Farmaci anticancro: quanto è giusto risparmiare?

   

(Sportello Cancro, Adriana Bazzi, abazzi@corriere.it , 16 giugno 2009)


DAL NOSTRO INVIATO ORLANDO — Gli italiani sono un po' più fortunati degli inglesi, ma molto meno di francesi, tedeschi e spagnoli: quando si parla di nuove cure contro il cancro (le cosiddette targeted therapies), la nostra sanità è quella che spende meno per i malati. Soltanto 3,4 euro pro capite, contro gli 8,5 della Francia, che è al primo posto, e lo 0,7 della Gran Bretagna che è all'ultimo, fra i 5 Paesi citati. Almeno stando a un rapporto del Karolinska Institutet di Stoccolma presentato al meeting annuale dell' Asco, l'Associazione degli oncologi americani, a Orlando. Ecco che cosa avviene in Europa: l'Emea, l'agenzia europea del farmaco, registra tutti gli antitumorali innovativi, poi spetta ai vari paesi fissare il prezzo e metterli in commercio. «In Italia mediamente — conferma Pierfranco Conte, oncologo all'Università di Modena — i farmaci vengono messi a disposizione del paziente con un anno di ritardo rispetto alla registrazione europea ».
CONTENIMENTO DELLA SPESA - Qualcuno sospetta che il «ritardo» sia un metodo di contenimento della spesa per i farmaci oncologici, soprattutto per i più nuovi, il cui costo è in crescita continua, tanto da preoccupare i Paesi con sistemi sanitari sia di tipo privatistico, come gli Usa, sia di tipo universalistico, come quelli europei. Il Naprix americano, l'associazione che raccoglie i venditori di farmaci, stima che nel 2009 la spesa per gli anti-cancro aumenterà del 15-16 per cento e l'Asco non soltanto discute il problema al suo meeting annuale, ma si è anche preoccupata di pubblicare un opuscolo dal titolo Managing the cost of cancer care, che serva da guida pratica ai pazienti e alle famiglie per contenere i costi ormai esorbitanti: suggerimenti su come scegliere i medici, come trattare con le assicurazioni, come detrarre dalle tasse le spese per le cure antitumorali.
GRAN BRETAGNA - La Gran Bretagna, che ha un organismo centrale per la valutazione dei farmaci (il Nice) molto severo, ha risolto il problema con questa filosofia: stop alle nuove terapie se costano più di 30.000 euro per anno di vita guadagnato in termini di qualità. Cioè: non basta che il paziente sopravviva, ma deve sopravvivere in buone condizioni. Ed è per questo che il Nice ha rifiutato il nuovo farmaco lapatinib contro il tumore al seno, perché troppo costoso e con insufficiente rapporto costo- beneficio, mentre ha accettato il sunitinib e il sorafenib nella cura del carcinoma renale, perché il gioco (il costo) vale la candela (l'effetto).
ITALIA - Anche in Italia (dove la spesa per i farmaci oncologici rappresenta il 25-30 per cento di tutta la spesa farmaceutica ospedaliera) è corsa al risparmio e l'ultima trovata è il cosiddetto risk sharing, cioè la condivisione del rischio fra azienda farmaceutica e sistema sanitario, che prevede il sistema pay per performance, già tradotto in «soddisfatti o rimborsati». Patrizio Piacentini, segretario della Sifo (Società italiana di farmacia ospedaliera) in Lombardia e direttore del Dipartimento di farmacologia all'Ospedale San Carlo di Milano spiega: «Prendiamo il lapatinib, appena arrivato da noi: se dopo 12 settimane di terapia si dimostra che non c'è una progressione del tumore, si continua la cura a spese del sistema sanitario nazionale. Altrimenti spetta all' azienda pagare le dodici settimane 'inefficaci'». Ma a questo punto si apre il discorso di come valutare la progressione: con Tac, risonanze magnetiche, ecografie? Esami costosi che dovranno rientrare nella valutazione complessiva della spesa. Il vero problema, però, è un altro: come stabilire la reale portata innovativa di questi farmaci (e cioè l'effettiva efficacia clinica) che possa in qualche misura giustificare i costi? Il sistema sono le sperimentazioni sui pazienti. All' Asco la quantità di studi di confronto fra diversi schemi di cura presentati è stata vera¬mente impressionante; un'accesa battaglia fra farmaci, a colpi di statistiche e di percentuali. «Ma spesso — commenta Piacentini — aggiungono soltanto giorni di vita, nemmeno mesi». Così quella che i ricercatori chiamano significatività statistica non sempre si traduce in una significatività clinica per il malato, cioè in un reale beneficio. Ci sono però pazienti che rispondono meglio e pazienti che rispondono peggio: per questo bisogna dare il farmaco giusto al paziente giusto, per evitare inutili effetti collaterali, in chi non ne trae beneficio, e inutili sprechi. La soluzione potrebbe essere offerta dalla selezione dei pazienti attraverso la carta di identità genetica del tumore che permette di individuare i farmaci più efficaci per quel particolare tipo di neoplasia: la medicina «tagliata» sul paziente, anzi sul tumore. Ma anche il costo dei test è tutto da valutare nel prossimo futuro.