L'ospedale non è un carcere

   

(La Stampa, Elena Lisa, 12/02/2010)

Veronesi: l'orario di visita è una vergogna, i parenti devono entrare quando vogliono


MILANO
I parenti devono poter stare accanto ai malati senza limiti di tempo. L’ora di visita negli ospedali è vergognosa, paragonabile a quella dei carcerati». Parole dure, quelle di Umberto Veronesi, ex ministro della Sanità ed oncologo di fama che, da anni ormai, ribadisce la necessità di ristrutturare l’intero sistema sanitario e creare una rete che abbia il suo centro nei pazienti. Ieri, l’inaugurazione del nuovo polo dello Ieo, Istituto europeo di Oncologia, e la visita pastorale di Dionigi Tettamanzi, sono state l’occasione per riproporre il suo progetto: «Umanizzare le corsie».

Una rivoluzione culturale, simile a quella che fece Franco Basaglia per trasformare l’approccio al trattamento dei malati psichici, che ha un progetto dal nome semplice - «ospedale modello» - che si snoda non soltanto attorno alla questione degli orari: «I diritti della persona sono cresciuti - dice il professore -, ma quelli dei pazienti lo hanno fatto pochissimo. Un paradosso perché chi si trova in ospedale vive già, per via della malattia, in una condizione di grande disagio».

Ed ecco che il primo pensiero va agli orari di visita, di distribuzione dei pasti, al cibo, e al numero di letti per stanza. Continua Veronesi: «Chi è ricoverato, in qualsiasi momento della giornata, deve poter contare sulla presenza dei propri cari, i soli capaci di confortare e dare affetto in un momento tanto critico». Poi aggiunge: «Cenare alle sei di sera ha senso solo per consentire ai medici di tornare a casa. Ma così si perde di vista il paziente che, a quell’ora, probabilmente, non ha mai mangiato in vita sua. Senza contare che non tutti hanno gli stessi gusti in fatto di cibo». L’oncologo dice anche che in «ogni stanza dovrebbe starci un solo garantire la privacy. Lo so che adesso non è così, ma gli ospedali devono comunque sapersi adeguare.

Il progetto, però, non mette d’accordo tutta la categoria. Ermanno Leo, oncologo, primario all’Istituto dei tumori di Milano, per esempio, definisce le parole di Veronesi uno «slogan umanitario». E motiva: «In questo momento non ha senso fare sogni grandiosi. Chiunque, nella teoria, è favorevole a un progetto simile. Veronesi ha ragione: consentire ai parenti di entrare e uscire senza limiti d’orario significa dover costruire ospedali nuovi con stanze singole, altrimenti come si previene il rischio di epidemie? Bello, certo, ma bisogna fare i conti con i soldi messi a disposizione della sanità».

La reazione dei malati? «Posso garantire che non sono queste le preoccupazioni che ha chi sta per essere ricoverato o chi all’ospedale ci è già costretto - dice Teresa Petrangolini, segretario generale di “Cittadinanza Attiva”, il movimento che si occupa dei pazienti in Italia e in Europa attraverso il “Tribunale dei diritti del malato” -. Piuttosto il punto su cui vorremmo si discutesse è il diritto alla cura: le liste d’attesa, in alcune strutture, sono lunghe, lunghissime: durano mesi». E poi: «Non si può generalizzare: la realtà è a macchia di leopardo. Esistono ospedali all’avanguardia dove i pazienti sono trattati come ospiti di un grande albergo e altri in cui manca ogni cosa. Ci sono medici costretti addirittura a chiedere agli ammalati di portarsi da casa le medicine».

«La tutela della salute viene ovviamente prima di tutto - replica Veronesi - Proprio per questo si dovrebbe potenziare la diagnostica in ambulatorio. Una rivoluzione che nessun governo, finora, ha mai avuto il coraggio di realizzare».