UNO STUDIO SU TRE E' PER I TUMORI

   

(Sportello Cancro, Vera Martinella,14/02/2011)


Le ricerche oncologiche, anche nella prima fase, in cui si analizza l'eventuale tossicità, sono condotte su malati

MILANO - Sono due milioni e 250 mila gli italiani che vivono con una diagnosi di tumore, 800 mila sopravvivono a più di dieci anni dalla diagnosi e in 700 mila possono dirsi definitivamente guariti. Grazie a nuovi farmaci, tecniche chirurgiche innovative, progressi nella radioterapia e diagnosi sempre più precoci, oggi da molti tumori si può infatti davvero guarire. «Più che per altre patologie, per un malato di cancro "cura sperimentale" significa speranza - ricorda Claudia Borreani, responsabile della Psicologia all'Istituto Tumori di Milano -. A cercare la tecnica, o il farmaco nuovo, sperando sia più efficace, è soprattutto chi riceve la diagnosi di una forma aggressiva e ha visto fallire altre terapie; si tratta di persone che vanno ascoltate, ma anche protette dal "voglio provare altro", se questo "altro" diventa accanimento terapeutico. Comunque, oggi i pazienti, in genere, affrontano i trial con fiducia, ma si informano anche molto e fanno una scelta ragionata, non partecipano più "a scatola chiusa"».

Le sperimentazioni per area terapeutica

RICERCA - «L'obiettivo cui puntiamo nella ricerca chirurgica - chiarisce Mario Santinami, vicedirettore della Società italiana di chirurgia oncologica e direttore del Dipartimento di chirurgia all'Istituto Tumori di Milano - è semplice: ridurre i tempi operatori, le "cicatrici", la degenza, mantenendo l'efficacia dell'intervento. Cerchiamo, insomma, di essere meno invasivi, di conservare quanto più possibile la funzionalità degli organi eliminando sempre l'intera lesione cancerosa». Apripista storico in questo senso è stato Umberto Veronesi che, negli anni Settanta, iniziò a proporre la quadranctectomia al posto dell'asportazione completa della mammella (mastectomia) nelle donne con carcinoma al seno. Lo stesso principio sta alla base della tecnica del linfonodo sentinella, per verificare la presenza di eventuali metastasi, che sostituisce dalla fine degli anni Novanta lo svuotamento ascellare nei pazienti con un melanoma e nelle donne con tumore al seno. «Oggi - prosegue Santinami - altri studi cercano un modo alternativo di operare, magari con l'aiuto di chemio e radioterapia che hanno fatto passi da gigante, per evitare l'asportazione di organi importanti, come quella della laringe che lascia i malati senza voce».

PAZIENTI - Sul fronte farmacologico, dal Rapporto nazionale 2010 dell'Aifa (l'Agenzia italiana del farmaco) sulla sperimentazione clinica dei medicinali, emerge non solo che l'oncologia è l'area terapeutica più studiata (29,4 per cento) con 1314 sperimentazioni attive al 31 dicembre 2009, ma che la seconda area in classifica, "cardiologia e malattie vascolari", ne conta moltissime di meno (428, seguita da "neurologia" con 396). Anche per quanto riguarda i farmaci "orfani" e quelli destinati alla cura di patologie rare, l'area oncologica è al primo posto. Copre il 42,5 per cento degli studi sui medicinali utili a trattare patologie così rare da non avere un mercato che possa ripagare le spese sostenute per il loro sviluppo e il 36,6 per cento delle ricerche sulle molecole per la cura di malattie che colpiscono al massimo cinque persone su 100 mila abitanti. «Le sperimentazioni oncologiche hanno una caratteristica distintiva - riprende Filippo de Braud, direttore della divisione di Farmacologia clinica e nuovi farmaci all'Istituto europeo di oncologia di Milano -: anche quelle di fase I, il cui obiettivo è stabilire la giusta dose e verificare la tollerabilità di farmaci che vedono la prima applicazione sull'uomo, vengono condotte su pazienti e non su volontari sani come accade in tutte le altre patologie. Purtroppo, però, la ricerca clinica di fase I in Italia è limitata e interessa solo il 3,6 per cento sul totale degli studi 2004-2009».

ALTI COSTI - Il problema, come è facile intuire, sono gli alti costi necessari a studiare una molecola nuova, dalle fasi di laboratorio fino alla verifica sull'uomo. «Costi talmente elevati che richiedono quasi sempre il sostegno di sponsor industriali» dice Maurizio D'Incalci, direttore del Dipartimento di oncologia dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri. Così, secondo un'analisi americana pubblicata sulla rivista Cancer nel 2009, in circa un terzo delle sperimentazioni in oncologia viene dichiarato qualche tipo di conflitto di interesse, soprattutto un coinvolgimento delle aziende farmaceutiche. «Servirebbero più fondi pubblici per finanziare trial indipendenti. Esiste già un progetto Aifa in questo senso, che ci invidiano anche all'estero, ma va incrementato con maggiori finanziamenti» aggiunge D'Incalci. Inoltre, «si dovrebbe cercare di "semplificare" il sistema-sperimentazioni e di renderlo più "competitivo" nei confronti degli investitori internazionali - sottolinea Carlo Tomino, direttore dell'Ufficio sperimentazione clinica dell'Aifa -. In Italia, ad esempio, ci sono troppi Comitati etici e servirebbe un'unica autorità centrale, senza naturalmente intaccare l'autonomia delle rappresentanze locali». Secondo Tomino, poi, si dovrebbero cercare sistemi premianti per quegli investitori che decideranno di «scommettere» sull'eccellenza italiana per condurre studi di fase I sulle loro nuove molecole. Nella ricerca, infatti, un Paese viene scelto per un insieme di fattori: eccellenza clinica, rispetto delle procedure e dei tempi, qualità dei dati prodotti e costi legati all'esecuzione degli studi. «Con un po' di impegno l'Italia può senz'altro giocare un ruolo importante nello scenario della ricerca clinica internazionale» conclude Tomino.