CURARE LE DONNE INCINTE COME LE ALTRE

   

(Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi), 21/01/2011


La più vasta casistica finora disponibile suggerisce, per chi scopre il cancro al seno durante la gravidanza, di seguire le normali terapie. Senza rischi per il feto

SAN ANTONIO - Non è necessario ritardare le cure per un carcinoma mammario soltanto perché una donna è incinta. È la conclusione a cui è giunto uno studio tedesco presentato durante il Breast Cancer Symposium di San Antonio (Texas, Stati Uniti) dopo aver attentamente valutato le conseguenze di diversi trattamenti sui neonati. Sebbene le pazienti che scoprono di avere un tumore del seno durante la gravidanza siano relativamente poche (circa una maternità ogni tremila si complica con una diagnosi di cancro), gli studiosi credono che la casistica potrebbe aumentare per due motivi: da un lato le mamme tendono a essere sempre più "vecchie" (e l’incidenza della malattia cresce con l’aumentare dell’età), dall’altro con la prevenzione sale il numero di casi di cancro individuati in donne giovani. «Nel nostro Paese 1.500 donne sotto i 40 anni vengono colpite ogni anno da un carcinoma alla mammella, il quattro per cento di tutti i casi e proprio questa neoplasia è la più frequentemente diagnosticata durante la gestazione» precisa Lucia Del Mastro, primario di oncologia all’Istituto tumori di Genova.

LO STUDIO - Il trattamento del carcinoma mammario durante gravidanza pone molte problematiche cliniche e psicologiche per la paziente, i familiari e gli operatori sanitari. Le decisioni terapeutiche sono state basate finora su dati provenienti da piccole casistiche, con una conseguente relativa incertezza sui possibili esiti dei trattamenti sulla madre e sul bambino. «Quando abbiamo iniziato la nostra indagine nel 2003 - sottolinea Sibylle Loibl, membro del German Breast Group - le informazioni a disposizione su questo tema erano scarse, ma il bisogno di saperne di più era ed è assai diffuso». Così dall’aprile 2003 a giugno 2010 i ricercatori tedeschi hanno raccolto i dati relativi a 313 donne fra i 23 e i 47 anni con differenti tipi e stadi di cancro al seno e tutte hanno scoperto la malattia durante la gravidanza (il 23 per cento durante il primo trimestre, il 42 per cento nel secondo, il 36 per cento nel terzo). Quasi la metà delle pazienti (il 45 per cento) ha rinviato l’inizio della chemioterapia a dopo il parto, nonostante la maggior parte di loro avesse un tumore con caratteristiche biologiche che indicavano di sottoporsi al trattamento. In questo gruppo si è verificato il 33 per cento di parti prematuri (prima della 35esima settimana di gestazione, in gran parte decisi per poter iniziare le cure sulla madre) rispetto al 17 per cento osservato fra le donne si erano sottoposte a chemio durante la gravidanza. L’incidenza di malformazioni congenite è stata simile a quella che si riscontra nella popolazione generale e non sono emerse differenze tra i bambini esposti a chemioterapia durante la vita uterina rispetto agli altri. Allo stesso modo l’efficacia delle cure e i risultati terapeutici raggiunti sono risultati simili fra i due gruppi di mamme (sebbene studi precedenti indicassero una prognosi peggiore per le donne che ritardavano l’inizio dei trattamenti).

TEAM SPECIALIZZATO - «Questa è la casistica maggiore mai riportata sino a oggi e le conclusioni dello studio sono rassicuranti - commenta Del Mastro -. È stato confermato che le pazienti con diagnosi di carcinoma mammario durante la gravidanza devono essere trattate quanto più strettamente possibile come le altre pazienti. La chirurgia può essere eseguita fino alla dodicesima settimana di gestazione e bisogna cercare di rimandare il parto sino al raggiungimento della 35-37esima settimana per evitare i rischi fetali dovuti al parto prematuro». Nonostante gli esiti confortanti circa l’uso della chemio in donne incinte tutti gli esperti concordano poi su un punto: è necessario che questi siano trattati in centri specializzati dove opera un team multidisciplinare che comprende oncologo medico, chirurgo oncologo e specialisti della medicina materno-fetale. «Il lavoro del gruppo tedesco indica, infine, la necessità di dotarsi anche in Italia di un registro nazionale di tumori in gravidanza per meglio rispondere alle esigenze delle donne in questa delicata situazione», conclude Del Mastro.