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NEWS DEL 30 GIUGNO 2009

30 giugno 2009

SOMMARIO:

  1. UN NUOVO MODELLO BIOLOGICO DI CRESCITA TUMORALE 
  2. SENO, A CACCIA DELLE CELLULE "CIRCOLANTI" 
  3. ONCOLOGIA: I FARMACI 5-HT3
  4. QUATTRO CHIACCHIERE CON FLORI DEGRASSI 
  5. ABBRONZARSI SI PUO'. ANZI, SI DEVE 
  6. 11/07/2009, DESENZANO DEL GARDA - PALLEGGIANDOS  
  7. TUMORI: ALCUNI ANCORA INGUARIBILI MA NESSUNO INCURABILE  
  8. UNA VARIANTE GENETICA DETERMINANTE NELLA SCELTA DELLA CHEMIOTERAPIA 
  9. FARMACI ANTICANCRO: QUANTO E' GIUSTO RISPARMIARE? 
  10. TUMORE DELLA MAMMELLA: ARRIVA LAPATINIB
     

Sviluppato e caratterizzato un nuovo prototipo di biosensore e messo a punto un nuovo modello biologico di crescita tumorale

(Salute Europa,26/06/2009)

COCHISE, progetto internazionale finalizzato allo sviluppo di una nuova classe di biosensori in grado di rilevare interazioni tra due singole cellule per migliorare il trattamento dei tumori, si è concluso con il raggiungimento di un importante risultato. Infatti, allo sviluppo di un prototipo di biosensore, avvenuto nel giugno 2008, sono seguite la messa a punto di un modello biologico di crescita tumorale, che ne consentirà la validazione, e la definizione di procedure analitiche per lo studio dell’attività biologica di singole cellule isolate dal biosensore.
Il progetto ha avuto inizio nel giugno del 2006 ed è durato 3 anni. Un primo risultato è stato ottenuto nel giugno 2008 con lo sviluppo di un prototipo del biosensore, utilizzato per dimostrare la possibilità di controllare il flusso di due singole cellule e di intrappolarle in una microcella in cui fosse possibile studiarne l’interazione.
Successivamente sono state messe a punto procedure analitiche per studiare l’attività biologica di singole cellule isolate dal biosensore, raggiungendo così un secondo importante traguardo.
Il terzo obiettivo raggiunto consiste nello sviluppo di un modello biologico di crescita tumorale, al cui interno è stata caratterizzata una sottopopolazione cellulare capace di interferire con la crescita del tumore stesso: l’identificazione di questa sottopopolazione consentirà di avere a disposizione uno strumento eccellente per la verifica della specificità di azione del biosensore e della fattibilità del particolare approccio biologico conseguente al suo utilizzo.
Nell’ambito del progetto è stata inoltre sviluppata una piattaforma tecnologica basata su schede elettroniche a circuito stampato per la produzione a costi competitivi del biosensore. I materiali utilizzati per il biosensore sono stati analizzati per la loro biocompatibilità alla luce dell’applicazione prevista .
I risultati conseguiti in campo biologico nell’ambito di COCHISE verranno presentati al 14° Congresso Mondiale di Oncologia ed al 12° Simposio Internazionale di Medicina Molecolare, che si terranno in Grecia il prossimo ottobre.
Si prevede inoltre che, alla luce dell’importanza e della validità dei risultati ottenuti durante COCHISE, il Consorzio che ha sviluppato il progetto presenterà una nuova domanda di finanziamento per il completamento del lavoro nell’ambito del 7° Programma Quadro di finanziamenti per la ricerca promosso dall’Unione Europea per il priodo 2007-2013.
“I risultati che abbiamo raggiunto nel corso del progetto COCHISE – sottolinea Roberto Guerrieri, Professore di Elettronica alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Bologna e coordinatore del progetto – rappresentano uno step significativo nello sviluppo e nella realizzazione di uno strumento innovativo che in futuro consentirà progressi importanti sia nella diagnostica oncologica che nella terapia dei tumori.”
L’approccio biologico è relativamente nuovo nella terapia dei tumori. I pazienti sono trattati con sostanze biologiche quali interferon, interleuchina-2 o altri fattori stimolanti la crescita di tipi cellulari diversi e comunque in grado di rinforzare le difese naturali dell’organismo. L’obiettivo è quello di stimolare il sistema immunitario dell’organismo ad attaccare le cellule tumorali. Queste sostanze, tuttavia, non sono sempre ben tollerate e possono causare effetti che portano all’interruzione del trattamento.
Un approccio alternativo consiste nell’identificazione delle cellule immunitarie che sono in grado di combattere il tumore, nella loro amplificazione in vitro in presenza di specifici fattori di crescita per poi re-iniettarle nell’organismo. Uno dei principali problemi di questo approccio consiste nell’identificazione e nell’isolamento del piccolo numero di cellule che sono selettivamente in grado di combattere il tumore.
COCHISE è un progetto internazionale di ricerca finalizzato allo sviluppo di una nuova classe di biosensori prodotti con materiali biocompatibili e capaci di rilevare interazioni tra singole cellule del sistema immunitario e singole cellule tumorali. Il progetto COCHISE ha coinvolto strutture di vari Paesi europei quali Italia, Germania, Francia, Olanda e Belgio. E’ stato coordinato dal Prof. Roberto Guerrieri, professore di Elettronica presso la Facolta’ di ingegneria dell’Università di Bologna. Un forte accento italiano ha caratterizzato COCHISE, grazie anche al contributo dell’azienda farmaceutica Angelini e dell’Università di Ferrara, che nei propri centri di ricerca hanno messo a punto rispettivamente il modello tumorale in vivo e i modelli cellulari in vitro indispensabili per la validazione biologica del biosensore.
Lo sviluppo di una nuova classe di biosensori ha lo scopo di migliorare la possibilità di rilevamento delle cellule efficaci e quindi il trattamento dei tumori. Infatti, numerose promettenti tecnologie per l’immunoterapia dei tumori sono attualmente poco utilizzabili per la difficoltà di acquisire informazioni, con la tecnologia attualmente esistente, sulle interazioni che avvengono tra cellule biologicamente attive. Inoltre tali informazioni dovrebbero essere acquisite a costi ragionevoli, con rapidità e senza la necessità di una complessa struttura di laboratorio.
Il progetto COCHISE è stato sviluppato da un Consorzio costituito da strutture con competenze che vanno dalla progettazione e realizzazione di apparecchiature elettroniche alla bioingegneria ed alla immunologia dei tumori.

I partecipanti sono:

  • Università di Bologna, ha coordinato il progetto ed ha progettato e realizzato il biosensore grazie alla sua vasta esperienza in microelettronica e progetto dei circuiti
  • Fraunhofer Institute for Reliability and Microintegration (IZM), centro di ricerca tedesco che dispone di eccellenti strutture per la micro e nanointegrazione utilizzando le più avanzate tecnologie di interconnessione ed assemblaggio
  • Micronit, azienda olandese che sviluppa e realizza sistemi di microfluidica con elettrodi integrati, è stata coinvolta nella parte di realizzazione e messa a punto del biosensore
  • Università di Ferrara, ha fornito conoscenze fondamentali nell’applicazione dei microchip alle biotecnologie
  • Istituto di Patologia Cellulare dell’Università Cattolica di Lovanio (Belgio), centro di ricerca dotato di grande esperienza nel settore dell’immunologia e dell’immunoterapia dei tumori, in particolare nella messa a punto di tecniche di biologia molecolare per l’analisi quantitativa di singole cellule
  • Angelini, industria farmaceutica italiana con ampia esperienza nello sviluppo di farmaci innovativi; nel suo centro di ricerca a sud di Roma è stato messo a punto il modello tumorale che consente di effettuare la validazione biologica del biosensore
  • Laboratorio di Biochips del Commissariat à l’Energie Atomique (CEA), centro di ricerca francese con vasta esperienza nello sviluppo di microsistemi e di soluzioni per la microfluidica applicate alla tecnologia dei biochip
  • MindSeeds Labs, piccola azienda italiana che si occupa di strumentazione biomedica con expertise nella progettazione di sensori basati sull’impedenza. 

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Seno, a caccia delle cellule «circolanti»

(Sportello Cancro, Donatella Barus (Fondazione Veronesi), 26 giugno 2009) 

MILANO - Sono i «cani sciolti», le cellule che si staccano dal tumore, entrano in circolo, spesso sfuggendo agli effetti delle terapie e diffondendo la malattia. Sono chiamate cellule tumorali circolanti: poche, difficili da scovare e da analizzare, eppure stuzzicano la voglia di risposte dei ricercatori perché ormai ci sono prove evidenti che riuscire a contarle serve a misurare l’aggressività del tumore , ma riuscire a tracciarne un identikit genetico potrà servire anche a predire quali farmaci funzionano e quali no. E’ questa la novità emersa da uno studio coordinato da Paola Gazzaniga e Giuseppe Naso dell’Università la Sapienza di Roma.
LO STUDIO – Il gruppo di ricerca ha raccolto campioni di sangue da pazienti affetti da tumori solidi di vario tipo (di colon, vescica, prostata, polmone, mammella) prima dell’inizio delle terapie opportune. In ogni campione sono state cercate e isolate eventuali cellule tumorali circolanti, quindi sottoposte ad analisi molecolari per tracciarne un profilo di sensibilità ai vari tipi di farmaci anticancro. Poi, dopo due anni, sono stati confrontati i risultati di laboratorio con le risposte effettivamente ottenuta da ciascun malato. «Il valore prognostico è stato prossimo al 100 per cento – sottolinea Giuseppe Naso – ovvero la quasi totalità dei pazienti le cui cellule tumorali circolanti avevano dato segni di sensibilità a una data terapia, avevano effettivamente avuto beneficio da quella terapia. E viceversa».
FASE DUE: SI PARTE DAL SENO - Il lavoro è stato presentato da Massimo Cristofanilli, ricercatore di punta dell'Md Anderson Cancer Center di Houston, in Texas, in occasione della «Milan breast cancer conference» organizzata dall'Istituto Europeo di Oncologia. Cristofanilli, italiano emigrato negli States che da anni segue la pista delle cellule tumorali circolanti, ha commentato: «Questo studio, se prospetticamente validato potrebbe rappresentare l'inizio di una nuova era nella terapia dei tumori». E proprio con il prestigioso centro americano gli esperti italiani avvieranno nei prossimi mesi una sperimentazione su 150 pazienti malate di tumore al seno per confrontare la validità della metodica rispetto ai tradizionali criteri di scelta della chemioterapia migliore possibile.
BERSAGLI NASCOSTI - Già oggi le terapie anticancro più avanzate sono decise in base al profilo molecolare delle cellule che compongono la massa tumorale. Perché allora concentrarsi sulle poche cellule circolanti? «Perché potrebbero rappresentare le cellule che danno luogo alle metastasi, in quanto più resistenti ai trattamenti convenzionali – spiega Paola Gazzaniga –. Inoltre sono spesso cellule diverse da quelle del tumore primario, e una cura mirata contro le seconde potrebbe essere un buco nell’acqua per le prime. Ad esempio, sapere se un tumore del seno è sensibile agli ormoni o no è fondamentale per decidere una terapia efficace. E noi stiamo vedendo che da un tumore ormonosensibile si possono staccare cellule che sono invece ormonoresistenti, che dunque non risponderanno ai farmaci utili per colpire la massa primitiva e potranno andare a generare metastasi in altre parti del corpo». Precisa ancora Giuseppe Naso: «Su mille cellule che compongono la massa tumorale, può accadere che una sola, diversa dalle altre, si stacchi, enti in circolo e generi metastasi. Con la chemioterapia tradizionale riusciamo a colpire efficacemente le altre 999, ma rischiamo di lasciar scappare proprio quella determinante».  Torna su

Oncologia: i farmaci 5-HT3 antagonisti di seconda generazione aprono nuove

(Salute Europa, 25/06/2009)

"Le terapie di supporto in oncologia costituiscono un settore la cui importanza è in crescita, sia per i malati sia per la ricerca clinica - ha affermato questa mattina a Roma Maurizio Tonato, Coordinatore del Centro Regionale Tumori di Perugia e Co-Presidente del Congresso mondiale 2009 MASCC (Multinational Association of Supportive Care in Cancer) sulle "Terapie di supporto in oncologia", che si svolge da oggi sino a sabato 27 giugno a Roma.
“Le terapie di supporto, insieme alle cure oncologiche - ha spiegato Tonato - possono migliorare significativamente la qualità di vita dei pazienti oncologici, permettendo di affrontare alcune tra le più serie e temibili conseguenze e complicanze della cura, come il dolore e il vomito”.
"MASCC-Multinational Association of Supportive Care in Cancer, fondata nel 1990, è un'organizzazione internazionale, multiprofessionale, che si occupa di tutti gli aspetti delle cure oncologiche, che vanno al di là del trattamento anticancro vero e proprio - ha sottolineato Fausto Roila, Direttore Divisione di Oncologia Medica, Ospedale S. Maria di Terni, anche lui Co-Presidente MASCC 2009 - I più importanti passi avanti nella cura dei
tumori degli ultimi vent'anni sono stati resi possibili dai risultati ottenuti nella terapia di supporto oncologica".
La nausea e il vomito indotti da chemioterapia (CINV) rappresentano uno dei più frequenti effetti collaterali per i malati oncologici. "Nonostante la profilassi attuata nel giorno della chemioterapia, sino al 30-45% dei pazienti va incontro a nausea o vomito o necessita di un trattamento aggiuntivo con farmaci che annullino questi effetti, dopo la somministrazione di alcuni tra i più comuni chemioterapici - ha spiegato Richard Gralla, Vice President Cancer Services, North Shore University Hospital and LIJ Monter Cancer Center, Lake Success, NY, USA.
Il recettore 5-HT3 gioca un ruolo chiave nel processo dell'emesi, e i farmaci che lo antagonizzano sono alla base del controllo di questo effetto collaterale. Dopo la messa a punto, verso la fine degli anni '80 - inizio '90, dei 5-HT3 antagonisti di prima generazione, come ondansetron e granisetron, recentemente ne sono stati sviluppati di nuovi, come
palonosetron.
"Esiste controversia, tra gli esperti, su quale sia il 5-HT3 antagonista da preferirsi – ha detto Gralla - I 5-HT3 antagonisti restano i farmaci di riferimento per i malati oncologici sottoposti a chemioterapia. Alcune linee-guida indicano che non esistono differenze significative tra i farmaci di prima generazione, ma palonosetron ha dimostrato superiorità, nel controllo del vomito, in molti studi clinici di confronto con i farmaci precedenti.”
Infatti, diversi studi clinici con palonosetron hanno mostrato un vantaggio nei confronti dei 5-HT3 di prima generazione nella prevenzione del vomito da chemioterapia. Questi studi, tuttavia, impiegavano palonosetron a differenti dosaggi: 0,25 mg o 0,75 mg al giorno. "Abbiamo svolto una metanalisi sugli studi pubblicati, per vedere se i dosaggi differenti comportassero una diversa efficacia per questo farmaco - ha detto Gralla.
Sono stati analizzati otto studi clinici in doppio cieco, su 1.926 pazienti - 4 condotti in malati oncologici sottoposti a chemioterapia altamente emetogena (HEC) e 4 condotti in pazienti sottoposti a chemioterapia moderatamente emetogena (MEC). I risultati indicano che gli effetti di palonosetron sono i medesimi, indipendentemente dal dosaggio: sia nel
controllo completo dal primo al quinto giorno dalla chemioterapia, sia nel controllo del vomito ritardato, sia nel controllo senza ricorso a farmaci antinausea o antiemetici.
"In base alla nostra analisi - ha concluso Gralla - palonosetron alle dose di 0,25 mg o di 0,75 mg ha efficacia e sicurezza molto simili sia nella MEC sia nella HEC. E questo risultato ci fa concludere che, qualunque dose sia somministrata al paziente, l'effetto è certo, come la superiorità di palonosetron rispetto ai suoi predecessori".  Torna su 

QUATTRO CHIACCHIERE CON FLORI DEGRASSI

A cura di: A. Coffano
(Attualità in senologia, n°57-2009)
 
Dott.ssa Degrassi, ci racconti cosa ha imparato nel suo impegno a favore delle donne operate al seno, in particolare per l’A.N.D.O.S.
Nella mia vita adulta, oltre alla famiglia, ho seguito un percorso binario: da una parte il lavoro, per me importantissimo come realizzazione personale, dall’altra l’impegno costante nell’A.N.D.O.S. onlus (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno).
Le due attività sono nate contemporaneamente al momento della laurea e per un certo periodo, quello in cui mi occupavo di chirurgia e prestavo parte del mio servizio al Centro Tumori di Trieste, si sono sviluppate parallelamente, anche in virtù della particolare attenzione che ho sempre riservato alla chirurgia mammaria e a tutte le implicazioni successive all’intervento di cui, allora, non si occupava nessuno e che erano, invece, psicologicamente devastanti.
Mi sono sempre chiesta cosa mi abbia dato l’A.N.D.O.S., in cambio del mio costante impegno di volontariato, prima come Presidente di Comitato ed ora come Coordinatore Nazionale, e la risposta è che mi ha insegnato ad ascoltare, con tutti i sensi, e a rispettare le opinioni altrui.
Ho imparato anche che il tempo della parola e quello dell’ascolto sono asimmetrici, che non tutte le persone sono in grado di esprimersi con il linguaggio verbale, che la rabbia non sempre è distruttrice ma talvolta è la base della rinascita, e che quasi tutte le opinioni hanno qualcosa di condivisibile.
Mi ha insegnato a guardare la persona nella sua interezza, a non identifi care la paziente con la sua patologia; a rispettare chi nella vita vive un’esperienza così assorbente e condizionante come il cancro o una qualunque patologia cronica.
Ho imparato a conoscere il valore incommensurabile di un sorriso dopo le lacrime.
Grazie al volontariato ho capito che è capace di dare sempre di più soltanto chi è abituato a farlo ma che ognuno, tranne rare eccezioni, può dare qualcosa imparando ad esplorare le potenzialità proprie e stimolando quelle degli altri, senza fermarsi all’apparenza e soprattutto senza farsi condizionare da preconcetti di qualsiasi genere.
Il mondo del volontariato mi ha insegnato ad essere paziente, a saper sopportare un minimo di anarchia, a fare una sintesi di tutti i pareri, anche se contrastanti, a rispondere a mille domande ed a usare tutto il tatto e la grazia di cui sono capace per far da paciere in discussioni, più o meno amichevoli.

Quanto quest’esperienza le è risultata utile nel suo lavoro di alta responsabilità di direzione sanitaria e di amministratore della Sanità Pubblica?
Nel lavoro mi è indubbiamente utile l’abitudine all’ascolto, guardare negli occhi le persone, cercare di capire il grado di soff erenza interiore e, perché no, la genuinità o sincerità nel porsi e nell’esporre i propri desiderata.
Come è stato utile aver imparato a guardare al di là delle parole, a cercare di capire le motivazioni vere che portano una persona ad esporsi o a proporsi, a diffi dare dagli adulatori, da chi pensa di assecondarti perché in quel momento rappresenti il potere e da chi ti rappresenta la realtà in modo condizionato o parziale.
Per migliorare l’organizzazione dei servizi mi è poi stato indispensabile conoscere il linguaggio della malattia, sapere quanto per un paziente è diffi coltoso conoscere il sistema sanitario e quindi accedervi.
Nella mia attuale esperienza di Direttore Generale di un’Azienda Sanitaria ho ritenuto utile attivare un nuovo organismo aziendale “Il tavolo permanente del volontariato” dove sono rappresentate tutte le Associazioni e le Consulte che sul territorio aziendale si occupano di tutte le patologie; questo confronto continuo da un lato stimola a sentire i portatori di interesse, dall’altro serve a far conoscere ai pazienti le nostre attività e diventare così un “sistema leggibile” e soprattutto usabile.
I rappresentanti delle Associazioni incontrano periodicamente i Direttori di Dipartimento esponendo le diffi coltà che incontrano nell’accedere ai servizi e proponendo azioni di miglioramento.
Il volontariato diviene così mediatore culturale portando alle istituzioni le problematiche e le aspettative dei pazienti e viceversa portando ad essi la chiave di lettura del sistema sanitario e il percorso facilitato o meglio, guidato per accedere ad esso.
Ho imparato che nel mio lavoro ogni protesta o esposto può signifi care un’opportunità di miglioramento del sistema, con la possibilità di rivedere l’organizzazione.
Nonostante i continui sforzi non sono ancora riuscita e forse non riuscirò mai a far capire all’intera organizzazione che i servizi sono in funzione delle persone che ne hanno bisogno e che quindi non possono, e non devono, essere organizzati a misura di operatore. 

Nella sua esperienza di direzione, ricorda qualche episodio nel quale ritiene che essere donna possa averla aiutata a comprendere specifi ci bisogni o problemi assistenziali?
E’ una domanda difficile. Nella mia carriera, che comincia ad essere lunga, mi sono sempre soff ermata sui bisogni dei più deboli, non so se perché donna o per il mio particolare vissuto.
Ho sempre dedicato la mia attenzione ai problemi della persona, rammento ad esempio: l’attivazione della scuola in ospedale per i bambini dell’ematologia e per i ragazzi del Centro Ustioni per permettere loro di mantenere un minimo di socializzazione; la loro particolare patologia, infatti, li vuole ricoverati in stanze in totale o parziale isolamento dal mondo esterno, spesso lontani dal loro luogo di origine e quindi dalla loro famiglia (S. Eugenio di Roma); il cambiamento dell’orario dei pasti per renderlo più consono alla vita esterna; l’apertura dell’ospedale alle visite esterne, in particolar modo dell’unità spinale; l’aver favorito le lezioni di scuola guida per i paraplegici nel perimetro ospedaliero (C.T.O. di Roma); mi sono impegnata per riorganizzare l’attività della senologia favorendo l’attivazione dello screening (ASL Rieti); per attivare il collegamento tra Pediatria ospedaliera e Pediatri di libera scelta ed il parto in acqua (USL Pisa); l’aver favorito il progetto “Il Passaporto della Maternità” per integrare il territorio con l’Azienda Ospedaliera, attraverso un documento anamnestico contenente notizie sulla diagnostica eff ettuata nei consultori per garantire la presa in carico delle donne extracomunitarie al momento del parto e nelle gravidanze a rischio; ho costituito “la Fondazione Salesi” per raccogliere fondi per attrezzature e progetti di “ospedale senza dolore”, la pet-therapy, la scuola, ecc. (Ancona).
Nella mia attuale esperienza alla ASL Roma B ho organizzato “il percorso senologico” dove la donna che accede sia dallo screening sia dalla mammografi a clinica trova tutti gli specialisti che si occuperanno di lei facendosi carico del suo trattamento, accompagnandola durante tutto l’iter dalla diagnosi al follow-up; il concorso “il Natale visto da me” riservato alle scuole elementari del territorio dell’Azienda, con il fi ne dichiarato di scegliere i biglietti di auguri da inviare, per avvicinare i bambini e le loro famiglie al sistema sanitario, che non deve essere visto come ostile ma come istituzione sociale; su sollecitazione del Comune e di un’associazione di Volontariato ho aperto “Casa Iride” una casa per pazienti in coma stabilizzato; infi ne ho promosso lo screening mammario nel carcere di Rebibbia.
In uno dei presidi aziendali è stata attivato il servizio “Non abbandonarlo” che è di fatto una moderna ruota per i neonati. Il servizio è stato realizzato in un territorio con grandi problemi sociali e con il più grande tasso di non riconoscimento del bambino alla nascita, per quelle donne che ignorano il diritto
di poter partorire in ospedale chiedendo che venga mantenuto l’anonimato e non sono comunque in grado di accudire al proprio bambino. In due anni c’è stato un solo caso di abbandono, ma aver protetto anche quell’unico bambino è, di fatto, un successo.
Mettendo insieme tutte le esperienze a favore della donna e del bambino, grazie al “Progetto Ospedale Donna” di ONDA, il Pertini ed il Policlinico Casilino, i due presidi ospedalieri aziendali, hanno ottenuto rispettivamente 3 e 2 bollini rosa. Ultimo impegno, in ordine di tempo, è la realizzazione dell’asilo nido aziendale aperto anche ai bambini inseriti negli elenchi del Municipio. Ovviamente mi sento qui di sottolineare che le idee non sono state tutte mie, ma sicuramente ho fatto il possibile per realizzarle. Ma, per tornare al volontariato, devo aggiungere che al di là della carriera professionale che mi ha portato a raggiungere traguardi insperati, sono una persona semplice che ha avuto bisogno, nei momenti di maggiore difficoltà personale, di sentirsi utile a qualcuno o a qualcosa, e che ha dedicato buona parte della vita al volontariato perché ha avuto molto più di quanto ha dato.
L’A.N.D.O.S. è stata per me un’isola su cui rifugiarmi per pensare agli altri superando me stessa.
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Abbronzarsi si può. Anzi, si deve

(Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi), 24 giugno 2009) 
MILANO - Non più il dito puntato contro il sole: la tintarella, assicurano i dermatologi, fa bene e ha anche un effetto anticancro. Dunque, sì all’abbronzatura, purché nel rispetto del buon senso e dell’intelligenza. Due e semplici sono le regole di base da rispettare: fare attenzione agli orari in cui ci si espone e utilizzare una protezione solare. «Il sole e l’abbronzatura – dice il presidente dell’Associazione dermatologi ospedalieri italiani, Patrizio Mulas - sono stati a lungo criminalizzati, ma va detto che, se «usato» con intelligenza, il sole ha importanti effetti benefici sulla salute e esercita anche un’azione antitumorale. Può invece diventare pericoloso - precisa l’esperto - se si eccede nell’esposizione».
«L’IMPORTANTE E’ NON SCOTTARSI» – Ognuno, dunque, deve essere sensibilizzato sulla necessità di limitare i raggi solari. Soprattutto in considerazione del fototipo a cui si appartiene. Attenzioni particolari vanno riservate ai tipi «rossi scozzesi», soggetti con carnagione bianca, spesso con efelidi, capelli biondi o rossi, occhi chiari, che non si abbronzano mai e generalmente si arrossano (quindi più sensibili perché meno protetti dalla melanina). «La prima raccomandazione - sottolinea Natale Cascinelli, referente del programma melanoma dell’Organizzazione mondiale della sanità – è non ustionarsi». Le scottature non vanno prese alla leggera perché, fra i principali fattori di rischio di alcuni tumori cutanei (quelli epiteliali, cioè basaliomi e carcinomi spinocellulari), c’è proprio l’eccessiva esposizione al sole in età infantile e giovanile, insieme a pelle e occhi chiari e a un elevato numero di nei. Frequenti e ripetute ustioni potrebbero, in questi casi, portare al formarsi di lesioni precancerose. «Infatti – precisa Cascinelli -, l’incidenza di questi tipi di cancro cutaneo si è rivelata maggiore in persone che lavorano all’aria aperta (come contadini o pescatori) e nelle aree corporee che vengono più spesso lasciate scoperte». Al contrario, non è stata dimostrata, a livello scientifico, una correlazione diretta fra i raggi ultravioletti e l’insorgenza di un melanoma, che fra l’altro è un tumore più frequente in zone del corpo normalmente meno esposte alla luce, come il tronco.
SOLE AMICO – In ogni caso, il sole resta un alleato della salute. Basti pensare alla vitamina D, che nasce da un derivato del colesterolo presente nello spessore della pelle. Quando i raggi ultravioletti battono sulla nostra cute, questa sostanza grassa di partenza si trasforma in vitamina D, preziosa nell’indurire il nostro scheletro. Così, secondo gli esiti di recenti ricerche, un’esposizione costante di due ore giornaliere diminuisce fino al 50 per cento il rischio di sviluppare tumore alla prostata, al seno e al colon-retto. La vitamina D, legata ai raggi solari, agisce anche contro malattie infettive, autoimmuni e cardiovascolari.
PER CHI CI TIENE ALLA PELLE – Prudenza è, comunque, la parola d’ordine. Una prima indicazione categorica vale soprattutto per i bimbi, per i quali l’esposizione nelle ore di punta (dalle 11 alle 15) dovrebbe essere evitata. Meglio quindi spostare le attività all’aria aperta in altri orari: i più indicati sono quelli del primo mattino e del tardo pomeriggio. Anche gli adulti, però, dovrebbero evitare le ore più calde e indossare indumenti protettivi, come cappelli e occhiali da sole, soprattutto nei primi giorni. Attenzione poi a ombrellone e bagni, come sottolinea Mulas: «Bisogna usare le creme protettive anche se si sta sotto l’ombrellone dove, comunque, arriva il 50 per cento dei raggi. E se si sta in acqua, perchè i raggi ultravioletti penetrano per un metro di profondità. Quindi, altro consiglio è utilizzare filtri resistenti all’acqua». Il rischio non si annida soltanto sulle spiagge. In alta quota, la barriera atmosferica s’assottiglia. E così la radiazione ultravioletta viene meno assorbita. Senza poi contare che il piano nevoso fresco, per esempio, è in grado di rimandare quasi l’80 per cento della radiazione solare (e la sabbia asciutta fino al 25 per cento). Ecco perché, tra i monti innevati, la tutela della pelle (e degli occhi) è d’obbligo.
I LIMITI DELLE CREME SOLARI – Sia chiaro, però: la vera difesa per la pelle non sono le creme solari, ma il senso della misura, tenendo sempre presente che non esiste al mondo una pomata capace di filtrare al cento per cento le radiazioni ultraviolette e, quindi, di assicurare una protezione assoluta. Nemmeno quelle destinate ai neonati e ai bambini. Dall’estate 2008, infatti, in tutta la Comunità europea è vietato pubblicizzare i prodotti per la protezione dai raggi ultravioletti con scritte del tipo Schermo totale o Protezione 100 per cento. E’ bene, quindi, non sentirsi troppo sicuri mentre ci si abbronza, prolungando i tempi di esposizione al sole estivo, perché sia i raggi Uvb (quelli che provocano le scottature ed eritemi) che gli Uva (quelli delle lampade abbronzanti), causa dell’invecchiamento prematuro della pelle e responsabili di macchie e rughe, sono sempre in agguato.
IL DERMATOLOGO, UN PREZIOSO ALLEATO - L’ultimo allarme in fatto di tumori della pelle prende il nome di cheratosi solare (o cheratosi attinica) e colpisce coloro che si espongono in maniera prolungata ai raggi solari o alle lampade abbronzanti. Secondo quanto emerso a Firenze dal congresso nazionale della Società italiana di dermatologia medica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse (Sidemast), infatti, il pericolo principale di questa malattia è rappresentato dalla cute attorno al tumore, che può a sua volta trasformarsi ed espanderlo e nemmeno le operazioni chirurgiche di asportazione garantiscono dal rischio di crescita di nuovi nuclei cancerosi. Le persone predisposte sono i cosiddetti fototipi 1 e 2, che si scottano facilmente. Ma sono in pericolo anche coloro che passano molto tempo sotto il sole. La malattia colpisce oggi il 3 per cento della popolazione sopra i 50 anni, ma si sta diffondendo anche in quella fascia di persone fra i 40 e i 50 anni che non rinunciano all’abbronzatura neanche in inverno Anche per questo, almeno una volta della vita dopo i 30 anni, è bene fare un controllo da uno specialista. La prevenzione (per individuare la malattia «in anticipo» e intervenire tempestivamente) ancora una volta è fondamentale: bisogna fare attenzione a eventuali cambiamenti di colore o forma dei nei già esistenti o alla comparsa di nuove formazioni «strane».  Torna su

11/07/2009, DESENZANO DEL GARDA - PALLEGGIANDOS


Comitato A.N.D.O.S. onlus di Oglio Po, Sezione di Castiglione delle Stiviere organizza l'11 luglio 2009, alle ore 16.00 il Palleggiandos Un Torneo di Tennis amatoriale, presso il Tennis Club ““Spiaggia D’oro” di Desenzano del Garda. Alle ore 20:00 seguirà cena con musica dal vivo (Suonerà il Prof. Umberto Micheli)e le danze.

Quota di partecipazione cena € 20,00 con supplemento di € 5,00 per i partecipanti al torneo

Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a:
Marisa ( Volontaria A.N.D.O.S. organizzatrice manifestazione ) Tel. 030 9142615
Tennis Club “Spiaggia D’Oro” Tel. 030 9914233
Sede Legale A.N.D.O.S. Oglio Po ( Via Ospedale Vecchio, 10 Viadana Mn ) Tel. 0375 780393
Sezione A.N.D.O.S. Oglio Po ( Via Formis, 15 Casalmaggiore Cr ) Tel. 0375201617
Sezione A.N.D.O.S. Oglio Po ( Via Ordanino, 13 Castiglione d/S Mn ) Tel. 0376 671923
Per motivi organizzativi le iscrizioni si riceveranno fino il 09/07/2009

PARTECIPATE NUMEROSI…. VI ASPETTA UNA FANTASTICA GIORNATA E POTRETE CONOSCERE I COMPONENTI DELL’ASSOCIAZIONE !!!
Vedi locandina 
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Tumori: alcuni ancora inguaribili ma nessuno incurabile

(Sportello cancro, Donatella Barus, 16 giugno 2009) 
 ORLANDO - «Il cancro? Inguaribile a volte; incurabile mai». Così dice Sylvie Ménard, colpita dal male che ha studiato per quarant’anni, molti dei quali spesi a capo del dipartimento di oncologia sperimentale dell'Istituto tumori di Milano. Si esprime così oggi la ricerca anche per i malati più difficili, di fronte ai quali, fino a poco tempo fa, si sventolava bandiera bianca. Il segnale che l'aria è cambiata arriva da una vetrina d'eccezione, il meeting annuale dell'Asco, il più importante appuntamento mondiale per gli oncologi. Degli oltre 4mila studi clinici presentati, molti riguardano loro, gli inguaribili dimenticati. Ci sono novità degne di nota? Almeno due, secondo Filippo de Braud, direttore della divisione di farmacologia clinica e nuovi farmaci dell'Istituto europeo oncologico di Milano e membro della Commissione tecnico scientifica dell'Agenzia del farmaco: le ricerche sul melanoma in fase metastatica e sui tumori gastrici in stadio avanzato. Due malattie che, nelle forme più gravi, finora non hanno goduto di scoperte rilevanti.
STOMACO - «Per il tumore dello stomaco la chemioterapia ha dato pochi vantaggi, ci sono molte incertezze e si usano farmaci 'vecchi' — dice de Braud — . Ora per la prima volta si è visto che un farmaco mirato, il trastuzumab, migliora la prognosi di malati con una particolare caratteristica (le cellule del loro tumore hanno quantità elevate di una proteina chiamata HER2), e sono circa il 22 per cento del totale». I pazienti coinvolti in uno studio coordinato dall'ospedale universitario di Lovanio, in Belgio, tutti con un tumore inoperabile e aggressivo, hanno avuto una sopravvivenza di 13,8 mesi contro i 10-11 attesi. Farmaco e test per HER2 sono già ampiamente utilizzati per i tumori del seno e già oggi i principali centri di cura italiani tengono conto dell'opzione trastuzumab anche per i carcinomi gastrici, sia pure in via per ora sperimentale.
MELANOMA - Di pazienti selezionati per identificare chi può davvero beneficiare di farmaci ad azione selettiva, che funzionano solo sulle persone con le caratteristiche adatte, si parla anche per i malati di melanoma metastatico. Fanno ben sperare, infatti, i primi risultati sull'efficacia di un nuovo farmaco, ancora in sigla per ora, PLX4032, che riduce il tumore e aumenta la sopravvivenza nei pazienti che esprimono una particolare mutazione nel gene BRAF. Non è rara, è la mutazione più comune in questo tumore maligno della pelle e si riscontra nel 65 per cento dei casi. Sempre sul melanoma in fase avanzata ha suscitato poi grande interesse l'abbinamento fra un vaccino terapeutico e l'interleuchina-2, la cui azione combinata permette di potenziare la risposta del sistema immunitario contro la malattia. «Ci sarà ancora da lavorare, ma finalmente — osserva de Braud — ci sono terapie attive. E' un faro che ci dice: andate avanti, c'è una strada da percorrere». Ma sono davvero progressi? Quale significato hanno per malati che vivono condizioni drammatiche? Gli esperti parlano con entusiasmo di terapie che regalano qualche mese di vita in più. «Definire un successo prolungare la vita di un uomo di nove o dieci mesi può apparire brutale, perché la malattia spesso lo è — riconosce Alberto Sobrero, primario di oncologia medica dell'ospedale San Martino di Genova — . Un esempio: per i tumori gastrici più gravi, quando anche il bisturi non serve più, fino agli anni Settanta si parlava di tre mesi di vita. Oggi possiamo offrire a questi pazienti un tempo almeno triplicato, mantenendo sott'occhio non solo la quantità, ma anche la qualità di vita. Significa vedere tre altre stagioni».
METASTASI - Ma è anche raccogliendo briciole che la medicina va avanti. Qualche precedente? «C'è stato un progresso scientifico per tante malattie metastatiche — sottolinea de Braud — ; nei tumori del colon dagli anni Novanta ad oggi la vita media è raddoppiata, in quelli del seno il 95 per cento delle donne operate vive almeno 5 anni; con i Gist (rari tumori addominali) ad alto rischio, prima del 2000 a volte i medici non sapevano dove sbattere la testa, ora con l'imatinib la sopravvivenza supera i 5 anni; per il rene fino a 3 anni fa si parlava di settimane o mesi, oggi di anni, anche per carcinomi aggressivi; nelle malattie ematologiche gli anticorpi monoclonali hanno rivoluzionato le prospettive di vita dei malati. E anche sui tumori cerebrali, proprio in questa edizione dell' Asco, sono stati presentati molti studi su farmaci antiangiogenetici attivi contro astrocitomi e glioblastomi». Intanto scompare a poco a poco il paziente senza volto che al contrario, diventa sempre più protagonista. Dice la sua, partecipa alle decisioni anche nelle situazioni più critiche. Ciò che deve chiedere e pretendere è che gli vengano proposte speranze e non illusioni. Perché c'è sempre incertezza nella ricerca. Donatella Barus 
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Una variante genetica risulta determinate nella scelta della chemioterapia più efficace per il trattamento del tumore alla mammella

(Salute Europa, 15/06/2009)
Ricercatori del National Cancer Institute americano hanno compreso che vi è un rapporto tra il profilo genetico delle donne affette da tumore alla mammella e la loro risposta al trattamento chemioterapico. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Clinical Cancer Research.
In particolare, è stata individuata una variante genetica, localizzata nel gene SOD2, che può determinare come la paziente reagisce al trattamento chemioterapico con ciclofosfammide, impiegato frequentemente per curare, tra gli altri, il carcinoma alla mammella. Il gene SOD 2 produce una proteina chiave che protegge le cellule dai radicali liberi, prodotti dai normali processi cellulari e dall’azione di alcuni farmaci chemioterapici. La variante identificata dai ricercatori nel gene SOD2 influisce nello specifico sulla struttura e sulla funzione della proteina codificata, un enzima antiossidante noto come superossido dismutasi manganese dipendente (MnSOD). MnSOD infatti agisce proteggendo le cellule dal danno causato dai radicali liberi, che, in livelli eccessivi, possono risultare tossici. Proprio per questo alcuni farmaci antitumorali sono basati sulla capacità di aumentare la produzione di radicali liberi, letale per le cellule.Alcuni studi hanno indicato che, poiché MnSOD neutralizza questi ultimi, è in grado di diminuire gli effetti dei farmaci chemioterapici. Per esempio, in laboratorio e su modelli animali, l’incremento dell’attività di MnSOD è risultata proteggere le cellule dagli effetti tossici della doxorubicina, ampiamente impiegata come farmaco anticancro. Nel nuovo studio invece sono state analizzate 588 donne affette da carcinoma alla mammella, delle quali solo alcune erano state trattate con chemioterapia, determinandone preventivamente il genotipo, e quindi quale variante di SOD2 avevano. Tra le pazienti trattate con chemioterapia, quelle con una variante vedevano ridursi la sopravvivenza, e quelle con un’altra mostravano addirittura un indice più basso. Ripetendo l’esperimento con altri chemioterapici – 5-fluorouracile, doxorubicina, e ciclofosfammide, di cui gli ultimi due produttori di radicali liberi – si è visto la presenza di una particolare variante risultava associata alla riduzione della sopravvivenza delle pazienti trattate. Gli effetti più rilevanti sono emersi dal trattamento con ciclofosfammide. In futuro il gruppo di ricerca conta di esaminare l’influenza di diverse varianti genetiche sulla resistenza ad altri chemioterapici.
Fonte: www.assobiotec.it/Assobiotec/Newsletter   
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Farmaci anticancro: quanto è giusto risparmiare?

(Sportello Cancro, Adriana Bazzi, abazzi@corriere.it , 16 giugno 2009)

DAL NOSTRO INVIATO ORLANDO — Gli italiani sono un po' più fortunati degli inglesi, ma molto meno di francesi, tedeschi e spagnoli: quando si parla di nuove cure contro il cancro (le cosiddette targeted therapies), la nostra sanità è quella che spende meno per i malati. Soltanto 3,4 euro pro capite, contro gli 8,5 della Francia, che è al primo posto, e lo 0,7 della Gran Bretagna che è all'ultimo, fra i 5 Paesi citati. Almeno stando a un rapporto del Karolinska Institutet di Stoccolma presentato al meeting annuale dell' Asco, l'Associazione degli oncologi americani, a Orlando. Ecco che cosa avviene in Europa: l'Emea, l'agenzia europea del farmaco, registra tutti gli antitumorali innovativi, poi spetta ai vari paesi fissare il prezzo e metterli in commercio. «In Italia mediamente — conferma Pierfranco Conte, oncologo all'Università di Modena — i farmaci vengono messi a disposizione del paziente con un anno di ritardo rispetto alla registrazione europea ».
CONTENIMENTO DELLA SPESA - Qualcuno sospetta che il «ritardo» sia un metodo di contenimento della spesa per i farmaci oncologici, soprattutto per i più nuovi, il cui costo è in crescita continua, tanto da preoccupare i Paesi con sistemi sanitari sia di tipo privatistico, come gli Usa, sia di tipo universalistico, come quelli europei. Il Naprix americano, l'associazione che raccoglie i venditori di farmaci, stima che nel 2009 la spesa per gli anti-cancro aumenterà del 15-16 per cento e l'Asco non soltanto discute il problema al suo meeting annuale, ma si è anche preoccupata di pubblicare un opuscolo dal titolo Managing the cost of cancer care, che serva da guida pratica ai pazienti e alle famiglie per contenere i costi ormai esorbitanti: suggerimenti su come scegliere i medici, come trattare con le assicurazioni, come detrarre dalle tasse le spese per le cure antitumorali.
GRAN BRETAGNA - La Gran Bretagna, che ha un organismo centrale per la valutazione dei farmaci (il Nice) molto severo, ha risolto il problema con questa filosofia: stop alle nuove terapie se costano più di 30.000 euro per anno di vita guadagnato in termini di qualità. Cioè: non basta che il paziente sopravviva, ma deve sopravvivere in buone condizioni. Ed è per questo che il Nice ha rifiutato il nuovo farmaco lapatinib contro il tumore al seno, perché troppo costoso e con insufficiente rapporto costo- beneficio, mentre ha accettato il sunitinib e il sorafenib nella cura del carcinoma renale, perché il gioco (il costo) vale la candela (l'effetto).
ITALIA - Anche in Italia (dove la spe¬sa per i farmaci oncologici rappresenta il 25-30 per cento di tutta la spesa farmaceutica ospedaliera) è corsa al risparmio e l'ultima trovata è il cosiddetto risk sharing, cioè la condivisione del rischio fra azienda farmaceutica e sistema sanitario, che prevede il sistema pay per performance, già tradotto in «soddisfatti o rimborsati». Patrizio Piacentini, segretario della Sifo (Società italiana di farmacia ospedaliera) in Lombardia e direttore del Dipartimento di farmacologia all'Ospedale San Carlo di Milano spiega: «Prendiamo il lapatinib, appena arrivato da noi: se dopo 12 settimane di terapia si dimostra che non c'è una progressione del tumore, si continua la cura a spese del sistema sanitario nazionale. Altrimenti spetta all' azienda pagare le dodici settimane 'inefficaci'». Ma a questo punto si apre il discorso di come valutare la progressione: con Tac, risonanze magnetiche, ecografie? Esami costosi che dovranno rientrare nella valutazione complessiva della spesa. Il vero problema, però, è un altro: come stabilire la reale portata innovativa di questi farmaci (e cioè l'effettiva efficacia clinica) che possa in qualche misura giustificare i costi? Il sistema sono le sperimentazioni sui pazienti. All' Asco la quantità di studi di confronto fra diversi schemi di cura presentati è stata vera¬mente impressionante; un'accesa battaglia fra farmaci, a colpi di statistiche e di percentuali. «Ma spesso — commenta Piacentini — aggiungono soltanto giorni di vita, nemmeno mesi». Così quella che i ricercatori chiamano significatività statistica non sempre si traduce in una significatività clinica per il malato, cioè in un reale beneficio. Ci sono però pazienti che rispondono meglio e pazienti che rispondono peggio: per questo bisogna dare il farmaco giusto al paziente giusto, per evitare inutili effetti collaterali, in chi non ne trae beneficio, e inutili sprechi. La soluzione potrebbe essere offerta dalla selezione dei pazienti attraverso la carta di identità genetica del tumore che permette di individuare i farmaci più efficaci per quel particolare tipo di neoplasia: la medicina «tagliata» sul paziente, anzi sul tumore. Ma anche il costo dei test è tutto da valutare nel prossimo futuro. Torna su

Tumore della mammella: arriva lapatinib.

Se non funziona paga l’azienda: accordo tra GlaxoSmithKline e AIFA
(Salute Europa, 09/06/2009)
Dodici settimane di tempo per verificare l’effettiva efficacia del farmaco. Se la progressione del tumore si blocca, come hanno dimostrato gli studi clinici, la paziente proseguirà la terapia e lo Stato sosterrà il costo delle compresse. In caso contrario, il ciclo terapeutico sarà a carico dell’azienda produttrice.
Gli anglosassoni la chiamano pay for performance, cioè pago il rendimento, una modalità non nuova ma sicuramente tra le prime in oncologia e per una patologia così diffusa come il cancro della mammella. Una tutela per la comunità, visti i costi elevati dei farmaci “mirati”, che piace anche agli oncologi, chiamati a fare i conti con i limiti di budget a disposizione.
Un sondaggio condotto da SWG dimostra infatti che quasi uno specialista su due approva questa modalità di approccio, che oltre ad essere virtuosa mette nel giusto risalto la reale innovazione terapeutica portata da un nuovo farmaco. Anche per questo appaiono di grande interesse clinico le ricerche che hanno portato alla disponibilità del nuovo farmaco. “Lapatinib – spiega Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento i Oncologia ed Ematologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è una piccola molecola ad azione intracellulare, somministrata per via orale. E’ un duplice inibitore della tirosin-chinasi, che si lega in modo specifico ai recettori ErbB1 (EGFR) ed ErbB2 (HER2). L’attivazione del recettore HER2 è infatti riconosciuta come un fattore chiave della proliferazione cellulare e della progressione del tumore. Per questo, bloccare il segnale inviato dal recettore ErbB2 è parte integrante della terapia del tumore al seno HER2+”.  “Lo studio registrativo – illustra Luca Marini, direttore medico oncologia di GlaxoSmithKline - ha arruolato 399 donne con tumore mammario metastatico in progressione, la maggior parte fortemente trattate in precedenza con tutti i presidi a disposizione, compreso trastuzumab, l’unico farmaco specifico, almeno finora, per questo tipo di tumore. In combinazione con capecitabina, un chemioterapico orale, lapatinib ha dimostrato anche in queste pazienti un aumento significativo del tempo medio alla progressione, il tempo per intenderci in cui la malattia rimane sotto controllo senza progredire: si è passati dai 4,3 mesi della terapia con il solo chemioterapico ai 6,2 mesi della combinazione. Nelle pazienti invece arrivate allo studio dopo aver subito un minor numero di trattamenti in precedenza, vale a dire dopo un regime terapeutico meno invasivo, l’aumento del time to progression passa dalle 19,7 settimane con capecitabina, alle 49,4 con la combinazione: quasi otto mesi in più. L’associazione, rispetto al braccio di controllo, ha determinato inoltre una riduzione del 43% del rischio di progressione di malattia”. C’è però un dato che aggiunge significato alle potenzialità di questa targeted therapy. “In genere il tumore mammario – conferma Conte - tende a metastatizzare in organi ben definiti, come le ossa, i polmoni, il fegato o l’encefalo. In particolare la possibilità che questa forma si diffonda al cervello è estremamente elevata. Il 10-30 per cento dei tumori mammari dà origine a metastasi cerebrali, e nel caso di tumori con recettori HER-2 positivi, quasi una donna su tre sviluppa metastasi al sistema nervoso centrale. A questo proposito lo studio registrativo ha evidenziato una frequenza significativamente inferiore di metastasi cerebrali nel gruppo trattato con l’associazione lapatinib capecitabina rispetto a capecitabina in monoterapia (2% vs. 6%). Questo è spiegato dalla particolare struttura chimica, che consente a lapatinib di passare la barriera ematoencefalica e di agire là dove gli altri farmaci non erano riusciti”. Il tumore della mammella è un nemico che colpisce ancora ogni anno in Italia circa 40 mila donne. Il 25% di questi tumori, dai 7 ai 10.000 casi, hanno caratteristiche di elevata aggressività e una prognosi peggiore. Come accennato, è stato dimostrato che in questi casi le cellule tumorali presentano sulla loro superficie un elevato numero di recettori HER-2, compreso tra 20.000 e 50.000. Per ragioni ancora sconosciute può capitare che il gene per l’HER-2 venga amplificato (cioè la sua sequenza sia ripetuta più volte nel DNA delle cellule tumorali) e quindi cresca di conseguenza il numero dei recettori. L’effetto finale è quello di accelerare i processi di proliferazione e di formazione di metastasi. Esiste un test specifico, in grado di identificare la sovraespressione dell’HER-2, che consente quindi di diagnosticare precocemente i tumori HER-2 positivi. Bastano queste evidenze della ricerca per dimostrare come trovare risposte sempre più mirate alle caratteristiche delle cellule tumorali sia uno degli obiettivi dell’oncologia moderna.“Secondo i dati pubblicati dalla rivista Therapy Analisis relativi al 2007 – sostiene Francesco Cognetti, direttore dell’oncologia del Regina Elena di Roma - i farmaci antitumorali, con oltre 1000 nuove molecole in studio, sono al primo posto nella graduatoria delle classi farmacologiche su cui si sta più investendo. Una situazione simile si osserva quando si prendono in esame i farmaci biotecnologici: nel 2008 erano 254 i candidati in fase di sviluppo in questo settore. L’oncologia è quindi la branca medica che punta maggiormente all’innovazione. E la grande rivoluzione offerta dalla crescita di queste conoscenze si chiama targeted therapy. Comprendendo meglio i meccanismi molecolari che stanno alla base delle differenze tra la cellula neoplastica e quella sana è infatti stato possibile mettere a punto molecole in grado di agire esclusivamente sulle unità tumorali, che presentano caratteristiche tali da essere riconosciute dai farmaci, disegnati proprio sulla scorta di queste loro specificità”. Cosa significa per il paziente avere a disposizione un antitumorale da assumere per bocca e, nello stesso tempo, quali sono i pro e i contro per la struttura che lo assiste e come deve organizzarsi per rispondere al meglio ad un approccio terapeutico anche concettualmente diverso da quello abituale. “Il punto di vista del paziente in proposito è chiarissimo ed è documentato da un lavoro del ’97 (Liu J Clin Oncol 1997) più che mai attuale – spiega Marco Venturini, direttore del Dipartimento di oncologia dell’Ospedale Sacro Cuore don Calabria di Negrar (Vr) - in generale la preferenza per le terapie orali rispetto alla somministrazione per endovena è di 9 a 1. Se andiamo a leggere il dettaglio, le motivazioni insite a questo risultato si possono riassumere in due punti: prima di tutto la possibilità per il malato di curarsi a casa propria; secondo, la facilità di assunzione e l’assenza dei problemi connessi alla somministrazione venosa. Il problema principale della terapia orale – e qui veniamo al tema di come dovrebbero organizzarsi i reparti di oncologia - è la compliance. Purtroppo accade, lo vediamo quotidianamente, che molti pazienti non prendono i farmaci secondo lo schema stabilito e concordato con il medico. E’ riportato che oltre il 25% dei pazienti o assume dosi ridotte del farmaco o non lo assume proprio. Oppure, aspetto altrettanto importante, molti continuano ad assumere il farmaco nonostante questo abbia effetti collaterali, come per esempio la diarrea, che il malato magari considera ineluttabili, ma che invece possono essere o diventare pericolosi. Un terzo aspetto è che vi sono una serie di interazione tra le terapie orali e altri farmaci o addirittura con i cibi. Cosa deve fare l’ospedale? A mio avviso, visto che i farmaci orali stanno diventando sempre più uno standard terapeutico, è necessario organizzare una struttura di supporto ad hoc come è stato fatto a suo tempo per le terapie endovenose. Allora vennero istituiti i day hospital o gli ambulatori dove il paziente veniva accolto e curato, oggi bisogna dedicare tempo e spazio per selezionare, educare e seguire il paziente, soprattutto nelle prime fasi”. Un approccio, quello della targeted therapy, che piace dunque agli oncologi e alle donne, secondo quanto riportano due sondaggi elaborati da Tomorrow SWG. Quello agli oncologi, somministrato tramite il portale medico eDott, ha visto una risposta del 78% del campione (135 oncologi, il 10% degli iscritti) ritiene assolutamente innovative le terapie a bersaglio molecolare, anche se circa 4 su 10 sono convinti che ci siano ulteriori margini di miglioramento nella precisione dell’azione e, probabilmente, nell’efficacia: un incremento di 14 mesi nella sopravvivenza già adesso è comunque considerato un buon risultato. Indiscutibile il progresso nell’assunzione: il 66% giudica positivamente la terapia orale rispetto al chemioterapico in infusione, soprattutto per quanto riguarda la qualità della vita (60%), intesa come gestione a casa della malattia. Le criticità arrivano dai vincoli normativi e dalla sostenibilità economica. “Circa un terzo degli oncologi (29%) ritiene congruo il costo delle terapie mirate – spiega Massimo Sumberesi, amministratore delegato di Tomorrow SWG – ma anche la maggioranza, il 56%, lo giudica tutto sommato abbastanza congruo, contro un 15% che ha un parere diametralmente opposto: poco o per niente congruo. Costo che si riflette comunque sulle esigenze di budget: il 26% risponde che è del tutto o molto vincolante, il 22% poco o per nulla vincolante. Anche in questo caso la maggioranza, il 50%, sta nel mezzo: abbastanza vincolante. Quanto al sistema attuale di rimborso delle terapie mirate da parte del Servizio sanitario nazionale – continua Sumberesi - le perplessità degli oncologi sono consistenti (30% lo ritiene poco o per nulla adeguato), tanto che tra le alternative possibili viene preferita da poco meno di uno specialista su due è il risk sharing, in compartecipazione con le case farmaceutiche, ma solo a fronte di dimostrate evidenze cliniche di successo.L’altra metà del campione si divide in un 38% che apprezzerebbe un rimborso selettivo solo su alcune terapie identificante preventivamente come utili e un 15% che suggerisce un rimborso generalizzato per tutte le terapie ma solamente su indicazione dello specialista”.
L’accesso ai farmaci anticancro più innovativi, legato da un lato al loro costo elevato, dall’altro alla lentezza nella registrazione in Italia è un argomento dibattuto da tempo. “Queste due situazioni – a giudizio del prof. Cognetti - creano un vero e proprio gap rispetto ad altri Paesi del vecchio continente, e rischiano di creare disparità nell’accesso ai medicinali per i nostri pazienti. E’ dunque fondamentale che oggi più che mai venga riconosciuto il patrimonio legato all’innovazione terapeutica, anche in un momento di particolare attenzione alle condizioni economiche, al fine di offrire cure appropriate e conoscenze il più possibili diffuse.Un altro tema strettamente correlato e che merita grande attenzione riguarda il processo di regionalizzazione della sanità, che potrebbe portare in futuro a situazioni discordanti nell’ambito di una stessa area geografica, da una regione all’altra. Questa situazione rischia di contraddire il principio democratico di uguaglianza tra i cittadini”.Sull’argomento tumore al seno e terapie targeted, Tomorrow SWG ha sentito anche l’opinione di 1000 donne dai 18 ai 64 anni. Lo scenario che se ne ricava è a luci ed ombre. Il primo dato è che, nonostante l’informazione e i progressi scientifici, il cancro alla mammella terrorizza ancora le donne, che però non fanno moltissimo per informarsi e per prevenire la malattia.“Soltanto il 28% - dice Sumberesi - afferma di sentirsi informata. E solo una donna su due ha eseguito la mammografia a fini di prevenzione (per la prima volta oltre i 35 anni nel 75% dei casi). La cadenza d'effettuazione diviene poi regolare, ma con frequenza comunque ridotta: almeno una volta all'anno soltanto per poco più del 40%”. Di conseguenza anche la conoscenza delle terapie targeted è molto limitata.“Il livello informativo auto percepito circa le terapie attuali è assai modesto: si dicono del tutto o molto informate soltanto 13 donne su 100 – fa sapere Sumberesi. Una volta informate, le valutazioni nel merito dell'innovatività, dell'efficacia, della tollerabilità e della possibilità di assunzione orale appaiono comunque ampiamente positive”. Sui costi non hanno un’idea precisa. Il campione li prefigura elevati ma quattro donne su dieci non sono in grado di esprimere alcuna opinione.“Nonostante ciò, l'auspicio di sei donne su dieci, è che le terapie più innovative siano comunque impiegate anche per le pazienti in fase terminale e senza speranza di guarigione, e che sia lo Stato a provvedere al rimborso integrale del loro costo”. &