Tumori, verso la chemioterapia di mantenimento?

   

(Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi), 27 luglio 2009)

Ma una terapia continuata è giustificata solo in casi specifici
Cronicizzare la malattia è un obiettivo sempre più vicino grazie ai nuovi farmaci, meno tossici e meglio tollerati dai pazienti anche sul lungo periodo.

MILANO - Usare la chemioterapia in modo continuativo, trattando i tumori come malattie croniche da tenere sotto controllo a vita: è questo uno degli obiettivi principali nella lotta al cancro. Il dibattito sui pro e i contro di una cura farmacologia prolungata a oltranza ha tenuto banco anche durante l’ultimo meeting annuale dell’American society of clinical oncology (tenutosi a maggio negli Stati Uniti), a cui hanno partecipato oltre 30mila oncologi e specialisti provenienti da tutto il mondo. Ora un articolo del New York Times rilancia l’argomento: «Ovviamente - ha dichiarato al quotidiano Usa Lawrence Einhorn, professore di medicina alla Indiana University - dietro al nuovo trend c’è anche la pressione delle case farmaceutiche affinché i loro prodotti vengano usati il prima e il più a lungo possibile». C’è, in effetti, un concetto-chiave da tenere presente: «Il farmaco giusto al paziente giusto», spiega Giorgio Cruciani, primario do Oncologia a Ravenna e past president del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo). Solo così si risparmiano, oltre ai costi, trattamenti inutilmente tossici per malati che, invece, potrebbero beneficiare di altro.

PER BLOCCARE LA CRESCITA DELLE METASTASI - Utilizzata finora principalmente nelle fasi acute, ovvero come «terapia d’urto» per bloccare la diffusione dei tumori e poi sospesa una volta ottenuto questo risultato, la chemioterapia – come suggerisce una serie di studi effettuati negli ultimi anni - porterebbe benefici aggiuntivi se somministrata anche come cura di mantenimento per le neoplasie in fase metastatica. Per prevenire le recidive della malattia prima che si manifestino e prolungare (anche per anni) la sopravvivenza dei pazienti. «Ma è necessario fare una premessa fondamentale – ribadisce Marco Venturini, direttore dell’Oncologia all’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negar (Verona) e segretario nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -: la chemio di mantenimento si è dimostrata valida solo in casi specifici. Ovvero su determinati pazienti, con determinate tipologie di tumori. Altrimenti è troppo dispendiosa, sia per i pazienti che devono tollerare gli effetti collaterali dei farmaci, sia per il Servizio sanitario nazionale che paga cure costosissime inutilmente».

POSSIBILE GRAZIE AI NUOVI FARMACI – Per molti anni le ricerche sulla chemio cronica non hanno portato a risultati interessanti. I trattamenti «a oltranza», infatti, risultavano non vantaggiosi per i pazienti dal punto di vista dei costi (in materia di tossicità dei medicinali) in confronto ai benefici che se ne potevano ricavare. Negli ultimi anni, invece, si sono aperte altre possibilità perchè i farmaci di nuova generazione (quelli a bersaglio molecolare, o farmaci target) sono meno dannosi e meglio tollerati dai malati. Inoltre cresce il numero dei preparati che possono essere presi per bocca, senza recarsi in ospedale per la chemio endovena: un fatto di non poca importanza se si tratta di seguire una terapia per molti anni.

SEGNALI POSITIVI PER I TUMORI DEL SANGUE - «I dati sono particolarmente interessanti per alcune malattie onco-ematologiche e con farmaci biologici – commenta Giorgio Cruciani, primario di Oncologia a Ravenna e past president del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri -. Ad esempio, al meeting Asco 2009 di Orlando, sono stati commentati i risultati a lungo termine di uno studio già pubblicato nel 2004 che dimostra come il mantenimento con rituximab è in grado di estendere la remissione nel linfoma follicolare. Infatti, fra i pazienti che rispondevano alla terapia, il gruppo sottoposto a sola osservazione ha avuto una remissione di 12 mesi, contro i circa 36 mesi dei malati trattati con rituximab a oltranza: dopo otto anni, il 35 per cento dei pazienti sottoposti a extended-rituximab era ancora in remissione. E – prosegue l’esperto - anche nel mieloma multiplo una terapia prolungata con inibitori del proteasoma sembra prolungare significativamente il tempo di progressione della malattia».

COLON E MAMMELLA – Esistono poi gruppi di pazienti con carcinoma mammario o colonrettale metastatico nei quali sono stati dimostrati dei benefici. «Trastuzumab e lapatinib, ad esempio, sono efficaci nel ritardare la progressione della malattia nelle donne con un tumore del seno Her2 positivo, che sono circa il 15 per cento sul totale delle neoplasie mammarie», aggiunge Venturini. Le due molecole, ad oggi, vengono somministrate a questo gruppo di pazienti prima in associazione alla chemioterapia standard, e poi continuate da sole, finché non si verifica una ripresa della malattia. A quel punto s’interrompe la cura con una e s’inizia con l’altra. «Per quel che riguarda il colon – continua Venturini - sappiamo che può essere utile, sempre per rallentare l’evoluzione di una neoplasia metastatica, una terapia di mantenimento con cetuximab in quei pazienti che hanno il gene Kras non mutato (circa il 50-60 per cento del totale, ndr). E buoni segnali arrivano anche dal bevacizumab, per il quale però ancora non sappiamo su quale categoria di malati è utile».