Chirurgia robotica, la rivoluzione in medicina

   Sportello Cancro,Vera Martinella,(Fondazione Veronesi), 27/06/2011

L'ultimo modello di Da Vinci (per ora l'unico apparecchio disponibile sul mercato) è disponibile in circa 50 ospedali italiani e costa più di 2 milioni. Un buon investimento?

MILANO - La chirurgia robotica è una vera rivoluzione, di cui non si può più fare a meno, o una chimera dai costi insostenibili per il Servizio sanitario nazionale? Di questo hanno discusso i maggiori esperti italiani in materia, riuniti a Forlì per un convegno durante il quale hanno valutato sia l’efficacia della tecnica che le spese necessarie ad acquistarla e mantenerla. «La conclusione a cui siamo giunti - dice Domenico Garcea, direttore del Dipartimento di chirurgia dell’Ausl forlivese e organizzatore dell’incontro - è che il robot è un indubbio vantaggio, per il quale si paga una cifra importante. Diversi studi ed esperienze italiane hanno però dimostrato che i costi si possono abbattere: se se ne fa un utilizzo multidisciplinare, con una scelta mirata dei pazienti da operare e un adeguato addestramento dei chirurghi e di tutto il personale medico». Il prezzo dell’ultimo modello si aggira intorno ai due milioni e 400mila euro e ad oggi sono circa 50 gli ospedali, quasi tutti pubblici, che hanno acquistato un robot. Alcune strutture, come l’Istituto europeo di oncologia e il San Raffaele a Milano, dopo attente valutazioni mediche ed economiche hanno deciso di comprarne un secondo. L’ospedale di Grosseto, poi, ha già preso il terzo.

I PRO E I CONTRO DEL ROBOT - «I vantaggi per i pazienti - continua Garcea - sono gli stessi che si possono ottenere con la chirurgia mini-invasiva: cicatrici più piccole, minori complicanze, degenze più brevi, migliori tempi di ripresa. Il fatto è che il robot dà al chirurgo la possibilità di muoversi, di ruotare una mano o un braccio, a 360 gradi: una cosa umanamente impossibile per un essere umano. O di arrivare in un punto preciso senza fare contorsioni faticose, assumere posizioni dure da reggere per ore. Inoltre ci dà una visione tridimensionale, con una visuale e una luce perfette. Aspetti sfavorevoli per i malati, rispetto a un intervento chirurgico tradizionale, non ce ne sono». I contro, invece, esistono per le casse dell’ospedale o del Ssn: ad oggi, quando si parla di chirurgia robotica siamo in regime di monopolio. L’unico esemplare disponibile è il Da Vinci, arrivato sul mercato a fine anni Novanta e poi aggiornato in cinque successivi modelli. Fintanto che il brevetto non scade non c’è concorrenza, anche se «ormai, l’acquisto del robot non è quasi mai a carico delle aziende sanitarie, ma è spesso frutto di una donazione da parte di enti privati - commenta Andrea Coratti, direttore della Chirurgia generale all’ospedale Misericordia di Grosseto e pioniere, insieme a Pier Cristoforo Giulianotti, della chirurgia robotica italiana -. Sono soprattutto i costi di gestione che andrebbero tagliati».

POSSIBILI SOLUZIONI PER RIDURRE I COSTI - Il robot dunque, almeno per ora, comporta spese troppo elevate perché molti ospedali possano permettersi di acquistarne uno? Non secondo Franca Melfi, esperta in chirurgia robotica toracica, che riporta i dati uno studio promosso dalla Chirurgia toracica dell’Università di Pisa: «Se si usa un macchinario per un certo numero di interventi all’anno, individuati in circa 300, la chirurgia robotica non solo non è dispendiosa, ma consente di risparmiare risorse - spiega -. Basandosi su questo principio la Regione Toscana ha approvato un progetto di ampliamento della robotica "economicamente compatibile". In pratica, la Regione ha stanziato i fondi per l’acquisto di nuovi robot, che verranno usati però in modo inter-dipartimentale: fisicamente allocati in alcune strutture verranno usati a turno da più chirurghi di più ospedali». Il principio, dunque, è quello di ammortizzare l’investimento sfruttando il Da Vinci per un numero elevato di interventi ogni anno, per diverse patologie e su pazienti appositamente selezionati. «Queste apparecchiature oggi possono e devono avere svariate applicazioni - precisa Giulianotti, partito da Grosseto e giunto tre anni fa a Chicago, dove dirige il reparto di Chirurgia generale e robotica dell’Università dell’Illinois -. Per esempio in urologia, ginecologia, chirurgia cardio-toracica e gastrointestinale, pediatria o oncologia. Nei prossimi anni, poi, il robot si potrà utilizzare sempre più nel distretto cervicale, per la tiroide, in otorinolaringoiatria e per le operazioni maggiori su colon, fegato, pancreas e reni».

RISERVATA AI «PILOTI DI FORMULA UNO» - Dalle conclusioni del convegno emerge un’ultima fondamentale regola: per utilizzare il robot serve una precisa e adeguata formazione. Quanto maggiore è la specializzazione del chirurgo, tanto migliore è il modo di usare le apparecchiature. «È un po’ come guidare una macchina in una gara di Formula uno: non tutti siamo capaci e, in ogni caso, per essere bravi piloti bisogna prepararsi molto e aggiornarsi costantemente» esemplifica Garcea. «Bisogna acquistare destrezza e, come in ogni campo, s’impara e migliora con la pratica - spiega Paolo Bianchi, direttore dell’Unità di chirurgia mini invasiva all’Istituto europeo di oncologia di Milano e membro fondatore della Clinical robotic surgical association -. In questo modo non solo si garantisce la migliore riuscita per i pazienti, ma - ancora una volta - si limitano le spese (di usura, di costose attrezzature monouso legate all’apparecchio, di tempo). Il robot, in conclusione, è uno strumento che essenzialmente agevola il chirurgo e rende possibile eseguire interventi mini-invasivi sempre più complessi che, con la tecnica laparoscopica tradizionale, sarebbero molto lunghi e praticabili solo da pochi chirurghi molti esperti».