DALLA TERAPIA FOTOTERMICA UNA NUOVA ARMA CONTRO I TUMORI

   

(SanitàNews, 22/03/2011)
 

Un gruppo di ricercatori del Princess Margaret Hospital ha creato una nanoparticella di origine organica non tossica, biodegradabile e molto ‘versatile’, nel senso che aiuta nell’uso di luce e calore per il trattamento del cancro e per portare farmaci mirati. Secondo il responsabile della ricerca, il dott. Gang Zheng, scienziato che lavora presso l’Ontario Cancer Institute (OCI) i risultati sono importanti in quanto, a differenza di altre nanoparticelle, la nuova struttura ha una funzione unica e molto versatile che potrebbe potenzialmente cambiare il modo in cui i tumori vengono attualmente trattati. Il dott. Zheng ha detto: “In laboratorio, abbiamo combinato due molecole che si trovano comunemente in natura, la clorofilla e un lipide, per creare una nanoparticella unica nel suo genere, che si sta dimostrando promettente in molti settori della biofotonica e in diverse applicazioni. La struttura della nanoparticella, che assomiglia ad un microscopico palloncino riempito d’acqua, permetterebbe di riempirla di un eventuale farmaco per trattare un tumore in modo molto specifico.”Inoltre, la nuova molecola può funzionare anche in un altro modo – spiega il primo autore dello studio Jonathan Lovell, uno studente di dottorato presso l’OCI: “La terapia fototermica usa la luce e il calore per distruggere i tumori. Con la capacità di questa nuova nanoparticella di assorbire molta luce e accumularla nei tumori (per via della molecola di clorofilla, ndr.), un laser potrà rapidamente scaldare la massa tumorale alla temperatura di 60 gradi e distruggerla. La nanoparticella può anche essere usata per un’immagine fotoacustica, che combina luce e suono per produrre una immagine ad altissima risoluzione che può essere usata per cercare e colpire i tumori.” Inoltre, ad ulteriore riprova della versatilità della particella, una volta che la nanoparticella colpisce il tumore, diventa fluorescente, come per segnalare che “la missione è stata eseguita”, scherza Lovell. Lo studio è pubblicato sulla rivista Nature Materials. Per approfondimenti