NUOVE RADIOTERAPIE, POTENTI E PRECISE. NON SEMPRE INDISPENSABILI

   

(Sportello Cancro, Elena Meli, 17 gennaio 2011)


Ingegneria, fisica e informatica in aiuto dei medici nella guerra al cancro. Il progresso delle macchine per «bruciare» i tumori. Fanno la differenza solo se c'è la giusta indicazione

 

MILANO - Ultimissima in ordine di arrivo è la radioterapia in 6 dimensioni, in grado di seguire al millimetro i più piccoli movimenti del paziente durante il trattamento: adottata all'ospedale Molinette di Torino, per trattare tumori difficili da raggiungere in cervello, polmoni e fegato. Ma subito prima i riflettori si erano accesi su TrueBeam, una macchina messa a punto nella Silicon Valley che eroga, anch'essa, raggi super-precisi. Ogni volta gli strumenti sembrano più fantascientifici, ogni volta sembra di aver trovato l'apparecchio risolutivo che «brucia» qualsiasi tumore. E ogni volta si accendono le speranze dei pazienti, che intasano i centralini degli ospedali con la loro comprensibile richiesta di accedere al trattamento più avanzato.
Tante aspettative, ma anche tanta confusione: sono talmente numerosi i diversi tipi di radioterapia che per un malato è quasi impossibile orientarsi. Un unico elemento sembra certo, per i malati: la super-tecnologia li salverà. «Purtroppo abbiamo deificato la tecnologia - osserva Vincenzo Valentini, direttore dell'Unità di Radioterapia al Policlinico Gemelli di Roma e presidente della Società europea di radioterapia oncologica (Estro) -. Chi sta male è disperato e spesso molto solo, oggi; così diventa inevitabile coltivare la fiducia che la tecnologia garantisca il successo contro la malattia, pensando che ciò di cui si parla al momento sia il metodo più efficace». Il risultato lo racconta Marta Scorsetti, responsabile di Radioterapia e radiochirurgia all'Istituto Humanitas di Milano dove è disponibile TrueBeam: «Abbiamo agende bollenti per tutto il 2011. Ogni giorno visitiamo 15-20 persone, ma di questi forse 2 o 3 saranno i candidati giusti per TrueBeam, perché la tecnologia più avanzata non serve a tutti. Ogni nuovo strumento apporta un pizzico di vantaggio in più, ma i medici devono decidere, in base all'obiettivo per ciascun caso, qual è il mezzo migliore e più semplice. Ciascun paziente è unico e la terapia va personalizzata».
Spesso una radioterapia standard basta, perché oggi il trattamento considerato standard è la radioterapia conformazionale in 3 dimensioni, disponibile pressoché ovunque nei circa 161 centri di radioterapia in Italia. Con una Tac si acquisiscono immagini bidimensionali del tumore, un software le rende tridimensionali mostrando il volume e i rapporti anatomici con gli organi attorno, e ciò permette di far arrivare le radiazioni con estrema precisione. Il controllo locale della malattia è molto buono, i tassi di sopravvivenza migliorano. «Nel 60-70 % dei casi questo tipo di radioterapia è più che sufficiente: spesso il costo, anche quattro volte superiore, delle tecnologie più innovative non è giustificato dai risultati che si possono ottenere - spiega Enza Barbieri, presidente dell'Associazione italiana di radioterapia oncologica -. Con i nuovi strumenti abbiamo la certezza di un'abilità sempre maggiore nel centrare il bersaglio e risparmiare i tessuti sani attorno, diminuendo gli effetti collaterali e migliorando la qualità della vita. Ma per molti di questi apparecchi, proprio perché sono arrivati da poco, non abbiamo ancora la sicurezza assoluta che consentano un miglior controllo della malattia o influenzino la sopravvivenza: per capirlo occorre seguire a lungo un buon numero di pazienti».
In attesa di maggiori certezze su indicazioni ed efficacia degli strumenti più recenti, come si sceglie il tipo di radioterapia? «L'età del paziente non condiziona la scelta, conta soprattutto il tipo di tumore e il suo livello di espansione, ovvero lo stadio a cui si trova - risponde Barbieri -. Spesso sono i pazienti con malattia avanzata a illudersi di più che le nuove radioterapie possano essere risolutive: in realtà le tecniche di estrema precisione vanno usate in casi con una buona speranza di vita, quando la malattia è controllata bene altrove e se la metastasi non supera i 4-5 centimetri o ce ne sono non più di tre che, in totale, siano inferiori ai 6 centimetri. I "paletti" per l'uso della radioterapia sono perciò precisi; proprio per fare chiarezza e aiutare i pazienti a orientarsi, nel 2011 l'Airo ha l'obiettivo di stilare linee guida per l'impiego delle diverse tecniche».
Nel frattempo, quali consigli dare ai pazienti? Come si sceglie la struttura giusta? «Prima di tutto, bisognerebbe affidarsi a un gruppo multidisciplinare - risponde Valentini -. Radioterapista, chirurgo, oncologo medico devono essere tutti presenti al colloquio col paziente: al malato fa più danni un'indicazione sbagliata che il mancato uso dell'ultimo ritrovato ipertecnologico. Poi, è bene rivolgersi a centri che seguono molti casi, perché vi si troveranno certamente maggior competenza e flessibilità. Infine, sarebbe opportuno poter decidere dove andare sulla base dei risultati di sopravvivenza ottenuti nelle diverse strutture, che dovrebbero perciò essere noti e trasparenti». Questa per il momento è quasi utopia; non lo è, invece, l'uso sempre più esteso della radioterapia come valida alternativa alla chirurgia in alcune situazioni e il suo posto ben saldo accanto a bisturi e farmaci. «È meno invasiva della chirurgia, è selettiva e ha fatto passi da gigante: con le tecniche di precisione si possono trattare pazienti non operabili con buoni risultati e tossicità accettabile - riferisce Scorsetti -. Oggi la diagnosi precoce scopre i tumori quando sono piccoli: un buon connubio fra chirurgia, radioterapia e chemioterapia può davvero risolvere la malattia in molti casi, senza incidere troppo pesantemente sulla qualità di vita del malato» conclude l'esperta.