Centro Donna - due ULSS unite, simbolo Veneto

   

(Il Giornale di Vicenza, Franco Pepe, 23/08/2009)

Un uomo apparentemente ruvido. Poche parole. Per farlo parlare bisogna perforarne quella natura ritrosa che è il suo rito più silenzioso e intimo, uno stile di vita.
Eppure, una gran persona di cuore e globuli rossi, competenza, umanità e passione, che non sa dissimulare la commozione quando dalle mani della presidente dell’ANDOS riceve la “rondine d’oro” perché ha saputo ridare ali per volare a tante creature ferite e smarrite. Non è certo come il comunicatore Mourinho.
Ma neppure nulla di virtuale. Lui non fa volteggi da acrobata.
Il test dell’onestà, inventato da Joshua Greene e Joseph Paxton della Harvard University di Boston, lo supererebbe con facilità. Sembra uno di quei professorini cattolici alla Dossetti o alla Lazzati, con un viso da romanzo popolare, segnato da una storia antica di fatica e di lavoro, che ripropone la parabola di tanti self made man di terra vicentina, figli di un mondo cittadino scandito da albe e saggezza, tramonti e bicchieri di vino, l’odore dell’erba tagliata, del fieno imballato, che con tenacia, l’applicazione, il talento scintillante sotto la scorza rugosa, sono riusciti a emergere, a conquistarsi un posto al sole.
Ai miei tempi, gente come lui che veniva dalla provincia o come me immigrato della Magna Graecia, al Liceo Pigafetta spettava la terza fila di banchi, anche se poi insegnanti della statura di Attilio Scarpa e Vincenzo Fumarola epigoni di quella democrazia reale che è essenza della vera cultura, sapevano livellare le differenze di casta.
E poi la vita a fare la selezione, a decidere. E cosi è stato anche per Graziano Meneghini, uno cresciuto con parecchi sacrifici dal basso, non imposto dall’alto, non vissuto all’ombra di qualche padre o padrino universitario, non piovuto dal cielo, la pazienza umile del fraticello che non ha neppure l’ardire di dire messa, ma che , un giorno dopo l’altro, con rigore e disciplina, costruisce il convento.
Lui, Meneghini, ha costruito qualcosa che è unico nel Veneto e in Italia, il Centro Donna di Montecchio Maggiore, una struttura in grado di gestire ogni anno un esercito di 4 mila 500 pazienti al femminile dalla prevenzione alla riabilitazione, passando per la diagnosi, la chirurgia, la chemioterapia, la ricostruzione del seno operato, il sostegno psicologico, l’assistenza, con un solo obiettivo: combattere e debellare quello che resta il diavolo delle veglie alla fattoria di Nikolaj Gogol, il tumore-killer, il primo per diffusione e mortalità, il cancro al seno.
Prima di lui, un clinico padovano, cattedratico di radiologia, Cosimo Di Maggio, aveva lanciato la lezione della prevenzione attraverso gli screening basati sulla mammografia. Con un limite. Che poi le cose finivano li, e la donna rimaneva sola, prigioniera del suo problema, dei suoi timori.
Meneghini ha preso il modello Di Maggio e ci ha aggiunto il fatto che è un chirurgo, che riesce a fare l’agoaspirato in corso di ecografia, per cui si viene a sapere in tempo reale se l’esame è positivo o negativo. Ed è partita, dieci anni fa, un’impresa che all’inizio venne duramente avversata da qualcuno che non gradiva ci fosse un chirurgo a capo di una crociata sanitaria a 360 gradi per difendere la salute della donna. Ci fu anche una interrogazione regionale. Ma all’Ulss5 furono tosti. L’allora direttore medico Domenico Mantoan innestò la marcia veloce del caterpillar e nacque questo Centro che si prende la donna in carico totale. Meneghini, umile e volenteroso, si mise a girare il mondo per aggiornarsi.
A Milano, all’Istituto europeo di oncologia di Milano, creato da Umberto Veronesi, apprese i segreti della tecnica ricostruttiva della mammella con l’autotrasfusione di cellule adipose. E, poi , determinante fu l’incontro con Piera Pozza, donna straordinaria e generosa, sorriso, energia, ottimismo, volontà, un po’ uscita da film di Lelouch e un po’ da un libro di Karen Blixen.
Insieme fondarono l’ANDOS, coinvolgendo centinaia di persone. E ne è venuto fuori qualcosa di originale nel panorama nazionale, fatto di materia nobile, messaggio salutista e codice etico, dire, fare e aiutare, fra pubblico, sociale e volontariato. Un laboratorio globale per vincere il cancro più subdolo che attenta al corpo e all’anima della donna.
Dalla sintesi di forma ed evento, diceva un cattolico praticante ma grecista di pensiero pagano come Carlo Diano, nasce l’Arte. Qui a Montecchio si è fatta arte sanitaria, è nato un centro che, dieci anni dopo, in virtù dei risultati conseguiti, ha propiziato la nascita del primo reparto di senologia del Veneto, istituito alcuni anni fa dal dg Renzo Alessi, e che ora, grazie a un accordo sancito fra Ulss4 di Thiene e Ulss5 di Arzignano, vede partire una (sub) area vasta da premiare con l’oscar della buona sanità.
La delibera è stata appena approvata. Si inizia il primo di settembre. Meneghini andrà a operare a Thiene, e sopratutto instillerà il germe buono del Centro donna anche all’Ulss4, insegnerà come si fa a due chirurghi, Ferrari e Mainente, fino a quando sapranno essere autonomi e camminare come le loro gambe, metterà radici analoghe anche lì, sulla base di un modello rivelatosi vincente, una unità complessa fondata su efficienza e qualità, per far crescere pure a Thiene quella clinicizzazione dal basso di cui è diventato mentore e profeta. Intanto Mantoan ha già chiesto di poter acquistare una iort per fare la radioterapia intraoperatoria, e Piera Pozza, all’ombra di Meneghini, ha fondato il primo nucleo dell’Andos all’Alto Vicentino. Il Centro Donna si allarga a metà provincia, a dimostrazione dell’eccellenza della periferia, a dimostrazione che l’eccellenza ci può stare ai confini dell’impero, come bell’esempio di servizio cresciuto da zero senza l’aiuto, il patrocinio, la raccomandazione e la benedizione di nessuno, senza gloriarsi della propria autoreferenzialità, nel segno, è giusto riconoscerlo, di quella sanità battezzata con l’imprinting di Galan, interpretata da assessori come Gava, Tosi, Martini, Sandri, che in 15 anni ha fatto passi da gigante. Si, perché Meneghini (fra l’altro, uomo prestato alla politica ma non altrettanto premiato perché le virtù che lo hanno innalzato come medico, si vede, poco si conciliano con le logiche di partito) è il simbolo di quella sanità pubblica diffusa voluta dal presidente della Regione in questi tre lustri di governo, dall’avvio delle Ulss, formata da ospedali-faro di realtà maggiori ma anche da tante eccellenze territoriali di realtà minori, che nella loro sintesi hanno prodotto un modello assistenziale di avanguardia in Italia e in Europa.
Due Ulss, dunque, dei piccoli passi, fanno sinergia. Restano fuori Vicenza e Bassano, perché non hanno voluto aderire. Ulss6 e Ulss3, forti delle tre stelle al merito assegnate dall’Osservatorio Onda, contro le due ottenute da Arzignano e Thiene, ritengono di avere già le carte in regola , l’apparato e i chirurghi, per procedere a briglia sciolta. Padronissime.
Nell’era delle alleanze, dei patti e delle squadre lascia, però, l’amaro in bocca il fatto che si siano sfilate dal progetto perché una rete del genere delle 4 Ulss vicentine unite avrebbe fatto epopea e generato primati.
Un peccato. Speriamo solo che non sia stato un peccato di superbia.