Come rimanere «a galla» dopo una diagnosi di tumore

   

(Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi),27 maggio 2009)

Il tempo è la miglior cura, ma è meglio non sdrammatizzare
Paura, rabbia e angoscia sono molto diffuse fra malati cancro e familiari. I mezzi per combatterle ci sono

MILANO - «Sono frastornata, disperata, in preda all’ansia, impaurita, e terrorizzata dalle notti insonni passate con la paura», racconta Stefania sul nostro forum di psiconcologia A sua mamma è stato accertato da poco un tumore all’ovaio, purtroppo inoperabile: «Per me è stata una botta pazzesca. A lei, che è già molto depressa non ho detto la verità, ma solo che aveva necessità di maggior assistenza e quindi rientrava in ospedale». Come restare a galla, in una situazione così difficile? E come comportarsi con una persona cara che si ammala? Certo dipende dal carattere dei singoli individui, ma sono moltissimi (la stragrande maggioranza) i pazienti e i familiari che attraversano periodi più o meno lunghi di ansia, depressione, tristezza, paura dopo aver ricevuto la notizia di un tumore. Anche se la diagnosi è delle più «facili», come quella di Alessio: 36 anni, un bebè di un anno e in ottima salute fino a gennaio 2009, quando la dermatologa – durante un controllo di routine – ha deciso per l’asportazione di un neo, che si è poi rivelato un melanoma in fase precoce. L’intervento chirurgico ha risolto tutto. «Ma il mio problema col cancro è oramai soprattutto psicologico – scrive Alessio sul forum -. Sto malissimo e sento di non riuscire ancora ad accettare quello che mi sta capitando. Ora riesco a dormire ma di giorno sono a pezzi e la mia vita è diventata un inferno di pensieri turbinosi ricorrenti. Mi chiedo: prima o poi passerà?» 

IL TEMPO È UN BUON DOTTORE – «Certo che passerà, ma bisogna avere pazienza - dice Luigi Grassi, presidente della Società italiana di psiconcologia (Sipo) -. Può sembrare un po’ banale, persino poco scientifico, ma è una verità provata da molti studi e, soprattutto, dall’esperienza di migliaia di pazienti: il tempo che passa è un prezioso alleato. Utile a smussare gli angoli, le asperità del primo momento legate al trauma della diagnosi. Serve però un monitoraggio degli stati d’animo nel tempo, per controllare l’evolversi della situazione ed evitare che si creino disturbi maggiori, passando da una normale ansia a seri disturbi depressivi». In sostanza, lo shock iniziale è come una ferita dell’anima. O, col trascorrere dei giorni, si rimargina, oppure rischia di «infettarsi» e peggiorare. Per questo è importante che i medici (tutti quelli che seguono i malati: oncologi, radioterapisti, chirurghi specialisti e medici di famiglia) chiedano a pazienti e familiari come va e li facciano parlare delle loro preoccupazioni, si facciano raccontare le loro giornate, per poter captare eventuali segnali d’allarme.

PAURA, TRISTEZZA E RABBIA: IL PEGGIO VIENE ALL’INIZIO - C’è la preoccupazione per l’esito degli esami, dell’intervento e dei successivi controlli. E c’è il timore che la malattia non sia curabile o ricompaia. Il tutto unito alla demoralizzazione e a un senso di collera. Sono queste le emozioni più comuni nel momento in cui la vita viene messa in pericolo. «Sono reazioni naturali – prosegue Grassi -. Il peggio viene all’inizio, perché si è del tutto impreparati a una notizia così difficile da digerire. Ma anche alla fine, perché dopo il lungo iter di trattamenti, le risorse emotive scarseggiano. È un po’ come il maratoneta, che varca il traguardo ma è allo stremo delle forze». Volendo fare una stima approssimativa, le statistiche parlano di circa tre o quattro mesi di assestamento dopo aver ricevuto una diagnosi oncologica e di un calo d’umore che può protrarsi per due o tre mesi dopo le cure. Se i sentimenti negativi si protraggono più a lungo è bene chiedere l’aiuto di uno specialista, possibilmente uno psiconcologo

CONSIGLI PER AMICI E PARENTI – Ma come comportarsi con i malati? Le domande di amici e familiari sono ricorrenti: qual è l’atteggiamento giusto da tenere? E’ bene sdrammatizzare e cercare di offrire vie di svago? Bisogna forzare il ritorno alla normalità o rispettare i malumori dei pazienti? La regola numero uno è ascoltare, lasciare che il malato si esprima e non si tenga tutto dentro. Mentre vanno evitati i «non dire così, non ci pensare, non voglio sentirti dire…», che bloccano la comunicazione e impediscono a chi soffre di aprirsi. Se minimizzare è controproducente, molto più efficace è un atteggiamento rassicurante e d’incoraggiamento del tipo «vedrai che andrà meglio». Ma è bene chiedere l’intervento di uno specialista psicologo se lo sconforto e il senso di rinuncia del malato persistono o s’aggravano (al punto da disturbare il sonno e interferire nelle normali attività quotidiane o nei rapporti con coniugi, figli, amici). E nei rapporti di coppia? Il dialogo è la strada migliore: parlare con serenità dei problemi sessuali o degli effetti collaterali delle terapie. Esporre timori e difficoltà è il modo più efficace per sostenersi a vicenda.

CHIEDERE AIUTO - Quando i problemi d’insonnia, la tristezza, il senso di timore e l’atteggiamento di chiusura verso gli altri perdurano o sono particolarmente intensi, non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto. «Quello che s’instaura - spiega lo specialista - è un circolo vizioso: lo stress altera l’equilibrio fisico, la mancanza di sonno aggrava la situazione e la qualità di vita degenera rapidamente, sfociando spesso in un’apatia generalizzata. In Italia, come nel resto del mondo, le statistiche dimostrano che circa il 30 per cento dei pazienti oncologici ha difficoltà ad «adattarsi» alla malattia e, seppure in fasi diverse, sente il bisogno di un sostegno psicologico. Molti, però, lo reputano purtroppo ancora un tabù». Invece, in tanti casi, bastano poche sedute con uno specialista per riuscire a superare il momento più delicato. I mezzi a disposizione dei medici sono molti: dalla seduta singola con uno psiconcologo a quella di gruppo, a cui partecipano anche altri pazienti. C’è poi il counselling di coppia o familiare, per sciogliere i nodi nelle relazioni fra malati e coniugi, figli, genitori. Infine, ci sono i supporti farmacologici e anti-depressivi, che vengono prescritti nei casi indicati.