Tumori: la fertilità dopo la malattia

   

(Il Sole24 Ore, Salute24, 17/05/2010)

Congresso a Siracusa

Utilizzare le staminali adulte per la produzione di cellule germinali: è questa la sfida che, nel futuro, la ricerca si propone di vincere per dare nuove speranze agli uomini e alle donne con problemi di fertilità. Effettuare il test della qualità del Dna dello spermatozoo che consente di selezionare il miglior gamete maschile per la fecondazione assistita: vari studi hanno infatti messo in luce come alcune anomalie della struttura del Dna spermatico siano associate all’incapacità di ottenere gravidanze e ad un’alta incidenza di aborti precoci, sia in gravidanze spontanee che ottenute con fecondazione in vitro. Di queste e altre tematiche si è discusso nel corso del Congresso Internazionale “The future of Reproductive Medicine” presieduto da Ettore Cittadini, professore di Ginecologia e Ostetricia all’Università degli Studi di Palermo, che ha riunito i maggiori esperti di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) per confrontarsi sui traguardi raggiunti e sui nuovi obiettivi da conseguire. Tra i temi al centro dell`attenzione dei medici riuniti a Siracusa è stata messa in rilievo la preservazione della fertilità nei pazienti oncologici. Una questione di grande attualità, spiegano al congresso, poiché grazie al progresso della medicina il tasso di sopravvivenza di bambini e giovani affetti da neoplasie è in continuo aumento. Per loro, quindi, risulta fondamentale conservare la capacità riproduttiva, che potrebbe invece venir pregiudicata inesorabilmente dalle chemioterapie e dalle radioterapie cui sono costretti a sottoporsi.
Le terapie antitumorali possono infatti danneggiare le gonadi maschili e femminili e pertanto determinare una perdita di fertilità. In particolare, nel 50% degli uomini sottoposti a trattamenti antitumorali si assiste ad una riduzione significativa della qualità del liquido seminale e nel 25-30% si registra un’assoluta assenza di spermatozoi che determina una completa sterilità. "Per i pazienti in età prepuberale che ancora non producono spermatozoi e ovociti – spiega Cittadini -
la ricerca scientifica sta facendo passi da gigante puntando sul congelamento del tessuto testicolare nel bambino e del tessuto ovarico nell’adolescente. In particolare, l`innovativa tecnica del congelamento del tessuto ovarico rappresenta l’unica possibilità di preservazione della fertilità nelle bambine: si procede all’asportazione, in genere per via laparoscopica, e successivo congelamento del tessuto ovarico sede di follicoli primordiali che contengono ovociti immaturi". Più complessa è la situazione delle donne affette da patologie neoplastiche, per le quali le strategie che si possono adottare per la preservazione della fertilità sono diverse e purtroppo nessuna è ancora affidabile come la crioconservazione degli spermatozoi. Attualmente per la donna sono possibili diverse tecniche: la protezione farmacologica, con efficacia ancora controversa; il congelamento degli embrioni, miglior tecnica in assoluto ma riservata solo a chi ha un partner stabile; il congelamento degli ovociti, la cui efficacia è però ancora bassa con percentuali di gravidanza e di bambini nati che vanno dall’1 al 5% per ovocita congelato. Inoltre per l’utilizzo del congelamento embrionale e ovocitario la paziente dovrebbe sottoporsi a una stimolazione ovarica che ritarderebbe l’inizio della terapia antitumorale, e ciò non sempre è possibile: così una delle tecniche utilizzate per preservare le fertilità femminile è il congelamento del tessuto ovarico. Al momento della remissione totale della malattia il tessuto viene scongelato e trapiantato nella paziente e, una volta verificatosi l’attecchimento, è possibile intraprendere procedure terapeutiche finalizzate all’ottenimento della gravidanza.
NOTA DELLA REDAZIONE: A questo congresso ha partecipato in qualità di relatore la d.ssa Francesca Catalano, presidente Comitato A.N.D.O.S. onlus di Catania, consigliere A.N.D.O.S. onlus Nazionale