NEWS DEL 15 LUGLIO 2009
- Seno, la sindrome metabolica potrebbe aumentare il rischio di tumore
- Un decennio dopo l’avvento delle molecole a bersaglio
- “Il corpo ritrovato”, dermatologi incontrano pazienti oncologiche del Gemelli per consigli estetici nel corso dei trattamenti
- Un nuovo freno alle metastasi ossee
- Tumori: nuova tecnica studio cellule
- Terza edizione dei “bollini rosa” promossa da O.N.Da.: 93 nuovi bollini, oltre 230 ospedali “in rosa”
- Un bicchiere di vino al giorno per meglio tollerare la radioterapia
- "Accolta richiesta Favo: Brunetta modifica fasce di reperibilità"
- Ricercatori australiani combattono il cancro con un 'cavallo di Troia'
Seno, la sindrome metabolica potrebbe aumentare il rischio di tumore
RICERCA USA
Sospetti su mix di fattori come sovrappeso e alti valori di colesterolo, glucosio, trigliceridi e insulina nel sangue
(Sportello Cancro, Vera Martinella, 14 luglio 2009)
Il termine «sindrome metabolica» indica un insieme di sintomi e fattori di rischio che comprendono obesità, ipertensione, colesterolo, trigliceridi e insulina elevati
MILANO – I cambiamenti fisiologici legati alla sindrome metabolica potrebbero giocare un ruolo nella formazione del cancro al seno. E’ quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della Albert Einstein College of Medicine di New York e pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention.
COLPISCE UN ITALIANO SU QUATTRO - Il termine «sindrome metabolica» (detta anche sindrome da insulino-resistenza) sta a indicare un insieme di sintomi e fattori di rischio che comprendono obesità, ipercolesterolemia (presenza di un elevato tasso di colesterolo nel sangue), alti livelli di glucosio e di grassi e alta pressione sanguigna. Sono disturbi spesso associati allo stile di vita – scorrette abitudini alimentari, peso eccessivo, vita sedentaria – che colpiscono, in Italia, circa il 25 per cento degli uomini e il 27 per cento delle donne:14 milioni di connazionali in tutto, principalmente d’età avanzata.
RISCHI PER CUORE, DIABETE E TUMORE - Studi precedenti avevano confermato che le persone colpite da sindrome metabolica hanno un elevato tasso di mortalità legato a problemi cardiovascolari e sono più esposte ad ammalarsi di diabete. Ora, ai danni per la salute, si aggiungerebbe il rischio di sviluppare un tumore mammario in post-menopausa. Infatti, la sindrome metabolica è caratterizzata da elevati valori di insulina nel sangue e, grazie alle conoscenze raggiunte negli ultimi anni, è ormai certo che questi (uniti ad alti livelli del fattore di crescita IGF-I, insulin-like growth factor) sono associati a maggiori probabilità di sviluppare un carcinoma mammario. O, se la malattia è già comparsa, a un maggior rischio di recidive.
LO STUDIO - Il sospetto dei ricercatori è proprio che il legame fra la sindrome e il cancro al seno passi attraverso gli ormoni (quali l’insulina, gli estrogeni, le citochine e i fattori di crescita), che giocano un ruolo nell’insorgenza di una neoplasia. «Le conclusioni del nostro lavoro – dicono gli studiosi americani - suggeriscono che soffrire di sindrome metabolica, o di alcuni suoi fattori, potrebbe raddoppiare il rischio di cancro al seno in post-menopausa. Le analisi precedenti hanno rapportato singoli sintomi della sindrome metabolica con il tumore al seno, ottenendo risultati inconcludenti. Mentre questo è il primo studio a valutare il rischio associato alla sindrome metabolica nel suo complesso». Sono state perse in considerazione 4.888 donne fra i 50 e i 79 anni, nessuna diabetica. I ricercatori le hanno seguite per otto anni, duranti i quali sono stati diagnosticati 165 casi di carcinoma mammario. Le donne che avevano la sindrome metabolica dai tre ai cinque anni prima della diagnosi del cancro al seno mostravano un rischio doppio rispetto al normale. Inoltre, alcuni sintomi (in particolare l’alta pressione diastolica sanguigna e un elevato tasso di glucosio e trigliceridi nel sangue) hanno mostrato delle associazioni significative con l’insorgenza del tumore. «Abbiamo però bisogno di ulteriori risultati che confermino quelli ottenuti e che ci permettano di calcolare il rischio di cancro al seno per ogni sintomo della sindrome metabolica», hanno concluso i ricercatori.
A Roma convegno del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita: un decennio dopo l’avvento delle molecole a bersaglio
(Salute Europa,14/07/2009)
Le terapie a bersaglio molecolare hanno ottenuto, dal 1998 al 2008, un aumento della sopravvivenza nei tumori di mammella, colon retto, rene, tumori stromali gastrointestinali (GIST) e linfomi nell’ordine del 5%. Un contributo determinante, che si aggiunge ai successi della prevenzione, dei programmi di screening e a trattamenti “tradizionali” sempre più affinati: grazie a questo mix di eccellenza, l’Italia si colloca tra i paesi con la più bassa mortalità per cancro in Europa.
Sono oltre un milione e mezzo le persone che l’hanno sconfitto. Il dato è emerso nel corso di un incontro promosso oggi a Roma dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, Presidenza del Consiglio dei Ministri, che ha visto riuniti alcuni fra i massimi esperti del nostro Paese.
“Si tratta di un momento di condivisione necessario – ha affermato Leonardo Santi, professore emerito dell’Università degli Studi di Genova, presidente del Comitato e coordinatore dell’incontro -. Ricercatori e clinici devono portare il loro contributo nelle sedi istituzionali, così che le valutazioni tecniche non passino mai in secondo piano rispetto a considerazioni sugli equilibri di spesa. Vanno combattuti gli sprechi che ancora oggi esistono, con una severa razionalizzazione degli interventi.
Le terapie target hanno determinato benefici evidenti per i malati di tumore, in termini di riduzione della mortalità ma soprattutto di miglior qualità di vita. Ad un prezzo assolutamente sostenibile: contrariamente a quanto si pensa, infatti, i farmaci biologici o target incidono solo per il 4% sul complesso dei costi in oncologia. Le molecole a bersaglio, inoltre, permettono di essere impiegate in pazienti selezionati, con un utilizzo estremamente mirato e appropriato delle risorse. Va quindi affinata la ricerca sui marcatori biologici così da trattare solo chi risponde, con risultati che hanno superato le nostre aspettative e continuano a dimostrare evidenze”.
È il caso di imatinib, il “capostipite” di questo tipo farmaci, che ha cambiato la storia della leucemia mieloide cronica resistente alla terapia con interferone. O ancora del cetuximab, da pochi giorni rimborsato dall’AIFA come trattamento di prima linea nei pazienti colpiti da tumore metastatico del colon retto caratterizzati dal gene K-Ras non mutato.
Gli esperti riuniti a Roma sono stati concordi: il futuro sarà sempre più rivolto alla personalizzazione delle terapie per colpire la singola neoplasia.
“È ormai improprio infatti parlare di tumore del seno – ha spiegato il prof. Francesco Cognetti, Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’INT Regina Elena IRCSS Roma - si deve utilizzare il plurale, perché le differenze biologiche sono tante e tali da configurarsi come vere e proprie patologie diverse. Il carcinoma della mammella è fra quelli che più hanno beneficiato della target therapy, già disponibile in adiuvante, che può portare alla guarigione”.
Il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita (CNBBSV), è chiamato a supportare il Governo nell’adozione di indirizzi scientifici, economici e sociali su queste materie. È evidente che l’oncologia, con 240 mila nuovi casi di tumore e 140 mila decessi l’anno in Italia, rappresenta un’area di estremo interesse. Fra le questioni più attuali dibattute nell’incontro, vi è stata la scadenza dei brevetti delle prime terapie biologiche messe a punto, con l’avvento sul mercato dei farmaci biosimilari. Si tratta di prodotti biotecnologici simili ma non uguali all’originatore che destano non poche perplessità sulla loro effettiva equivalenza.
Su questo e altri temi si sono confrontati, oltre ai proff.ri Santi e Cognetti, Paolo Grillo, Presidente dell’Accademia delle Biotecnologie, Francesco Di Costanzo, Direttore dell’ Oncologia Medica del Careggi di Firenze, Giampaolo Tortora direttore della Cattedra di Oncologia Medica dell'Università Federico II di Napoli, Adriana Albini, Responsabile della Ricerca Oncologica Polo Scientifico e Tecnologico dell’IRCCS Multimedica di Milano, Adriana Maggi del Dipartimento di Scienze Farmacologiche Università degli Studi di Milano, Claudio Pisanelli, Farmacista Dirigente del San Filippo Neri di Roma e Filippo De Braud, Direttore Divisione Farmacologia Clinica e Nuovi Farmaci dell’IEO di Milano.
I tumori che più hanno beneficiato dell’impatto delle nuove terapie target sono quello del seno, del colon, il carcinoma gastrico, il GIST e il rene. “Ma gli studi sono in corso per tutte le patologie – ha commentato il prof. Di Costanzo –: è su questo fronte infatti che si concentra la gran parte degli investimenti, pubblici e privati. I costi di sviluppo delle molecole biotech sono enormi, con criticità che richiedono uno specifico “know-how”, linee produttive dedicate e studi multicentrici internazionali. In questo campo il nostro Paese si pone ai primi posti al mondo: centri italiani partecipano o coordinano le più significative sperimentazioni e i nostri ricercatori sono fra i più apprezzati per il livello e l’ampiezza della produzione scientifica”. “Un patrimonio impagabile – ha concluso il professor Santi – al servizio delle Istituzioni per la miglior tutela della salute dei cittadini”.
“Il corpo ritrovato”, dermatologi incontrano pazienti oncologiche del Gemelli per consigli estetici nel corso dei trattamenti
(Salute Europa, 13/07/2009)
Guardarsi allo specchio, curare la propria estetica, per una persona ammalata di tumore, rappresenta un momento difficile che si tende a rimuovere dalla quotidianità. Le terapie, gli interventi, spesso incidono più che sull’aspetto fisico su quello psichico dei pazienti che, provati da un’esperienza dura e logorante, perdono fiducia in sé stessi e tendono spesso a rinunciare e a perdere il piacere di stare con gli altri.
Questo aspetto ci è sembrato importante da non sottovalutare nella vita quotidiana di chi è sottoposto a cure e terapie. Così ci siamo chiesti se curare il proprio aspetto durante questo difficile periodo potesse essere considerato un piccolo passo verso la guarigione ed abbiamo pensato di si!!
Con l'apertura della Libreria dell'Anima, che ha riscontrato un gradito successo da parte delle pazienti ricoverate presso il Reparto di Ginecologia Oncologica del Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna e della Vita Nascente, Diretto Dal Prof. Giovanni Scambia, del Policlinico “A. Gemelli” si è avviato il progetto di umanizzazione dell'Ospedale Donna. Maria Rosaria De Luca, ideatrice della Libreria dell'Anima, insieme alle Dott.sse Felici e Lorusso, si fa ora promotrice di un'altra iniziativa finalizzata a rendere l'ospedale sempre più a dimensione donna: “Il corpo ritrovato”; a tale proposito ha organizzato un incontro che si terrà il giorno 16 luglio p.v. alle ore 16,00 presso il Policlinico “A. Gemelli” aula 615 dedicato a pazienti sottoposte, o che sono state sottoposte a trattamento chemioterapico e/o radioterapico al fine di trasmettere il messaggio che un aspetto migliore può farci sentire meglio ed aiutarci a reagire con forza e determinazione.
Si vuole dare la possibilità alle pazienti di ricevere consigli da dermatologi che insegneranno a prendersi cura della propria pelle; da esperti di makeup con le Consulenti Clinique che sapranno consigliare il trucco più adatto a valorizzare il proprio aspetto e a nascondere i danni da terapia; da parrucchieri che daranno consigli sull'uso del foulard o della parrucca. Autorevoli esperti di moda e di costume ritengono che il foulard, tanto amato negli anni Sessanta da donne come Sofia Loren e Jackie Kennedy, abbia una prerogativa unica: quella di conferire un’eleganza istantanea, l’uso della parrucca invece, in una visione più attuale, può essere interpretato come diversivo al solito look, un espediente per sorprendere e perché no, per essere e apparire diverse, forse irriconoscibili, per poter… addirittura osare.
Un nuovo freno alle metastasi ossee
(Salute Europa, 10/07/2009)
Un principio attivo intelligente in grado di rallentare gli effetti delle metastasi ossee: si chiama denosumab, ed è l’anticorpo monoclonale che viene dal futuro, quello delle biotecnologie, l’ultima frontiera in tema di sviluppo farmacologico. Presentato oggi in California uno studio che dimostra la sua superiorità rispetto alle terapie attuali nel ridurre e ritardare la comparsa di metastasi ossee nelle pazienti affetti da cancro al seno in 2.049 pazienti affette da carcinoma mammario in stadio avanzato. La superiorità è stata dimostrata nel ritardare una serie di complicazioni ossee gravi, nell'insieme denominate SRE (o eventi scheletrici correlati) e che comprendono anche fratture e compressione del midollo spinale.
"Siamo estremamente lieti dei risultati di questo importante studio, che dimostra come questo anticorpo monoclinale può ridurre o ritardare le gravi complicanze delle metastasi ossee nelle pazienti affette da carcinoma mammario più efficacemente rispetto all'attuale standard terapeutico, e con un profilo beneficio/rischio favorevole - ha dichiarato Roger M. Perlmutter, M.D., Ph.D., Executive Vice President della Ricerca e Sviluppo Amgen - Questi risultati sottolineano l'importanza del RANK Ligand nella progressione delle malattie delle ossa, e promettono di migliorare le cure per le pazienti affette da carcinoma mammario in stadio avanzato”.
Si tratta del primo anticorpo monoclonale totalmente umano in fase finale di sviluppo clinico che bersaglia in maniera specifica il RANK Ligand, il regolatore essenziale degli osteoclasti (le cellule che degradano l'osso).
Le metastasi ossee, la diffusione dei tumori all'osso, rappresentano un problema grave per le pazienti affette da carcinoma mammario in stadio avanzato, con tassi d'incidenza che raggiungono il 75%. Quando il cancro si diffonde all'osso, le cellule tumorali in crescita indeboliscono e distruggono il tessuto osseo attorno al tumore. Tale danno può portare a una serie di complicanze ossee gravi, nell'insieme denominate SRE (o eventi scheletrici correlati).
Le metastasi dell’osso rappresentano la terza sede più comune di metastasi, precedute solo da polmone e fegato. Sono cellule tumorali che si separano dal tumore e migrano al tessuto osseo dove si insediano e si sviluppano, si verificano in più di 1,5 milioni di persone nel mondo. Con i miglioramenti delle cure oncologiche, con diagnosi più precoci e nuove opzioni terapeutiche, che hanno portato ad aumenti dei tassi di sopravvivenza, sta crescendo il numero di pazienti che sviluppano una malattia metastatica secondaria a un cancro primario. Le metastasi ossee rappresentano un problema importante per i pazienti con alcuni tipi di cancro in stadio avanzato, con tassi di incidenza prossimi al 100% nei pazienti affetti da mieloma e che toccano il 75% nei pazienti affetti da carcinoma mammario e prostatico.
In Italia è possibile stimare un’incidenza annuale di metastasi ossee di circa 35.000 nuovi casi/anno. In un 20% circa dei pazienti rappresentano la prima lesione alla diagnosi: sono dolorose ed invalidanti e compromettono in modo significativo la qualità di vita.
Con le metastasi ossee, le cellule tumorali in crescita indeboliscono e distruggono il tessuto osseo attorno al tumore. Il danno provocato dal tumore all'osso può portare a una serie di complicazioni gravi denominate eventi scheletrici correlati (SRE). Questi comprendono: frattura di un osso, radioterapia ossea, chirurgia ossea, o compressione del midollo spinale. Tutte complicanze gravi per i pazienti affetti da cancro in stadio avanzato. Negli USA l’onere economico dei pazienti con metastasi ossee è notevole e l’anno scorso è stato stimato a $12,6 miliardi. I pazienti con metastasi ossee in cui si verifica un SRE hanno dei costi medici significativamente superiori rispetto ai pazienti in cui non si verifica.
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Tumori: nuova tecnica studio cellule
Studiata dal Sincrotone Elettra di Trieste, si basa su scansioni
(ANSA, Scenza, news, 2/07/2009)
(ANSA) - LONDRA, 2 LUG - Un'equipe internazionale di ricercatori ha sviluppato un nuovo metodo per monitorare la crescita ed il movimento delle cellule. La tecnica del Sincrotrone Elettra di Trieste si basa su immagini tridimensionali simili alle scansioni Cat usate in ospedale, ma a risoluzione molto piu' alta. Potrebbe facilitare la diagnosi dei tumori allo stadio iniziale,determinare se un tumore si e' diffuso ad altri organi o servire ad osservare come cellule staminali impiantate riparano i tessuti.
Terza edizione dei “bollini rosa” promossa da O.N.Da.: 93 nuovi bollini, oltre 230 ospedali “in rosa”
(Europa Salute, 01/07/2009)
Sanità “a misura di donna” sempre più diffusa in Italia: 93 le strutture che quest’anno si sono aggiudicate i prestigiosi bollini rosa (su 103 candidate) e che si aggiungono alle 96 premiate nel bando 2008 e alle 44 del 2007 per un totale di oltre 230 ospedali “in rosa” sull’intero territorio nazionale. Nello specifico, sono stati assegnati 3 bollini a 27 strutture, 2 a 38 e 1 bollino a 28. Il Nord è ancora la realtà geografica più rappresentata con il 52% delle candidature, ma il Sud è in recupero con il suo 25%. Un dato interessante: svelate eccellenze nelle strutture italiane all’estero come al Cairo (Egitto) e Bellinzona (Svizzera). E sempre più donne in posizioni apicali e personale infermieristico femminile: fino al 90% in unità complesse per patologie che interessano le donne. Esono questi i dati più significativi della terza edizione del progetto Ospedaledonna promosso da O.N.Da, Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna, presentati ieri a Roma.
Il progetto premia con i bollini rosa le strutture attente alle esigenze delle donne che, con 5 milioni di ricoveri ogni anno - per un totale di 9 milioni di italiani - rappresentano l’utenza maggiore dei servizi sanitari. Ma gli ospedali, progettati, diretti e gestiti da uomini, spesso non sono in linea con le esigenze tipicamente femminili.
Grazie a O.N.Da, però, qualcosa si è mosso. Tre esempi su tutti dai 3 migliori bollini rosa di quest’anno: un percorso a 360° per il trattamento della patologia della mammella con psico-oncologa e prevenzione in rosa all’Ospedale Maggiore di Crema, eccellenza nella fisiopatologia della riproduzione e diagnosi prenatale al Centro per la Tutela della Salute della Donna e del Bambino S. Anna di Roma, radiologia senologica con certificazione di qualità ISO 9001:2000 e parto-analgesia gratuita al Presidio Ospedaliero San Paolo di Bari. Gli women’s hospitals anche in Italia sono, quindi, un obiettivo raggiungibile.
La classifica è stata stilata da una apposita Commissione scientifica presieduta da Laura Pellegrini (Direttore Generale dell’Istituto Malattie Infettive Spallanzani di Roma), che ha ridefinito i requisiti per l’assegnazione dei bollini per una migliore selezione delle strutture: presenza da 1 a 3 unità operative per le malattie di genere, presenza femminile in posizioni dirigenziali con almeno 3 donne nel Comitato Etico e personale infermieristico prevalentemente femminile, produzione di pubblicazioni scientifiche su patologie femminili. Le strutture premiate verranno monitorate per verificare che i requisiti siano mantenuti e, per chi ha ottenuto meno di 3 bollini, migliorati per ottenerne 3. I risultati del bando sono disponibili sul sito www.ondaosservatorio.it. L’elenco completo è anche raccolto in una Guida pubblicata con IlSole24Ore. E nel 2010 ci sarà un nuovo bando di concorso.
“Siamo alla terza edizione del progetto Ospedaledonna - ha spiegato la dott.ssa Francesca Merzagora, Presidente di O.N.D.a – una iniziativa che mette al centro le esigenze delle donne con l’obiettivo di identificare nel panorama sanitario italiano gli ospedali a loro più vicini. Le donne, infatti, rappresentano la principale utenza dei servizi sanitari. Ma quando si ammalano devono fare i conti con ospedali ben poco ‘a misura di donna’, in cui le peculiari esigenze femminili non sono considerate o forse non sono conosciute. Negli Stati Uniti, esistono gli women’s hospitals, centri organizzati per le diversità di genere. Anche in Italia non si può ignorare la situazione.
E a distanza di tre anni dalla prima edizione del progetto – ha continuato – è possibile affermare che qualcosa si è mosso. I risultati parlano da sé, con oltre 230 ospedali in rosa presenti sul territorio nazionale. In questa terza edizione, inoltre, si sono svelate eccellenze anche nei centri più piccoli e in provincia fino alle strutture italiane all’estero. L’ospedale per le donne anche in Italia è un traguardo raggiungibile”.
“Attraverso il progetto dei bollini rosa – ha messo in evidenza il prof. Giovanni Scambia, Dirigente medico dell’Istituto di Clinica ostetrica e ginecologica, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – è stato messo in luce un problema: il modello maschile finora utilizzato negli ospedali non può funzionare anche per le donne. E non solo per quanto riguarda l’ambito strettamente femminile come la ginecologia, ma anche nella altre discipline come la cardiologia o la neurologia, che presentano caratteristiche diverse tra uomini e donne. La medicina di genere in Italia deve prendere esempio dagli women’s hospitals statunitensi.
L’Università Cattolica – ha continuato il prof. Scambia – nei suoi due centri principali di Roma (Policlinico Gemelli) e di Campobasso (Centro Giovanni Paolo II), entrambi premiati con 3 bollini rosa nel 2008, sta cercando di creare un team di specialisti nella salute femminile. Allo stesso tempo, si sta dedicando allo sviluppo di un reparto di terapia sperimentale per testare i nuovi farmaci anche nel sesso femminile. E non si deve dimenticare l’aspetto psicologico-sociale, che si esplica attraverso due canali: la creazione di una cultura della prevenzione da una parte, per far sì che le donne non si preoccupino solo della salute della famiglia, ma prestino maggiore attenzione anche alla loro, e l’aiuto alle famiglie dall’altra, per supportare il partner e i bambini durante la malattia del loro punto di riferimento”.
“Sempre più donne nelle posizioni dirigenziali – ha sottolineato Luigi Ablondi, Direttore Generale dell’A.O. Ospedale Maggiore di Crema - aiuta ad avere un punto di vista diverso e una maggiore sensibilità e attenzione verso le loro esigenze del tutto peculiari al fine di erogare cure mediche specifiche come il percorso a 360° per la cura della patologia della mammella con il supporto della psico-oncologa” .
“Il nostro Centro – ha affermato Carlo Saponetti, Direttore Generale del Centro per la Tutela della Salute della Donna e del Bambino S. Anna di Roma - è nato quasi 100 anni fa per la tutela della maternità delle donne e, recentemente ristrutturato, è stato dotato di diversi ambulatori e di un reparto di Day Surgery vantando diverse eccellenze come nella fisiopatologia della riproduzione, diagnosi prenatale e nella chirurgia senologica”.
“I 3 bollini rosa – ha aggiunto Lea Cosentino – Direttore Generale Asl Provincia di Bari P.O. San Paolo - sono un riconoscimento importante, che premia lo sforzo delle strutture e, nel nostro caso, della Direzione dell’ASL, di promuovere politiche di genere nell’erogazione delle cure mediche. Fiore all’occhiello è il percorso completo per la patologia della mammella e corsi specifici per le mamme.”
vedi classifica 2009 (da www.ondaosservatorio.it )
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Un bicchiere di vino al giorno per meglio tollerare la radioterapia
(Salute Europa, 1/07/2009)
Una sorprendente ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso mostra come un moderato consumo di vino può contrastare gli effetti collaterali dannosi delle radiazioni usate per combattere il tumore del seno. Le radiazioni usate per combattere il cancro colpiscono, come si sa, anche i tessuti sani vicini, primo fra tutti la pelle che devono attraversare, provocando molto spesso effetti collaterali anche rilevanti. E’ in questo campo che il vino scopre un suo lato nuovo ed inatteso: proteggere quei tessuti dalle radiazioni, senza peraltro diminuire l’efficacia della radioterapia nel danneggiare le cellule cancerose. A favorire questo effetto benefico non sarebbe l’alcol, ma altri componenti contenuti nel vino, primi fra tutti gli antiossidanti della categoria dei polifenoli.
La ricerca, condotta dall’Unità Operativa di Radioterapia e Terapie Palliative del Dipartimento di Oncologia e dai Laboratori di Ricerca dell’Università Cattolica di Campobasso, ha preso in esame 348 donne malate di tumore al seno e sottoposte a radioterapia nello stesso centro molisano nel periodo che va dal febbraio 2003 al giugno 2007. Oltre alle normali informazioni cliniche necessarie per l’inizio della cura, ciascuna paziente aveva fornito informazioni sul suo stile alimentare e sulle sue abitudini di vita, incluso il consumo di bevande alcoliche e specificamente di vino.
Ciò che i ricercatori hanno esaminato è il danno che le radiazioni potevano provocare nella pelle del seno, un tipo di lesione misurato con una scala di gravità crescente. I risultati, pubblicati on line sull’International Journal of Radiation Oncology Biology, Physiscs, mostrano come le donne che avevano l’abitudine di bere moderate quantità di vino abbiano presentato un livello di lesioni della pelle significativamente inferiore rispetto a quelle astemie.
“I nostri dati – spiega Alessio Morganti, direttore dell’Unità di radioterapia - mostrano che il consumo giornaliero moderato di vino presenta un rischio di danni cutanei mediamente inferiore del 75% rispetto ad una paziente astemia. Questo lavoro va nella stessa direzione di alcuni studi precedenti, condotti in altri laboratori internazionali, che avevano mostrato come le componenti non alcoliche del vino, soprattutto i polifenoli, abbiano la capacità di proteggere il DNA dalle radiazioni. Naturalmente c’è ancora molto lavoro da fare per scandagliare nei dettagli questi effetti positivi del vino, ad esempio studiare se c’è differenza tra bianco e rosso.
Un punto cruciale sarà confermare direttamente il ruolo della componente non alcolica del vino, che potrebbe aprire la strada ad un uso terapeutico di quegli antiossidanti. In ogni caso la possibilità che una particolare dieta o abitudine alimentare possa ridurre gli effetti collaterali della radioterapia è un’acquisizione decisamente imprevista e innovativa”.
“Dal punto di vista generale, come già osservato nel campo delle malattie cardiovascolari – commenta Giovanni de Gaetano, direttore dei Laboratori di ricerca - la moderazione è la parola chiave quando abbiamo a che fare con bevande alcoliche. Nel caso delle donne sottoposte a radioterapia per il tumore al seno stiamo parlando di un bicchiere di vino al giorno, quindi una dose molto bassa, compatibile con le abitudini mediterranee. Naturalmente non sarebbe corretto consigliare ad una paziente astemia di cominciare a consumare vino prima di cominciare un trattamento radioterapico, ma il quadro che emerge è ancora una volta la validità della Dieta mediterranea come stile di vita salutare”.
"Accolta richiesta Favo: Brunetta modifica fasce di reperibilità"
Comunicato Stampa, 01 luglio 2009
(www.favo.it )
Il Capo dipartimento della Funzione Pubblica, Cons. Naddeo ha comunicato alla FAVO che il Decreto salvacrisi approvato dall’ultimo Consiglio dei Ministri lo scorso 26 giugno, contiene una norma che riduce le fasce di reperibilità in malattia per i pubblici dipendenti a quattro ore al giorno (dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19) equiparandola alla disciplina prevista per l'impiego privato. La FAVO esprime viva soddisfazione per l'approvazione della nuova disciplina delle fasce di reperibilità in malattia frutto anche dell'intenso lavoro di collaborazione con il Ministero diretto dal Prof. Brunetta al quale la FAVO aveva segnalato il forte disagio percepito dai malati di cancro a causa del precedente regime orario di reperibilità.
La collaborazione tra il Ministero per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione e la FAVO aveva già prodotto ottimi risultati con l'emanazione della circolare 1/2009 con la quale, come affermato dal Cons. Naddeo, "Sono state prioritariamente date alle Amministrazioni indicazioni circa le modalita' di espletamento del controllo dell'assenza per malattia tramite richiesta di visita del medico fiscale, evidenziando come l'Amministrazione, nei casi di assenza dal servizio per sottoposizione a cicli di cure oncologiche, possa valutare l'opportunita' di procedere alla richiesta di visita fiscale solo se sussistano effettive necessita' di verifica".
Ricercatori australiani combattono il cancro con un 'cavallo di Troia'
(Biotech.com, n°24 del 30/06/2009)
Alcuni ricercatori australiani, come riporta l’edizione online di Nature Biotechnology, hanno messo a punto una terapia per combattere il cancro, usando nanocellule derivanti da batteri in grado di penetrare e disarmare le cellule tumorali, prima dell'arrivo di un secondo tipo di nanocellule in grado di sferrare un attacco letale con farmaci chemoterapici. Un vero e proprio “cavallo di Troia”. La terapia riesce pertanto a mirare nello specifico le cellule tumorali, anziché colpire, come avviene con la chemioterapia, sia le cellule tumorali che quelle sane.
I ricercatori Jennifer MacDiarmid e Himanshu Brahmbhatt, che hanno dato vita nel 2001 alla società EnGenelC Pty Ltd, affermano di aver ottenuto, con la loro tecnica e in due anni di terapia, un tasso di sopravvivenza del 100% nei topi a cui erano state inoculate cellule tumorali. E’ ora in progetto l’avvio di studi clinici. A giorni inizierà invece uno studio clinico sul sistema di cell delivery, presso il Peter MacCullum Cancer Center del Royal Melbourne Hospital. La terapia prevede l’impiego di mini-cellule denominate EDV (EnGenelC Delivery Vehicle) in grado di attaccare le cellule cancerose penetrando al loro interno. Il primo flusso di cellule, che rilascia molecole di acido ribonucleico secondo la metodica dell'RNA-interference, agisce ‘spegnendo’ la produzione delle proteine che rendono il tumore resistente alla chemioterapia. La seconda ondata di cellule EDV rilascia invece farmaci chemioterapici che uccidono le cellule tumorali . “La bellezza di questo nostro metodo – commenta MacDiarmid – è che le EDV si comportano proprio come un cavallo di Troia, arrivando alle porte delle cellule malate e riuscendo sempre ad entrare al loro interno”.
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