Tumori: «Ora li aggrediamo alle radici»

   

(Sportello Cancro, Donatella Barus, 25 settembre 2009)

Ecco le promesse della «rivoluzione del Dna», in parte già mantenute, giurano gli esperti
Nuovi farmaci, diagnosi precoce, prevenzione, la scommessa della caccia alle cellule staminali del cancro.

MILANO - La domanda è sempre la stessa, pesante come un macigno: a che punto siamo con la lotta ai tumori? E, più in particolare, le promesse del Dna sono state mantenute? Le grandi aspettative del 2000, quando fu completato il sequenziamento del genoma umano, sono state soddisfatte? «La prima risposta è no. Basta guardarsi intorno: il cancro è ancora lì, e 10 milioni di persone ogni anno ne muoiono. Però, abbiamo immensamente migliorato le nostre conoscenze e oggi abbiamo davanti una strada tracciata. Quindi, la risposta giusta è: no, non ancora». Si è concluso così, con le parole di Umberto Veronesi, la quinta conferenza sul futuro della scienza , che ha radunato a Venezia in massimi esperti di genomica, il tema-chiave di quest’anno. Prevenzione, diagnosi, nuove terapie mirate che sono già realtà. Ma, sulla bocca di tutti, il filone più entusiasmante per molti dei partecipanti: le cellule staminali del cancro.

LE STAMINALI «CATTIVE» - «Stanno sconvolgendo tutto quello che pensavamo dei tumori – spiega Pier Paolo Di Fiore, del centro di ricerca biomedica Ifom-. Abbiamo sempre considerato il cancro come un sacchetto di cellule impazzite, tutte ugualmente pericolose e capaci di riprodurre la malattia. Invece, anche nel tumore come nei tessuti sani le cellule seguono un programma. Nonostante gli stretti controlli messi in ato dall’organismo, può accadere che una cellula decida di giocare da sola, mettendo in moto un piano autonomo di riproduzione. Tutto ciò implica che il cancro sia una malattia molto più complicata di quanto pensassimo prima, ma anche che possiamo comprenderla più a fondo di prima. Sappiamo che alla base di tutto c’è una cellula capace di differenziarsi, con caratteristiche di staminale, appunto, che non vuole più fare il violino di fila, ma vuole fare un assolo. Se potessimo sterilizzare le staminali tumorali, fermeremmo il tumore. Chissà, manderemmo persino in pensione la chirurgia!! Purtroppo, non è così semplice, sono cellule molto rare e con scarsa sensibilità ai farmaci».

I RISULTATI - Quali passi avanti sono già stati compiuti? «I più significativi senz’altro contro la leucemia, poiché il trapianto di midollo osseo è già di per sé una terapia con staminali – afferma Di Fiore - .Puntiamo a fare progressi anche nei tumori del seno, anche se per fortuna è difficile in una malattia che ha tassi di guarigione altissimi grazie alla chirurgia, e la speranza vera è per i tumori che ci fanno impazzire, quelli del polmone e del cervello, per cui qualsiasi cosa ci aiuti a comprendere come frenare la malattia è preziosa».

PROSPETTIVE - La caccia alle staminali tumorali porta anche ad una migliore previsione del decorso della malattia, come spiega Umberto Veronesi: «Abbiamo avviato uno studio su 15mila donne con un tumore al seno e metastasi linfonodali. Abbiamo visto che se la metastasi contiene cellule staminali, la malattia va in progressione. Se non ci sono staminali, invece, la metastasi non diventa clinica, resta latente e con il tempo può scomparire». Sulla base di ciò sarà possibile differenziare anche le terapie, riservando quelle più aggressive solo ai casi in cui sono davvero necessarie. Inoltre, se si identificassero dei recettori specifici sulle staminali tumorali, potrebbero diventare bersaglio di farmaci mirati.

CHE COSA SI È FATTO – Per farsi un’idea di cosa rappresenta la «Rivoluzione del Dna» per la lotta ai tumori, basti pensare che persino un premio Nobel ottuagenario e spesso caustico come James Watson, colui che riconobbe l’ormai celebre doppia elica che dà forma al nostro patrimonio genetico, si lascia un po’ andare: «Per la prima volta sono ottimista». Ora si sa che tutte le cellule tumorali hanno un elemento comune: un danno nel loro patrimonio genetico, nel «libretto di istruzioni» che regola la loro intera vita. Ora si iniziano a conoscere, dei circa 23mila geni che compongono il genoma umano, quali sono coinvolti nelle diverse forme di cancro (fra gli altri, Brca1 e Brca2 per i tumori del seno e dell’ovaio, Ras per il tumori di pancreas e colon, Pml-rar per la leucemia acuta, Bcr-abl per la leucemia mieloide cronica, del recettore Egfr per il polmone). «Siamo circa a metà strada del progetto Cancer genome atlas – ha spiegato Pier Paolo Di Fiore - . E nei prossimi cinque anni questo «atlante del cancro» sarà completato». Ora si è capito che il tumore è una malattia molto meno semplice di quanto si credesse in passato. Ad esempio, spiega Di Fiore: «Con il sequenziamento del gene è stato possibile classificare ben 15 tipi differenti di tumore del seno». Una complicazione che rischia di allontanare le soluzioni utili alle persone? «No, è esattamente il contrario – risponde Di Fiore -. Permette di tornare a curare il paziente, non solo la malattia. Non più la medicina che consolava, ma guariva poco, né la medicina ultra-tecnica che riduce il malato a un numero in un quadro statistico. Piuttosto la possibilità di curare una data malattia in una data persona».

«NON VOGLIAMO UNA MEDICINA DEI RICCHI» - C’è un problema enorme che si pone di traverso fra le intenzioni e i fatti: il costo. La ricerca sul Dna e lo sviluppo di farmaci biomolecolari costano, ricorda Veronesi, «cifre gigantesche, proibitive per buona parte dell’umanità. Noi non vogliamo una medicina che cura i ricchi e non i poveri, anzi, le scoperte devono essere alla portata di tutti. Che fare? E’ un dilemma, non solo scientifico, ma sociologico e politico».

CARTA DI VENEZIA – «Aumentare gli investimenti in ricerca di base e nel suo trasferimento tecnologico, trovare una soluzione per i costi dei farmaci biomolecolari» è uno degli obiettivi della «carta di Venezia», un documento proposto dagli scienziati presenti alla conferenza, che include anche lo sviluppo di un dibattito etico su questioni chiave come privacy e proprietà dei dati sul genoma, la condivisione delle conoscenze contro l’isolamento della scienza. «Con questa Carta ci rivolgiamo a tutti, alla società nel suo insieme e a coloro che ci governano – ha spiegato Chiara Tonelli, docente di genetica all'università di Milano e vice presidente della conferenza -. L'idea è far capire che le conoscenze che noi stiamo acquisendo sul Dna avranno riflessi importanti sulla vita di tutti i giorni, come lo sviluppo di alimenti più sicuri, la possibilità di prevenire le malattie, fare diagnosi precoce e trattamenti di medicina personalizzata. E’ perciò necessario che le persone possano conoscere tutti gli aspetti di queste ricerche, perchè è l'ignoranza che genera paura».