal lavoro per un periodo massimo di due anni in modo frazionato o continuativo e è interamente retribuito. Questo «permesso» può essere fruito una sola volta nell'arco dell’intera vita lavorativa del familiare che assiste il malato. «Ma prima di questa sentenza – spiega Elisabetta Iannelli -, il congedo biennale retribuito (art. 42, D. lgs. 151/2001) era riconosciuto solo al coniuge o al genitore della persona con handicap grave oppure (ma solo in caso di decesso o inabilità dei genitori) a un fratello o sorella convivente. Ora la Corte Costituzionale – già recepita da una circolare applicativa dell’Inps - ha esteso il diritto in esame anche al figlio convivente nel caso in cui non ci siano altri soggetti idonei a prendersi cura della persona in situazione di disabilità grave». Questo significa che il figlio di una persona malata di cancro (cui sia stato riconosciuto lo stato di handicap in situazione di gravità) potrà assistere il proprio caro assentandosi dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato fino a due anni conservando la retribuzione ed il posto di lavoro.
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Una foto dell'epigenoma per la terapia personalizzata dei tumori
(Redazione MolecularLab.it , 18/03/2009)
In corso di sperimentazione al Campus IFOM-IEO di Milano una tecnologia innovativa per effettuare screening veloci e affidabili dell'epigenoma umano.
Si tratta di una tecnologia che consente di effettuare il profilo epigenetico di un paziente nell'arco di 3-4 giorni, e a partire da un piccolo campione di cellule. Lo studio, pubblicato oggi sulla rivista scientifica Developmental Cell, è stato sviluppato da un team di scienziati coordinato da Saverio Minucci del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dello IEO presso il Campus IFOM-IEO di Milano, in collaborazione con l'Università degli Studi di Milano (Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie), con Congenia-Genextra Group di Milano e con i team americani di Sam Levy del J.Craig Venter Institute di Rockville, e di Fyodor Urnov a Sangamo BioSciences di Richmond.
La portata scientifica di questo studio si colloca nello scenario della ricerca epigenetica, un importante ramo della biologia molecolare che si focalizza sui meccanismi di regolazione dell'espressione dei nostri geni e su quali alterazioni intervengono in questo processo causando patologie come i tumori.
Cosa si intende per regolazione epigenetica dell'espressione genica? Le cellule che costituiscono il nostro corpo condividono lo stesso patrimonio di circa 30.000 geni ereditato da una cellula originaria (lo zigote, al momento della fecondazione), ma perché assumano un ruolo specifico nell'organismo (come un neurone, una cellula di sangue o una cellula epatica), solo una frazione di questi 30.000 geni rimane attiva in ognuna di esse, mentre gli altri geni vengono silenziati in maniera permanente. Questo meccanismo selettivo avviene a livello della cromatina (la forma in cui il Dna si struttura), quindi tramite modifiche chimiche che orchestrano l'espressione dei geni attivandone alcuni e reprimendone altri, pur senza alterare la sequenza del DNA.
Un'acquisizione recente ma sempre più condivisa nella comunità scientifica internazionale è che alla radice della maggior parte dei tumori si verificano alterazioni non soltanto a livello genetico - ovvero mutazioni della sequenza del Dna - quanto appunto a livello epigenetico (dal greco "sopra i geni"), e quindi a carico dei meccanismi di regolazione dei geni. Lo studio dell'epigenetica si sta quindi affermando come un ambito di ricerca molecolare complementare a quello genetico e molto promettente, soprattutto in virtù della maggiore facilità di intervenire terapeuticamente sulle alterazioni epigenetiche. Queste infatti, contrariamente alle mutazioni genetiche, sono efficacemente reversibili con approcci farmacologici.
Con la tecnologia in corso di sperimentazione al Campus IFOM-IEO di Milano, uno tra i centri più prestigiosi a livello internazionale nello studio dei meccanismi epigenetici, si aprono orizzonti promettenti per la diagnosi delle alterazioni epigenetiche, e la loro terapia.
"In tempi brevi – spiega Saverio Minucci, , direttore del programma alterazioni della cromatina nello sviluppo dei tumori del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dello IEO presso il Campus IFOM-IEO di Milano e Professore associato di Patologia generale presso l'Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Biomolecolari e Biotecnologie - saremo in grado di effettuare screening veloci ed estremamente affidabili del profilo epigenetico del paziente, dando una nuova dimensione alla diagnosi della patologia e all'individuazione di terapie personalizzate". Il metodo sperimentale sviluppato si basa su un tipo di tecnologia high throughput, che consente di individuare in tempi molto veloci la frazione di DNA "attivo" in un determinato tipo cellulare.
La sperimentazione è condotta in vivo su un campione estremamente ridotto di cellule umane "siamo nell'ordine di 1.000.000 di cellule – precisa Gaetano Gargiulo, primo autore dello studio – . Si tratta di un campione facilmente ottenibile in vivo che ci restituisce uno screening epigenetico con una fedeltà molto elevata (superiore al 90%), mentre con tecnologie comparabili attualmente in fase di sviluppo sarebbe necessario un campione fino a 100 volte superiore, ottenendo dati che presentano di contro il 70% di infedeltà".
Allo stato attuale i test sono condotti su individui sani, al fine di mappare il normotipo del profilo epigenetico. Lo step successivo sarà di applicare l'analisi a pazienti affetti da patologie tumorali, per individuare le alterazioni epigenomiche coinvolte.
La studio è stato possibile grazie al sostegno dell'AIRC (l'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro), del progetto di ricerca EPITRON (Epigenetic Treatment Of Neoplastic diseases) finanziato dalla Comunità Europea, del Ministero Italiano della Salute e del MIUR (Ministero Italiano dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca).
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INPS - Circolare n°41 del 16 marzo 2009
l'INPS ha prontamente recepito l'indicazione della recente sentenza (Sent. n.19 del 26 gennaio 2009) con cui la Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto al congedo biennale retribuito ex art. 42 D. Lgs. 151/2001 anche ai lavoratori figli di persone in stato di handicap grave.
Con la circolare n. 41 del 16 marzo 2009 l'INPS ha dettato le indicazioni per dare effettiva e concreta applicazione al diritto sancito dalla Consulta.
Vedi testo della circolare
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I «turni» notturni aumentano il rischio di tumore?
Che cosa dicono oggi i dati scientifici
Una sentenza in Danimarca riconosce un risarcimento a 40 donne con un carcinoma mammario
(Sportello Cancro, Vera Martinella, 17 marzo 2009 )
MILANO – Operai, panettieri, medici, infermieri, forze dell’ordine, assistenti di volo, piloti, addetti ai call center: attenzione. Stravolgere i ritmi sonno-veglia potrebbe influire negativamente sul sistema immunitario, indebolirlo e «facilitare» l’insorgenza di un tumore. Già nel 2007 uno rapporto coordinato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro di Lione (Iarc) di Lione aveva incluso il «lavoro su turni che comporta un’alterazione dei ritmi circadiani» fra i possibili fattori che agevolano la carcinogenesi, cioè la formazione di un tumore. Ora, però, una sentenza del tribunale danese apre nuovi scenari: riconosce, infatti, ufficialmente un indennizzo a circa 40 donne che si sono ammalate di cancro al seno dopo lunghi periodi di notti insonni sul lavoro. La notizia, riportata sull’Independent, ha già creato scalpore in Gran Bretagna, dove fra call center, trasporti e settore delle comunicazioni, sono più di un milione le lavoratrici «al buio». E, secondo le stime europee, la notizia potrebbe riguardare circa il 20 per cento della popolazione, legata a contratti che comportano rotazioni nell’orario comprendenti la notte.
«SOLO UN DUBBIO, MA LA COMUNITA’ SCIENTIFICA INDAGA» - Ma quanto è grande il rischio? Riguarda solo le donne? Perché lavorare di notte favorisce il cancro? E, soprattutto, come possono difendere la propria salute i diretti interessati? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Costa, fra gli autori del rapporto dello Iarc e docente di Medicina del Lavoro dell’Università Statale di Milano, che si occupa a tempo pieno dell’argomento anche in qualità di direttore del Comitato scientifico sul lavoro a turni della Commissione internazionale per la salute sul lavoro. «Innanzi tutto bisogna precisare che si tratta di un possibile rischio – spiega l’esperto -. Non è una certezza, ma una probabilità su cui la comunità scientifica sta facendo i dovuti accertamenti. Lo Iarc, dopo l’esito della ricerca del 2007 , sta promuovendo altri studi epidemiologici, su ampio numero di persone, per approfondire la questione. E ad agosto, fra l’altro, si terrà a Venezia una conferenza internazionale proprio sui rischi connessi al lavoro su turni».
IL LEGAME FRA RITMO CIRCADIANO E TUMORE – Come precisa il rapporto dello Iarc, comunque, il lavoro notturno può essere pericoloso per la salute solo quando altera il naturale ritmo circadiano (ovvero l’alternanza sonno/veglia) dell’organismo. Tre sono le possibili spiegazioni, secondo gli studiosi. Primo, come si vede molto bene nei test su animali, anche nell’uomo lo scombussolamento dei cicli circadiani e il relativo squilibrio nella produzione di melatonina (l'ormone prodotto con il buio che ha facoltà anti-ossidanti e che quindi costituisce un fattore protettivo per il corpo) potrebbe avere influenze negative sul sistema immunitario, rendendolo meno capace di difendersi dall’aggressione tumorale. Secondo, una quantità eccessiva o prolungata nel tempo di turni di notte è sicuramente fonte di stress e, quindi, d’indebolimento dell’organismo. Terzo, interrompere la regolarità del ciclo sonno-veglia può portare a squilibri ormonali che, a loro volta, potrebbero favorire lo sviluppo di una neoplasia.
NON SOLTANTO TUMORE DEL SENO - Il sospetto sulla pericolosità dell’impiego serale viene da lontano: era già sorto negli anni Trenta del Novecento quando, con l’avvento dell’attività industriale su larga scala e della relativa alternanza dei lavoratori, si iniziò a notare un aumento nell’incidenza di diverse neoplasie. Finora, però, c’erano grandi incertezze sul lavoro notturno come fattore di possibile carcinogenesi, perché i dati scientifici non erano del tutto convincenti. Dagli anni Ottanta alcune ricerche hanno ammesso l’esistenza di questa possibilità in popolazioni di lavoratrici notturne, nelle quali emergeva un aumento inspiegato di tumori mammari. Un dato confermato anche in anni più recenti su infermiere e assistenti di volo e su varie tipologie di lavoratori su rotazione, che hanno dimostrato un rischio accresciuto di carcinoma del colon. A risultati simili si è poi giunti con un’analisi su uomini (steward e piloti di aerei), che si ammalerebbero di più di cancro della prostata. «Tutti questi studi – precisa Costa – forniscono spunti e ipotesi interessanti, ma non sono omogenei nei criteri di ricerca e non quantificano allo stesso modo gli orari e i periodi di servizio».
TUTTO DIPENDE DA COME SI SUDDIVIDONO I TURNI DI NOTTE - La questione, in sostanza, riguarda soprattutto la quantità e la distribuzione dei turni «perché il ritmo circadiano non s’interrompe se si lavora solo un paio di notti di fila – conclude l’esperto -. Se le rotazioni sono ben programmate e le persone si avvicendano con la giusta frequenza non ci sono ripercussioni sul naturale andamento sonno-veglia dell’organismo». La tutela per i lavoratori, dunque, sta proprio qui: nel richiedere turni che durino al massimo due o tre notti di seguito e non cambi dell’orario che variano di settimana in settimana. E, possibilmente, nel non essere impiegati per molti anni in attività che includano un impegno notturno.
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Marsala-mostra delle donne dell' ANDOS
Associazione Nazionale Donne Operate al Seno (ANDOS) in mostra a San Pietro
(Marsala c'è, Salvatore Giampino, Lunedì 09 Marzo 2009)
“La vita non è un momento di scoperta ma un processo di creazione.” Se consideriamo che il nostro cervello creatore opera con funzioni strutturanti e destrutturanti in una continuità che per assunto convenzionale chiamiamo tempo, possiamo perfettamente renderci conto di quanto, il Dio che è in noi - dunque noi stessi – possa modificare l’assetto che abbiamo dato alla nostra esistenza, in un momento di particolare stress emotivo della nostra vita. I traumi che viviamo in solitudine ci portano a “macerare” dentro di noi un comportamento creatore di disagi e di malattia ma, allo stesso modo, la forza interiore di ribellarsi allo stato delle cose, al modificarsi in negativo della nostra vita e del nostro corpo, conduce il nostro cervello creatore a cercare e a trovare la soluzione: “amare se stessi e perdonarsi. ”Cara mamma, tu non ci sei più ormai da tanti anni e il mio ricordo bambino del tuo florido seno riesce ancora a donarmi quella tenerezza, quello stato di benessere e di protezione che...... ogni tuo abbraccio riusciva a trasferirmi.
Quando dovesti rinunciare alla metà di quella fonte di vita che aveva nutrito di latte e d’amore i tuoi tre figli, vivesti un dolore infinito ma il tuo coraggio, il coraggio che è solo delle donne che sono comunque madri anche senza esserlo, ti donò la forza di guarire. Sai, mamma, ieri sera ho incontrato con emozione la potenza della vita, la capacità di rinascere, il desiderio dell’immortalità. Ho visto, vissuto e sentito con gli occhi e col cuore, immagini di donne che come te hanno “concesso” al proprio corpo, per trauma inconscio, la possibilità di esprimere il cancro. Sì, chiamiamolo così. Il cancro. Perché i ciechi sono ciechi, i muti sono muti, i down sono down, gli storpi sono storpi e le donne malate di cancro al seno, hanno il cancro al seno. E’ proprio questa coscienza - bando al politically correct - di saper accettare il proprio stato, che produce la naturale volontà di agire per destrutturare i pensieri inibitori di vita e convogliare energia abbandonando la propria corazza per vincere il subdolo nemico. Queste donne ci insegnano la differenza tra il volere e il dovere. E’ proprio quel “io voglio” e non un “io devo” che le conduce, artiste, a rappresentare con ricerca di chiara espressione, attraverso dipinti e collage, il contatto con l’esterno, la comunicazione con chi non sa, con chi non vede e non vuole vivere certi pensieri, certi disagi, finchè non dovessero attraversare come un fulmine anche le loro vite. E’ questo l’orrore dell’errore. Quello di credere in un’immunità che non può esistere perché tutti gli esseri reagiscono alla conoscenza, alle esperienze della vita, nel medesimo modo e tutti possiamo creare e strutturare un cancro come espressione del nostro disagio di vivere. Dunque, applaudiamo con amore queste donne che vivono e che lottano per il loro sostanziale diritto di sorridere, giocare, esprimersi, dare alla luce figli, nuotare, correre, cantare, ballare, mangiare, urlare la propria gioia. E tutti quanti noi che muti stiamo a guardare, andiamo loro incontro, partecipiamo sempre. Oltre. Anche domani, quando questa messa in mostra dei loro seni amputati, del loro dolore ma anche del loro coraggio e della loro forza di vivere, sarà terminata. Abbracciamole in un gesto d’amore continuo, senza condizioni e senza fine. Sia non solo un gesto ma un aiuto concreto, presenza fisica costante, presenza intellettuale costante e costante attenzione per le loro vite che non potranno mai essere estranee alle nostre.
Scrive Rosalba Catalano, sulla mostra delle donne dell'Andos
(Marsal@it, Rosalba Catalano, Lunedì 09 Marzo 2009)
Egregio Direttore,
Dalle pagine del Suo giornale vorrei esprimere la mia gioa per la riuscita della mostra organizzata dalle donne ANDOS di Masala.
Mostra che alla luce del successo riscosso non chiuderà i battenti ma proseguirà fino a mercoledì.
L'interesse suscitato e lo stupore per la qualità dell'intera manifestazione ha fatto si che si prendesse questa decisione. Un grazie va a tutte coloro che hanno permesso che ciò riuscisse,dalla presidente Tommasella Marino alle socie che non hanno avuto il nostro problema ma si occupano di volontariato.Un sentito grazie va a tutti i personaggi di spicco della nostra città , ai rappresentanti delle nostre istituzioni, il Sindaco Carini, l'assessore Bandini, tanto per nominarne un paio, che alla faccia dei soliti ignoti, che ci avevano detto che saremmo state snobbate, sono stati vicini e presenti.
Grazie ai nostri medici , che come al solito io definisco nostri angeli custodi, Dr. Salvatore Lo Grasso e Dr. Giuseppe Pandolfo, in questo frangente hanno conosciuto un lato diverso di noi, la nostra forza dipende anche dalla loro professionalità e dal loro saper usare le parole giuste durante i percorsi dolorosi della malattia.
Un grazie va anche a Giulia Adamo, ci avevano detto che invitarla era tempo perso, ma la Signora Adamo è una donna prima di tutto, e poi per chi non lo sapesse il comitato ANDOS di Marsala porta il nome del marito, lo stimatissimo nonchè compianto Dr. G. Spanò, senologo che delle sua professione ne ha fatto ragione di vita.Nessuno è venuto alla mostra per farsi "vedere" , posso testimoniare che l'interesse è stato vero e sincero.Chiunque fin ora ha toccato con mano e costatato che il nostro è un messaggio positivo, attraverso la mostra abbiamo permesso a molti di avvicinarsi a noi per chiedere, per informarsi, per capire. Non era l'autocelebrazione di quattro signore un po' annoiate.Sicuramente non ci fermeremo ad un evento singolo , l'intenzione è di proporre altre edizioni, inoltre invitiamo tutte le scuole della città affinchè almeno le classi dove l'età degli studenti è più alta possano avere un approccio adeguato con le tematiche della mostra. L'A.N.D.O.S. si propone anche di fare campagna di informazione e sensibilizzazione alla prevenzione. Una città che progredisce e sta al passo coi tempi non può vivere di tabù intorno alla salute, intorno alla scarsa informazione.
RingraziandoLa per la Sua estrema disponibilità la saluto cordialmente.
Rosalba Catalano.
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Bianco o rosso per lei è uguale: il vino fa male al seno
Studio americano su 14mila donne
Per il rischio di tumore il colore non conta e l’unica protezione è ridurre (o azzerare) il numero di bicchieri
(Sportello Cancro, Donatella Barus, 10 marzo 2009 )
MILANO - Alla fine Lambrusco o Barbera non sono meglio di un Vermentino o di uno Chardonnay. Almeno, non per la salute del seno. Vino rosso e bianco, infatti, contribuiscono in egual misura ad aumentare il rischio di tumore mammario per le donne che ne consumano quantità anche modeste.
LO STUDIO - A sferrare l’ennesimo colpo al mito del vino che fa buon sangue è una ricerca americana condotta dagli esperti del Fred Hutchinson Cancer Research Center e pubblicata sul numero di marzo della rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers and Prevention . «Volevamo indagare gli effetti del vino rosso sul rischio di cancro al seno - ha spiegato Polly Newcomb, responsabile del programma di prevenzione oncologica del centro statunitense -. Sappiamo che in generale il consumo di alcolici aumenta le probabilità di ammalarsi, ma ci chiedevamo se il vino rosso in particolare non potesse essere collegato a qualche beneficio, anche perché precedenti studi sulle malattie cardiovascolari e sul tumore della prostata avevano suggerito la possibilità di effetti protettivi».
NESSUN VANTAGGIO PER IL ROSSO - I ricercatori hanno coinvolto 6.327 donne fra i 20 e i 69 anni con un tumore al seno e altre 7.558 senza la malattia. Sono state considerate le loro abitudini al consumo di alcolici (non solo vino, ma anche birra e liquori) e altri fattori di rischio per le neoplasie mammarie, come l’età alla prima gravidanza, la storia familiare e l’uso di terapia ormonale sostitutiva in menopausa. E, alla fine, non è emersa alcuna differenza tra vino rosso o bianco in relazione al rischio di cancro al seno.
SOLO QUESTIONE DI GUSTO - «Se una donna beve, dovrebbe farlo con moderazione, non più di un bicchiere al giorno. E se sceglie il vino rosso, dovrebbe farlo solo perché le piace, non perché crede che faccia meno male» ha commentato Polly Newcomb. Il team di ricerca ha appurato che le donne che consumano ogni settimana almeno 14 bicchieri di vino bianco, rosso o birra risultano esposte ad rischio di tumore del seno aumentato del 24 per cento rispetto alle astemie.
BIANCO O ROSSO? MEGLIO VERDE - Molti studi, negli anni, hanno segnalato una minore incidenza di alcune malattie croniche fra i consumatori leggeri di vino e spesso questo vantaggio è stato attribuito alle sostanze antiossidanti contenute nel nettare di Bacco. Mancano però prove scientifiche definitive e l’interpretazione potrebbe essere più complessa, come suggeriscono gli esperti dell’Inran, l’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, all’interno delle Linee guida sull’alcol: «Il vino, e in misura ridotta la birra, potrebbero esercitare i loro effetti protettivi anche perché, nel rispetto della tradizione mediterranea, vengono in genere consumati durante i pasti: questo fa sì che oltre al rifornimento di sostanze antiossidanti, si abbiano anche picchi alcolemici più bassi». E nello stesso documento i nutrizionisti ricordano, se ce ne fosse bisogno, che non è il caso di darsi all’alcol per cercare effetti protettivi: basta consumare frutta e verdura in quantità per fare il pieno di antiossidanti senza intossicarsi con l’etanolo.
TUMORI, NESSUNA ATTENUANTE –In ambito oncologico, il verdetto sull’alcol appare unanime: basta anche un bicchiere al giorno per cambiare i livelli di rischio e si vanno sommando le prove di una correlazione fra alcol e varie forme di tumore. Fra i dati più recenti, quelli raccolti dai laboratori del Lombardi Comprehensive Cancer Center della Georgetown University, secondo cui un paio di drink al giorno, di qualunque genere, aumentano del 22 per cento il rischio di sviluppare un tumore al pancreas.
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Piano straordinario di verifica delle invalidità civili
(http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/invalidi_controllo/)
Presentazione
Stabiliti termini e modalità di realizzazione per il piano straordinario per la verifica dei benefici economici di invalidità civile, cecità e sordità civile.
Le verifiche sono svolte dall'Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS). Partono con la pubblicazione del decreto interministeriale sulla Gazzetta Ufficiale - avvenuta il 4 marzo 2009 - e si protraggono fino al 31 dicembre 2009.I controlli sono finalizzati a verificare, per 200.000 soggetti, la permanenza sia dello stato invalidante sia dei requisiti reddituali relativamente agli anni 2005, 2006 e 2007 nei confronti dei beneficiari di pensioni o assegni di invalidità civile.Le visite mediche saranno effettuate presso il Centro medico legale I.N.P.S. della provincia di residenza e gli interessati saranno informati tramite lettera raccomandata. Qualora la persona invitata non si presenti a visita medica senza giustificato motivo, l'I.N.P.S dispone la sospensione dei relativi pagamenti. Per coloro che si trovano nell'impossibilità fisica di raggiungere la sede di verifica e presentano idonea documentazione medica attestante la non trasportabilità viene disposta la visita domiciliare.I controlli non riguardano le prestazioni assistenziali sostitutive riconosciute agli invalidi civili e ai sordi civili ultrasessantacinquenni.
La programmazione delle attività di verifica è effettuata secondo criteri selettivi che tengano conto:
- dell'incidenza territoriale, a livello sub-regionale, dei benefici concessi in rapporto alla popolazione residente, secondo tassi standardizzati per fasce d'età;
- della recente dinamica territoriale degli andamenti nella concessione dei benefici per data di decorrenza degli stessi;
- del tipo di prestazione, della sua onerosità e dell'età dei beneficiari;
- della distribuzione temporale delle revisioni in base alle scadenze programmate;
- delle evidenze risultanti dall'incrocio degli archivi informatici.
Invalidità e patente di guida
L'I.N.P.S. e la Motorizzazione civile, sulla base di accordi da definire entro sessanta giorni a partire dal 4 marzo 2009, scambiano in via telematica le informazioni utili all'individuazione dei soggetti titolari di provvidenze economiche di invalidità civile e in possesso di patente di guida in corso di validità, per accertare eventuali incompatibilità, tenuto conto delle patenti speciali o che prevedano adattamenti ai dispositivi di guida.
Invalidità e reddito
Le verifiche dei requisiti reddituali, saranno attuate con modalità telematiche, attraverso l'incrocio dei dati reddituali del Ministero dell'economia e delle finanze con quelli contenuti nel Casellario centrale dei pensionati gestito dall'I.N.P.S.Qualora dagli accertamenti risulti che il titolare di pensione o di assegno sia possessore di redditi superiori ai limiti annuali prescritti, l'erogazione del beneficio economico verrà immediatamente sospesa e si procederà alla revoca della provvidenza dal 1° gennaio dell'anno successivo a quello con riferimento al quale i redditi accertati risultino superiori ai limiti di legge. Resta salvo il diritto al ripristino della provvidenza sospesa, qualora il superamento dei limiti reddituali rivesta carattere temporaneo.
La Regione Valle d'Aosta e le province autonome di Trento e Bolzano provvedono alle verifiche autonomamente secondo quanto previsto dai rispettivi statuti e dalla relative norme di attuazione.
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Seno: terapie su misura se la malattia colpisce a 30 anni
L’età, però, da sola non giustifica cure pesanti
I carcinomi mammari giovanili sono solo il due per cento, ma sono in aumento e spesso sono più aggressivi.
(Sportello Cancro, Donatella Barus (Fondazione Veronesi), 06 marzo 2009 )
MILANO- Le giovani donne che si ammalano di tumore del seno sono una netta minoranza sul totale delle pazienti colpite questa forma di cancro. I numeri però da qualche anno tendono ad aumentare e all’età meno elevata si associa un maggior rischio di recidiva. Dunque, come trattare adeguatamente la malattia? In maniera più aggressiva? La ricerca è ancora a caccia di risposte e chi ha la responsabilità di curare giovani pazienti è a caccia di un giusto punto di equilibrio fra l’efficacia e la tollerabilità delle cure. Il tutto tenendo sempre presente che si tratta di una malattia che colpisce donne ancora pienamente attive in famiglia, in coppia, al lavoro e in società, con una lunga aspettativa di vita, che magari sono madri o che vorrebbero poterlo diventare.
LA RICERCA - Ora uno studio americano ha rilanciato il tema. Un gruppo di esperti dell’M.D. Anderson Cancer Center di Houston (Texas) ha esaminato i dati di 652 donne colpite da cancro al seno quando avevano meno di 35 anni, in un periodo compreso fra il 1973 e il 2006. Lo scopo era confrontare i risultati di diversi schemi terapeutici (chirurgia conservativa, mastectomia da sola o mastectomia seguita da radioterapia) andando a confrontare i tassi di ricadute nei 10 anni successivi alle cure. L’analisi, descritta sull’International Journal of Radiation Oncology , ha innanzitutto confermato che effettivamente le donne più giovani hanno tassi di recidiva più alti. Poi ha rilevato che un buon controllo del rischio è possibile, soprattutto con un approccio aggressivo, ossia l’asportazione dell’intera mammella e la radioterapia, nei casi di malattia più estesa. Secondo gli autori anche la chemioterapia ha portato dei benefici alle giovani pazienti.
«NON CONTA SOLO L’ETA’» - Dunque, di fronte ad una malata sotto gli «anta» si opta per una cura più aggressiva, si dice addio al «bisturi leggero»? No, o almeno non per forza, secondo Oreste Gentilini, vicedirettore della divisione di Senologia dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano: «La data di nascita non è un motivo sufficiente per decidere, ad esempio, di ricorrere ad una mastectomia invece di una quadrantectomia. Magari ci fosse la certezza di risolvere tutto con la rimozione dell’intera mammella… Occorre studiare a fondo la malattia e, se dopo tutti gli accertamenti, si ritiene fattibile una chirurgia conservativa, la si fa. Esattamente come accade per le pazienti più anziane. Allo stesso modo, per una 25enne non si sceglie a priori di fare chemioterapia, ma si valutano tutte le opzioni terapeutiche, compresa la terapia endocrina». E’ un approccio fedele alla filosofia del minimo trattamento efficace invece del massimo trattamento tollerabile.
UNA BIOLOGIA DIVERSA - I tumori che colpiscono mammelle più giovani hanno delle caratteristiche biologiche particolari, spiega ancora Oreste Gentilini: «Mediamente hanno una velocità di proliferazione maggiore e un minor grado di differenziazione, oltre ad essere più frequentemente di tipo non ormonoresponsivo. Tutti dettagli che si traducono in un aumento del rischio di ricaduta, su cui influisce anche il tempo, per fortuna molto lungo, che una giovane donna ha in genere davanti a sé».
DUE MALATE SU 100 HANNO MENO DI 35 ANNI - «Oggi – prosegue Gentilini - circa due casi su cento di tumore del seno si verificano in donne con meno di 35 anni, e la tendenza sembra essere in aumento. Anche nel nostro istituto, sette o otto anni fa incontrare una paziente trentenne era un’evenienza rara, oggi è una cosa che vediamo con una certa regolarità. Certo, può essere che le giovani pazienti siano più propense a rivolgersi ai centri di riferimento, ma in generale si osserva un abbassamento dell’età media di insorgenza del tumore». I motivi? «Non si conoscono, ma è giustificato pensare a un insieme complesso di concause ambientali e genetiche».
DIAGNOSI PRECOCE INNANZITUTTO - E la risposta al rischio, gli oncologi ne sono sempre più convinti, passa attraverso due parole-chiave: personalizzazione e screening. «Da un lato si va verso cure sempre più ritagliate su misura, progettate per una specifica malattia in una particolare donna, giovane o matura che sia - afferma Gentilini -. Dall’altro non si possono chiudere gli occhi di fronte ai dati epidemiologici ed è giusto abbassare l’età dei primi controlli: aldilà degli screening organizzati (gratis e su invito ogni due anni per le donne fra i 50 e i 69 anni, ndr) è bene che dai 25 anni in poi le ragazze facciano ogni anno un’ecografia e una visita annuale».
IN ITALIA GUARIGIONI ELEVATE - L’argomento, in ogni caso, tiene desta l’attenzione degli oncologi, dato che, ricorda l’Istat, nelle ragazze e giovani donne fra i 15 e i 39 anni i tumori della mammella sono di gran lunga la forma neoplastica a più elevata incidenza (2.420 nuovi casi in un anno, oltre un quarto di tutte le nuove diagnosi di cancro). Negli anni sono aumentate le diagnosi ma anche i successi, fino a raggiungere in Italia una sopravvivenza a cinque anni dell’84 per cento, un valore superiore a tutti gli altri Paesi.
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La lotta contro i tumori ha una marcia in più
Sanità.Ieri la consegna al Centro Donna di un nuovo strumento per migliorare la terapia
Sottolineata l'importanza della collaborazione tra il volontariato e il servizio all'avanguardia in Italia
(Giornale di Vicenza, Franco Pepe, 21/02/2009)
Un servizio come il Centro Donna all'avanguardia in Italia come struttura globale per la prevenzione e la cura del tumore al seno. Un primario come Graziano Meneghini che è riuscito a costruire un punto di riferimento unico nella geografia sanitaria del Veneto. Un dg come Renzo Alessi che ha impresso la marcia veloce a un'Ulss che veniva da gestioni al vertice grigie e incerte.
Un'associazione di volontariato come l'Andos della presidente Piera Pozza che dà un valore aggiunto al Centro Donna di Montecchio Maggiore. Una famiglia come i Ramonda, che in passato aveva già fatto all'ospedale uno spirometro e un ecografo ad alta frequenza, e che si fa ancora una volta interprete sensibile dell'attaccamento dell'imprenditoria della zona al proprio ospedale e alla propria sanità pubblica. La donazione al reparto di senologia da parte dell'Andos, grazie al generoso contributo del cavaliere del lavoro Giuseppe Ramonda, di un rilevatore portatile conta-geiger di ultima generazione, in grado di identificare con certezza assoluta i linfonodi sentinella, evitando dolorosi e traumatici interventi di svuotamento ascellare e facilitando la diagnostica intraoperatoria, è la prova di questa felice congiunzione astrale, che consente all'Ulss di fare altri importanti passi in avanti nella lotta ai tumori femminili e per la difesa della salute dell'Ovest vicentino. Ieri mattina nella sede dell'Andos, alla presenza dello stato maggiore dell'Ulss, in una cerimonia fatta di sorrisi come è sempre quando protagonista è Piera con la sua squadra di brave collaboratrici, la consegna di un'apparecchiatura, che va a sostituire il vecchio "Navigator" fuori produzione da anni. Prima la benedizione di don Antonio Faresin, cappellano dell'ospedale, e poi le felicitazioni dei testimoni di questa bella iniziativa.
Esulta il dg: «Sono felice di questa nuova attestazione di disponibilità dal volontariato - dice Alessi - ancora più importante in un periodo di poche risorse finanziarie».
Soddisfazione del sindaco Maurizio Scalabrin: «Abbiamo un'economia di prim'ordine con persone ricche di passione civile come Giuseppe Ramonda che ci invidia tutta Italia e un'Andos che dà un aiuto sostanziale a Meneghini e ai suoi. Spero che se ne accorga anche la Regione riconoscendoci ciò che la Ulss merita».
Raggiante Meneghini: «Questo strumento aumenta la sicurezza e migliora la qualità della vita». Felice Ramonda: «Spero che serva a salvare tante vite umane e a far soffrire di meno».
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