SENO, ANCORA TROPPE DONNE DICONO NO ALLA MAMMOGRAFIA

   

(Sportello Cancro,Vera Martinella (Fondazione Veronesi), 13/04/2011) 


Quasi la metà delle americane non la fa. In Italia si oscilla fra l'80% al Nord e il 40 al Sud. Per carenze organizzative, ansia dei controlli o semplice rifiuto

MILANO - Nonostante sia ormai riconosciuto che il tumore al seno, il più comune nel sesso femminile con 40mila nuovi casi registrati ogni anno in Italia, si possa contrastare e sconfiggere grazie alla diagnosi precoce, sono moltissime le donne che ancora disertano il semplice e gratuito screening mammografico che potrebbe salvare loro la vita. Una ricerca americana recentemente presentata al Breast Cancer Symposium di San Antonio (Texas) rileva infatti che negli Stati Uniti solo la metà delle interessate si sottopone regolarmente ai controlli. Nel nostro Paese, invece, l’adesione allo screening mammario presenta notevoli differenze regionali: se al Nord la copertura della fascia di popolazione interessata supera l’80 per cento, in certe aree meridionali si aggira intorno al 40 per cento.

PERCHÉ NON FARE I CONTROLLI? - Disagio psicologico all’idea di fare il test, carenza di centri attrezzati nelle vicinanze, semplice rifiuto (spesso malgrado la consapevolezza dell’utilità dell’esame). Sono queste secondo gli esperti d’oltreoceano le ragioni più probabili per le quali le americane non si sottoporrebbero con costanza alle mammografie. Ipotesi alla quale sono giunti dopo aver esaminato i dati relativi agli esami diagnostici eseguiti o meno da oltre 12 milioni di donne statunitensi fra il 2006 e il 2009. In media soltanto il 50 per cento ha fatto il test annualmente e considerando le varie fasce anagrafiche la percentuale non cambia di molto: i controlli risultano regolari per il 47 per cento delle 40-49enni, il 54 per cento delle 50-64enni e per il 45 per cento delle over 65. I motivi di resistenza alla mammografia supposti dallo studio americano possono essere validi anche per le donne del Bel Paese. «Esiste un’Italia dei piccoli centri - spiega Paolo Marchetti, responsabile dell’Oncologia medica al Sant’Andrea di Roma - dove scarseggiano le apparecchiature e bisogna precorrere chilometri per sottoporsi al test. Una difficoltà pratica che scoraggia anche chi invece vorrebbe farlo». Ansia all’idea di sottoporsi ai controlli e "noncurante rigetto" sono poi universalmente diffusi, con l’aggiunta di una dose d’incoscienza o ignoranza da parte degli strati più disagiati della popolazione.

L’ADESIONE ALLO SCREENING IN ITALIA - Secondo Marchetti, poi, per migliorare l’adesione allo screening (che in Italia prevede l’invito alle donne fra i 50 e i 69 anni per sottoporsi gratuitamente a una mammografia ogni due anni), sarebbe utile una «maggiore convinzione e sollecitazione da parte del medico di base. Soprattutto però - continua l’oncologo - le differenze nostrane nei tassi di partecipazione si devono alle diversità nell’organizzazione da parte delle Regioni». Stando all’ultima edizione del rapporto Passi dell’Istituto superiore di sanità (pubblicato sul sito Epicentro) quasi sette italiane su 10 tra i 50 e i 69 anni si sono sottoposte nel 2009 allo screening per la prevenzione del tumore al seno con la mammografia. Una percentuale rimasta sostanzialmente stabile rispetto al 2007 e 2008, anche se molte donne decidono di fare l’esame già prima. L’età media della prima mammografia risulta infatti essere 45 anni: secondo il rapporto, il 61 per cento delle donne tra 40 e 49 anni ha fatto almeno una volta la mammografia a scopo preventivo (il 53 per cento delle residenti al Sud, il 64 al Centro e il 67 al Nord). Notevoli disuguaglianze geografiche emergono però nella partecipazione alla campagna preventiva fra le 50-69enni: in media nel 2009 vi ha preso parte l’80 per cento delle residenti al Nord, il 75 di quelle del Centro e solo il 48 per cento al Sud e nelle Isole, con le eccezioni di Basilicata e Molise (63 per cento entrambe) e il record negativo della Campania (38 per cento).

DIFFERENZE ECONOMICHE, DI ISTRUZIONE E DI RAZZA - I controlli, sebbene gratuiti e su chiamata da parte della Asl di appartenenza, risultano meno frequenti tra le donne con basso livello d’istruzione, non sposate o conviventi, con difficoltà economiche e cittadinanza straniera. Inoltre, le donne residenti al Sud hanno una probabilità notevolmente inferiore di fare la mammografia. Secondo gli studi più recenti, la mortalità per cancro della mammella si riduce di circa il 35 per cento tra le donne che praticano la mammografia ogni due anni. E le guarigioni sono in aumento grazie alla diagnosi precoce e alla disponibilità di nuove cure sempre più efficaci, «ma servono campagne di comunicazione mirate per quelle fasce di popolazione che, per motivi anche culturali, ancora non hanno compreso l’importanza di fare controlli regolari - conclude Pierfranco Conte, responsabile del Dipartimento di oncologia dell’Università di Modena -. Un esempio su tutti: se la media dei tumori riscontrati durante gli screening è di dimensioni inferiori al centimetro (più piccoli, localizzati, quindi più curabili), fra le donne immigrate, che spesso non partecipano alle campagne preventive, la diagnosi viene fatta quando il carcinoma mammario è nettamente più grande e la malattia in fase più avanzata».