Centri oncologici promossi dalle italiane, ma si chiede maggiore sostegno psicologico

   

 

(Salute Europa, 29/10/2009)

Donne soddisfatte in ben il 92% dei casi delle cure cliniche ricevute nei reparti di oncologia medica italiani. Bene anche l’informazione e le capacità relazionali del personale (93,2% di soddisfazione) che dimostrano come siano stati compiuti passi da gigante rispetto a quasi 40 anni fa, quando ammalarsi di tumore era una vergogna e un tabù parlarne. Dati, quindi, estremamente positivi. Ma ancora qualcosa manca per raggiungere la perfezione. Il sostegno psicologico è l’aspetto più deficitario. Nonostante, anche in questo caso, la soddisfazione sia elevata (l’81% delle donne), l’aspettativa ora è talmente alta da rendere necessari interventi strutturati e adeguati.
Di fronte ad una diagnosi di tumore, infatti, le donne confidano in un sostegno, a partire dal proprio medico di famiglia, determinante nel 60% dei casi. Un altro punto importante si evidenzia dallo studio: alla luce di una sanità in linea generale percepita come sempre più frammentata a livello regionale, in questo caso le differenze tendono a ridursi notevolmente: le donne del Nordest sono le più soddisfatte (100%) delle cure e trattamenti ricevuti. Le isolane le meno contente (“solo” l’80% può definirsi soddisfatta tra le donne con esperienza diretta). Ma è sempre il sostegno psicologico a fare da termometro: il Nordest riceve ancora la medaglia d’oro con il 91% di soddisfazione contro il 50% delle isole e il 77% del Sud.
Sono questi i dati dell’indagine presentata oggi al Ministero della Salute, che apre il progetto triennale “Oncologia a Misura di Donna” a cura di O.N.Da (Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna) per valutare le realtà clinico assistenziali nell’oncologia femminile in Italia. Il progetto, patrocinato dall’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e dal GOIM (Gruppo Oncologico Italia Meridionale) è sostenuto da Fondazione Pfizer. I tumori femminili rappresentano, infatti, un importante problema di sanità pubblica ed interessano la comunità medico-scientifica per la ricerca di sempre più efficaci tecniche diagnostiche e terapeutiche, ma anche per la necessità di sostegni per il risvolto emotivo della malattia, che può minare l’identità femminile. Importante in questo frangente la testimonianza della campionessa italiana di tennis Lea Pericoli.
“Le donne – ha spiegato Francesca Merzagora, presidente di O.N.Da – rappresentano l’utenza maggiore dei servizi sanitari e si deve prestare attenzione alle loro esigenze. Ancora di più in un settore come quello oncologico che le mette a dura prova dal punto di vista fisico e psicologico. Si pensi a tumori come quello della mammella, della cervice uterina o delle ovaie. Una donna può sentirsi privata della sua identità femminile e, per questo, lei stessa confida in un sostegno psicologico. Le Istituzioni - che hanno già fatto molto, visto il grado di soddisfazione emerso dalla ricerca - devono ora indirizzarsi maggiormente verso questo aspetto. I dati confortanti di questa indagine ci spingono ad analizzare in profondità tutte le strutture oncologiche italiane in un progetto triennale, patrocinato da AIOM e GOIM e sostenuto da Fondazione Pfizer, nel quale saranno indagate la qualità delle strutture oncologiche, la loro capacità di porre la paziente al centro della cura e l’esistenza effettiva di servizi che consentano di aderire in maniera agevole al percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale loro dedicato. Il progetto prevede la partecipazione diretta delle direzioni sanitarie di 423 ospedali italiani”.
“Complessivamente – ha affermato Giuseppe Pellegrini, professore di metodologia della ricerca sociale all’Università di Padova – le donne sono soddisfatte delle cure ricevute nei reparti di oncologia medica, dell’informazione e delle capacità relazionali del personale. Anche riguardo al sostegno psicologico i risultati sono positivi, ma le loro aspettative sono molto alte. Ed è determinante il ruolo del medico di famiglia, che viene considerato una figura rilevante non solo per gli aspetti clinici, ma anche per la parte psicologica. Il sostegno, infatti, può venire anche da figure non strettamente specializzate come altri medici, volontari o dai propri parenti e famigliari”.
“I risultati dell’indagine – ha puntualizzato Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma – dovrebbero essere confermati in un campione più ampio. In ogni caso sembra emergere una generale richiesta delle pazienti ad un maggiore sostegno psicologico soprattutto nelle fasi più critiche della malattia. Su questo tema c’è bisogno di un forte intervento organizzativo e normativo. Per quel che riguarda, poi, le necessità relative alla rapida individuazione delle unità di diagnosi e cura e dei percorsi terapeutici delle singole pazienti durante il corso della malattia, l’indagine sembra sorprendentemente rivelare che questa domanda di maggiore organizzazione ed informazione non è collegata ad aspetti territoriali. Certamente l’implementazione e la diffusione su tutto il territorio nazionale delle reti oncologiche regionali contribuirà a risolvere queste problematiche”.
“Lo studio – ha affermato Giuseppe Colucci, presidente del GOIM e direttore del Dipartimento di Oncologia Medica all’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari – mette in luce l’importanza del lato emotivo della malattia. È fondamentale che la donna riceva conforto nel momento della diagnosi e durante le cure e non si senta abbandonata dopo le dimissioni dall’ospedale. L’assistenza psicologica è ancora più efficace se svolta da donne per le donne, in grado di capire meglio il problema di genere. Nella nostra struttura, per esempio, è sempre presente in reparto una psicologa. È attivo, inoltre, il Progetto Girasole per cui la donna riceve una ‘dimissione protetta’ quando lascia l’ospedale. Le viene, infatti, data la possibilità di chiamare un numero di cellulare ad hoc e parlare con una dottoressa in caso di dubbi sulla cura, perplessità o timori”.
“Sono un medico ma soprattutto una donna – ha affermato Cecilia Nisticò, Oncologia Medica A dell’Istituto Nazionale Tumori “Regina Elena” di Roma –. Prevalentemente mi occupo di donne con tumori alla mammella e il compito è difficile perché il cancro è un arcipelago di emozioni, dalla gioia al dolore, dalla paura di perdere la propria femminilità a quella del rapporto con i propri figli. La diagnosi e la terapia devono tenere conto di questo, non sono solo meccanismi tecnici. E sicuramente una donna è in grado di ‘leggere’ queste sfumature e di stare vicino alle proprie pazienti”.
“Nel 1973 – ha raccontato Lea Pericoli – ero campionessa d’Italia nella disciplina del tennis. Sono stata colpita da carcinoma all’utero, operata dal prof. Umberto Veronesi e dopo sei mesi ho vinto nuovamente il titolo italiano. Questo per dire che non ci si deve arrendere. Si può combattere e si può vincere. E si devono eseguire i test di screening, come il Pap test. Proprio la prevenzione, infatti, mi ha salvato la vita. Sono contenta anche che oggi sia cambiato il modo di ‘vivere’ il tumore. Ai miei tempi essere malata era una vergogna, un tabù. Il medico non si consultava con il paziente, ma con la famiglia, che ne teneva nascosta la gravità. Questo silenzio faceva male quanto la malattia stessa. Oggi è giusto parlarne ed è giusto che le donne pretendano sostegno psicologico”.