Tumori del seno: alcuni antidepressivi possono intralciare la terapia

   

(Sportello Cancro, Donatella Barus, 09 giugno 2009)


Importante che oncologi e psichiatri agiscano in sinergia

Negli Usa una paziente su tre prende farmaci contro la depressione, ma talune molecole frenano l’azione del tamoxifen e aumentano i rischi di ricadute

MILANO - Alcuni fra i farmaci più usati contro depressione e «vampate» rischiano di diventare un boomerang per le donne che, dopo aver rimosso con successo un carcinoma mammario, seguono una cura antiricaduta con tamoxifene. Dal meeting annuale dell’American society of clinical oncology (Asco), il più importante appuntamento mondiale per l’oncologia clinica, arriva la conferma che i certi casi il mix di farmaci porta a un rischio di recidive quasi raddoppiato.

SORVEGLIATI SPECIALI – Gli antidepressivi in questione sono medicinali piuttosto diffusi, appartenenti alla famiglia degli Ssri (selective serotonine reuptake inhibitors), che agiscono sui meccanismi di attivazione della serotonina. Comprendono molecole come la fluoxetina, la paroxetina e la sertralina . Da tempo la loro interazione con il tamoxifene era tenuta d’occhio dagli esperti, ma senza che ci fossero prove delle eventuali conseguenze per le pazienti.

LO STUDIO – I ricercatori dell’Indiana University hanno seguito 1.300 donne per due anni, dal momento in cui hanno iniziato a prendere il tamoxifene in avanti. La terapia viene prescritta alle donne operate per tumore del seno per abbattere il rischio che la malattia si ripresenti. Ma le percentuali di successo si sono rivelate più basse della media fra le donne che assumevano anche una classe particolare di Ssri, diretti contro un microenzima chiamato CYP2D6. Per loro, il tasso di recidiva nell’arco dei due anni è stato del 16 per cento, contro il 7,5 di chi prendeva solo tamoxifene. Nessuna differenza, invece, per le pazienti in cura con antidepressivi che non agiscono su CYP2D6, come citalopram, escitalopram o fluvoxamina.

UNA DONNA SU TRE - «Questi dati sono importanti perché parliamo di terapie diffuse e di malattie diffuse. Se ben utilizzate, le cure possono aiutare molto le pazienti» commenta Paolo Pronzato, direttore dell’oncologia medica dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Genova. Negli Stati Uniti, circa il 30 per cento delle donne in cura ormonale dopo un cancro al seno prende antidepressivi. «In Italia ci sono 500mila donne che hanno avuto una diagnosi di tumore della mammella. Hanno attraversato momenti difficili e possono avere segni di depressione, che va curata a dovere».

AFFIDARSI AL MEDICO – E non c’è solo la depressione. «Gli Ssri portano anche un beneficio contro alcuni sintomi tipici della terapia ormonale, come le vampate – prosegue Pronzato - . Inutile e fuorviante, quindi, demonizzare i farmaci, che vanno piuttosto gestiti al meglio per ogni singola paziente. Se è il caso, si possono scegliere alternative al tamoxifen (come gli inibitori dell’aromatasi) e ai Ssri che agiscono sulla proteina incriminata». Ecco perché è fondamentale che la mano destra sappia cosa fa la sinistro, ovvero che oncologo, medico di famiglia e psichiatra lavorino sempre in squadra, evitando di prescrivere farmaci senza conoscere le terapie concomitanti o tenerne conto.