In difesa delle ovaie e della fertilità

   

(Sportello Cancro, Vera Martinella, (Fondazione Veronesi,13 giugno 2010)

Passi avanti anche per ridurre gli effetti di radio e chemioterapia

CHICAGO - In Italia colpisce cinquemila donne ogni anno, ma dà segni evidenti della sua presenza solo in fase avanzata e ancora adesso non esistono test efficaci per la diagnosi precoce. Così circa l'80 per cento dei casi viene scoperto in ritardo, quando il tumore è diffuso ad altri organi e la malattia tende a ripresentarsi nonostante la buona risposta al primo ciclo di chemioterapia. Ma al congresso della Società Americana di Oncologia (Asco) sono emerse alcune novità.
DIAGNOSI PRECOCE - Una nuova strategia pare oggi in grado di diagnosticare la malattia ad uno stadio iniziale, secondo quanto riportato da studiosi dell'Università del Texas. Si basa su un modello matematico che combina l'andamento dei test del consueto marcatore tumorale CA125 con l'età della paziente, seguiti da ecografia transvaginale e visita, se necessari. «Ogni partecipante ha effettuato i test del sangue per misurare la presenza e i livelli della proteina CA-125 che molte donne colpite dal tumore delle ovaie hanno in circolazione nel sangue - ha detto Karen Lu, coordinatrice dei lavori -. Le pazienti con risultati sospetti sono state sottoposte a ecografie: abbiamo così individuato i casi di carcinoma». L'approccio, insomma, pare affidabile e con pochi falsi positivi.
NUOVE STRATEGIE - Sul fronte delle terapie dal congresso Asco arriva una buona notizia per le pazienti con un carcinoma ovarico in fase avanzata. Lo studio di fase III ha dimostrato che, aggiungendo alla tradizionale chemioterapia l'anticorpo «affama- tumori» bevacizumab ( approvato in Italia per i tumori di colon retto, mammella, rene e polmone), migliora del 39 per cento la probabilità di vivere più a lungo. Commenta Sandro Pignata, direttore dell'Oncologia del Dipartimento uro-ginecologico all'istituto tumori di Napoli: «Si tratta di un farmaco che blocca la formazione dei vasi da parte del tumore e così ne rallenta la crescita. I ricercatori americani hanno dimostrato che somministrato durante e dopo la chemioterapia, come cura di mantenimento per 14 mesi, è in grado di ritardare la comparsa della recidiva di alcuni mesi. Sicuramente un importante passo in avanti, perché il medicinale è relativamente poco tossico. Ora bisogna vedere se questo si tradurrà anche in un prolungamento della sopravvivenza in assoluto».
DIFESA DELLA FERTILITÀ - Per le giovani donne con un tumore al seno uno studio italiano su 280 pazienti fra i 18 e i 45 anni curate in 16 centri nazionali, segnala un modo efficace per conservare la fertilità, difendendo le ovaie dall'aggressività della chemioterapia. «Nel nostro Paese 1.500 donne sotto i 40 anni vengono colpite ogni anno da un cancro alla mammella, il 4 per cento di tutti i casi, e il 33 per cento di loro non ha avuto figli» precisa la coordinatrice della ricerca, Lucia Del Mastro, dell'istituto tumori di Genova. I chemioterapici compromettono la possibilità di avere una gravidanza nel 70 per cento dei casi perché riducendo il numero di follicoli nelle ovaie, provocano una menopausa precoce. Finora l'unica soluzione per diventare madri era congelare gli ovuli prima dell'inizio della terapia per poi procedere, a guarigione avvenuta, alla fecondazione in vitro. Ma la nuova ricerca, giunta alla fase più avanzata della sperimentazione, dimostra ora che è possibile ridurre la menopausa precoce dal 50 al 30 per cento grazie a un farmaco, la triptorelina, che mette a riposo le ovaie prima di iniziare il trattamento, risparmiando loro gli effetti tossici della cura. «Il medicinale — conclude Del Mastro — riduce la quantità di sangue che arriva nelle ovaie e le mette in una sorta di letargo, impedendo n gran parte l'afflusso delle sostanze nocive. Blocca inoltre gli ormoni che fanno maturare i follicoli, contrastando la loro riduzione dovuta ai chemioterapici, che è la principale causa della menopausa precoce».