Sessualità, si può proteggere da bisturi, farmaci e paura?

   

(Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi), 28 settembre 2009 )

I problemi dell’intimità riguardano quasi tutte le coppie. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, si possono risolvere. Basta parlarne, sotto le lenzuola e con i medici

MILANO - L’attività sessuale potrebbe aggravare il tumore? Si può venire contagiati dal partner? L’attività sessuale può essere causa di cancro? No, no e ancora no. Possono sembrare domande dure, irriverenti, ma è bene sgombrare subito il campo da qualsiasi timore, per infondato o assurdo che possa sembrare. Perché, in realtà, quando si parla di sessualità e tumori, serve prima di tutto chiarezza, sincerità e una corretta informazione, che aiutino pazienti e coniugi a gestire al meglio la situazione. Le terapie anticancro, infatti, finiscono spesso per scombussolare l’esistenza e per minare alla base il rapporto con il proprio corpo, per cui molti malati non si sentono più attraenti e si perdono nella convinzione che «nulla sarà più come prima».
È una questione fisica perché chirurgia, farmaci e radiazioni possono causare problemi come difficoltà a raggiungere l’erezione, perdita del desiderio o dolore durante il rapporto. Ma anche psicologica. Moltissimi pazienti, infatti, specie nella fase immediatamente successiva alla diagnosi della malattia, non hanno interesse per l’attività sessuale perché tutte le loro risorse sono concentrate sulla possibilità di cura e sulla paura per la propria sopravvivenza. O, ancora, faticano a confrontarsi con il proprio partner sui cambiamenti nell’attività sessuale.

L’INTIMITÀ MINACCIATA IN TUTTE LE COPPIE – La diagnosi di tumore porta sempre con sé un forte impatto emotivo iniziale che, fra l’altro, determina cambiamenti nella vita intime di quasi tutte le coppie, indipendentemente da tipo di neoplasia in questione. «Molto però si può fare per recuperare la sessualità, che è un aspetto importante della qualità della vita di una persona e fonte di benessere», spiega Patrizia Pugliese, responsabile del Servizio di Psicologia all’Istituto tumori Regina Elena di Roma e autrice del libretto per i pazienti Sessualità e Cancro. Secondo le ultime stime dell’Airtum (Associazione Italiana registri tumori) sono state circa 250mila i nuovi casi di cancro nelle persone fino a 84 anni di età nel corso del 2008 (circa 132mila negli uomini e 122mila nelle donne). «Quasi tutti interessati dalle problematiche legate alla sessualità – prosegue l’esperta -. L’incidenza delle disfunzioni sessuali, infatti, varia dal 40 al 100 per cento a secondo delle differenti neoplasie e dei diversi trattamenti effettuati».

VARIE TIPOLOGIE DI DISTURBI, MOLTI SOLO TEMPORANEI - Ogni tipo di tumore può presentare problematiche nelle varie fasi dell’attività sessuale: il desiderio, l’eccitamento, l’orgasmo. In alcuni tumori (retto, prostata, vescica, ginecologici) la causa della disfunzione è prevalentemente di tipo fisico, quando l’operazione o le terapie chemio-radio e ormonali vanno a «danneggiare» il regolare funzionamento dei nervi deputati alla sessualità. In altri casi il disturbo è prevalentemente psicologico. «La stragrande maggioranza dei problemi sessuali connessi con la diagnosi di tumore sono però temporanei. E anche le difficoltà permanenti legate alla sfera sessuale possono essere affrontate e migliorate», sottolinea la psicologa.

PARLARNE E’ FONDAMENTALE. MA CON CHI? - Il primo elemento alla base di una buona ripresa sta nell’essere stati adeguatamente informati sulla possibile insorgenza di problematiche sessuali dal proprio medico di riferimento per la cura del cancro, prima di essere sottoposti ai vari trattamenti. «Questo permette un confronto chiaro con l’oncologo, rende tutto meno angosciante, garantisce la condivisione sia nella relazione medico-paziente che con fra partners e facilita l’esplicitarsi di una richiesta di aiuto», chiarisce Patrizia Pugliese. Spetta poi al medico inviare il paziente a un esperto, in genere lo psicologo specializzato nel trattamento di simili questioni nei pazienti oncologici, che sempre più spesso fa parte dell’equipe multidisciplinare che si occupa del malato.

I PROBLEMI DI LUI - Nel caso, ad esempio, di pazienti con un carcinoma della prostata, l’operazione di prostatectomia radicale può causare disfunzione erettile (in una percentuale di casi variabile dal 14 all’86 per cento) ed eiaculazione sicca, senza cioè fuoriuscita di sperma. Lo stesso vale per la radioterapia, ma il problema si manifesta più tardi nel tempo. L’ormonoterapia, poi, che utilizza farmaci che agiscono sul testosterone, può determinare in molti pazienti l’inibizione del desiderio sessuale. «I fattori psicologici possono essere una concausa o una conseguenza della disfunzione erettile – spiega Pugliese -. Nel primo caso, la presenza di elevati livelli di ansia e depressione legati all’impatto della malattia e dei suoi trattamenti può ridurre l’interesse per il sesso o indurre una disfunzione erettile psicogena. Nel secondo, gli uomini che hanno problemi d’erezione sono spesso esposti al rischio di diminuzione dell’autostima, peggioramento dell’immagine corporea, calo del desiderio e della soddisfazione sessuale». Mettendo così a dura prova sia la relazione di coppia che l’identità maschile in sé. Ma è importante ricordare che le soluzioni ci sono. Se la disfunzione erettile è prevalentemente fisica, si può ricorrere ai farmaci in commercio: quelli da assumere per bocca (sildenafil, vardenafil e tadalafil) e quelli da iniettare localmente all’interno delle strutture vascolari del pene (punture di alprostadil). Quando sono invece gli aspetti psicologici a giocare un ruolo primario, la soluzione più adeguata potrebbe essere un consulto con uno psicoterapeuta.

E QUELLI DI LEI – Molto è già stato detto e studiato nei casi di un carcinoma al seno e oggi, fortunatamente, sia le donne che i medici sono più preparati ad affrontare la questione. Ma anche nelle pazienti affette da tumori ginecologici, i trattamento chirurgico e radioterapici possono provocare secchezza vaginale e difficoltà e dolore alla penetrazione, l’insorgenza della menopausa precoce o un calo del desiderio. Non va poi sottovalutato che la perdita della fertilità e di organi simbolicamente rappresentativi dell’essere donna e della femminilità possono rappresentare una minaccia all’identità sessuale. Questi i suggerimenti della specialista: «Per una ripresa dell’attività sessuale possono essere utilizzate strategie strumentali (dilatatori vaginali), farmacologiche (gel lubrificanti) e comportamentali (regolarità dei rapporti e cambiamenti della pratica sessuale). Ma è bene affidarsi ai consigli del medico, che suggerirà la soluzione migliore a seconda del singolo caso».

QUANDO RICOMINCIARE – In materia di sesso, come sempre, è fondamentale una comunicazione aperta con il proprio partner. Nei casi di malati oncologici, poi, il dialogo ancora più decisivo, soprattutto se, a causa delle cure, intervengono cambiamenti definitivi e bisogna essere pronti a sperimentare nuove pratiche sessuali. Il momento giusto per ricominciare? Cambia da persona a persona, da coppia a coppia. «La maggior parte dei pazienti vuole riprendere l’attività sessuale alla fine dei trattamenti anticancro, quando riacquistano importanza aree della vita che sono state considerate secondarie rispetto alla centralità della malattia e delle cure», conclude Patrizia Pugliese. Più rari i casi in cui la questione si affronta prima. Comprensibile, ma non farebbe affatto male. Anzi.