Chiamateci guarite: foto di gruppo di cinquecentomila italiane

   Sportello Cancro, Cera Martinella, 25/07/2011

La vita dopo il cancro? Le donne tornano a lavorare, ma sei su dieci sono a rischio depressione. Temono di ammalarsi di nuovo e vivono poco l'intimità

MILANO - Qualcuna vuole un figlio, qualcun’altra perde il lavoro, molte devono fare i conti con la depressione e i colpi che il tumore sferra al benessere fisico, psichico e alla femminilità. Oggi otto donne su dieci superano il cancro al seno, ma non vogliono sentirsi chiamare "survivors", sopravvissute o lungo-sopravviventi. Loro si definiscono guarite. Le ormai più di 500mila italiane che hanno si sono lasciate alle spalle un carcinoma mammario si sentono bene (il 72,6 per cento è contento del proprio stato di salute, il 26 per cento molto soddisfatto) e spesso ritornano al lavoro, ma molte (circa il 65 per cento) temono di ammalarsi di nuovo e 6 su 10 hanno sperimentato un periodo di depressione. È la fotografia che emerge dall’indagine nazionale promossa dall’Associazione ricerca ed educazione in oncologia (Areo), condotta su 150 ex pazienti, a 5 e 10 anni dalla diagnosi, di tre centri oncologici italiani (Policlinico di Modena, Istituto per la ricerca sul cancro di Genova e Regina Elena di Roma). Negli ultimi anni, gli importanti progressi fatti nelle terapie oncologiche hanno consentito di ottenere un aumento significativo dell’aspettativa di vita e, in molti casi, di raggiungere una piena guarigione. Si è così aperta una nuova sfida: sia le pazienti guarite che quelle croniche, in cui le terapie riescono a controllare a lungo la malattia, vogliono e devono poter tornare a una vita "normale".

RITORNO IN UFFICIO - Dalla ricerca emergono alcuni dati positivi, come la soddisfazione per l'assistenza ricevuta: il 45,2 per cento delle intervistate infatti ritiene di essere stata seguita in modo positivo e il 7,8 in modo addirittura eccellente. Tanto che il 78 per cento delle ex pazienti si considera ormai guarita. Positivi sono anche i risultati in materia di rientro al lavoro, visto che solo il 4 per cento delle malate lo ha perso nel periodo necessario alle cure. Il 55 per cento al rientro, potendo scegliere, ha optato per il tempo pieno, il 20 per il part-time e per il 27 per cento delle intervistate lo stipendio è aumentato. La maggioranza (82 per cento) afferma di non aver avuto difficoltà a rientrare nel mondo del lavoro e solo il 2 per cento si è sentita discriminata. «Il nostro obiettivo era analizzare, per la prima volta con criteri scientifici, l’impatto di questa malattia nel lungo periodo - spiega Pierfranco Conte, coordinatore dello studio e direttore del Dipartimento di oncologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia -. I risultati in parte ci sorprendono perché, per fortuna, il livello di reintegrazione sociale sembra buono e non si notano discriminazioni evidenti, a parte quel 10 per cento che ha subito una riduzione dello stipendio».

DEPRESSIONE E FEMMINILITÀ - L'aspetto psicologico delle ex malate, però, risulta indebolito, ma solo una minoranza delle interessate (il 18 per cento) chiede aiuto. Eppure, oltre il 30 per cento si sente meno femminile, circa il 20 per cento rileva cambiamenti nella propria situazione familiare e nei rapporti sociali e il 65 per cento teme di ammalarsi di nuovo. E ancora, sei pazienti su dieci hanno sperimentato un periodo di depressione. I rimedi, però, esistono, basta parlarne con i medici, come spiega Luigi Grassi, presidente della Società italiana di psiconcologia (Sipo): «Se necessario si può ricorrere ad appositi farmaci, ma spesso sono sufficienti i consigli di uno specialista che, per trovare la soluzione, deve capire l’origine di ansia, depressione, stress, molto comuni fra i malati oncologici. Possono essere efficaci anche determinati esercizi di rilassamento fisico e mentale». Secondo le stime più recenti della Società italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica (Sicpre), almeno per quanto riguarda l’operazione si sono fatti notevoli passi avanti: negli ultimi 30 anni la chirurgia della mammella si è modificata totalmente e se gli interventi demolitivi prima erano il 90 per cento, ora vengono fatti solo nei casi più complessi (circa il 20 per cento). E, grazie alle nuove metodiche di chirurgia oncoplastica, circa il 70 per cento delle donne può, con una ricostruzione, tornare ad avere qualcosa di molto simile al proprio seno. Ciononostante molte donne dopo i trattamenti anticancro faticano a recuperare una vita intima appagante, in parte a causa di problemi fisici legati alle terapie effettuate, ma soprattutto perché soffrono di insicurezze legate alla loro immagine corporea. «Ben la metà delle donne ammette, anche a 10 anni dalla diagnosi, di avere un calo del desiderio sessuale» aggiunge Valentina Guarneri, oncologa del Policlinico di Modena. Eppure, anche in questo caso, le soluzioni al problema non mancano: dai farmaci ai colloqui con psicologi e sessuologi sempre più spesso integrati alle équipe oncologiche, dalle creme lubrificanti allo sport, senza dimenticare l’ingrediente fondamentale per un’intimità soddisfacente, il dialogo con il partner.

UN FIGLIO? SI PUÒ - Non molte, poi, fra le donne in età fertile prendono in considerazione l’idea di una gravidanza (solo il 16 per cento), sebbene sia ormai sicuro che non esistono controindicazioni alla maternità dopo un tumore. «Anzi - precisa Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia dell’Istituto tumori Regina Elena - la preservazione della capacità riproduttiva rappresenta una delle nuove priorità per gli oncologi medici, sempre più preoccupati non solo di sconfiggere il cancro, ma anche di garantire la miglior qualità di vita alle proprie pazienti». Attualmente, in base ai pochi dati disponibili, circa il cinque per cento delle pazienti ha una gravidanza dopo un carcinoma mammario e sarebbero oggi oltre 500 in Italia le ex malate diventate mamme. Un numero destinato ad aumentare, anche perché circa il 15-20 per cento delle donne riceve una diagnosi di cancro della mammella in età riproduttiva e l’ipotesi di una futura gravidanza è un parametro da valutare attentamente nella scelta del trattamento. Inoltre, sono ora numerosi sia gli studi che cercano soluzioni valide per preservare la fertilità, dalla chemioterapia e dagli altri trattamenti anticancro sia quelli che dimostrano come la maternità non comporti maggiori rischi di recidive. «Un collegio inglese ha scritto a tal proposito alcune linee guida - spiega l’oncologa del Regina Elena Alessandra Fabi -: non ci sono effetti collaterali sul bambino, aumentano quasi del 25 per cento gli aborti spontanei, è consigliato pensare alla gravidanza a due anni dalla diagnosi e il trattamento chemioterapico è sconsigliato nei primi mesi, fattibile invece dal sesto al nono mese di gravidanza».

EFFETTI A LUNGO TERMINE - Il tumore al seno colpisce in Italia circa 40mila donne ogni anno. Una diagnosi tempestiva oggi significa far aumentare a oltre il 90 per cento la probabilità di guarigione e, anche per questo, è sempre più importante pensare alla qualità di vita futura delle pazienti. «Un ottimo risultato - commenta Valentina Guarneri - che apre scenari nuovi, come gli effetti a lungo termine dei farmaci. Il 66 per cento delle partecipanti all’indagine Areo era stato sottoposto a chemioterapia e il 53 per cento a terapia ormonale. Dalla nostra analisi risultano particolarmente pesanti i disturbi osteoarticolari (accusati dal 48 per cento delle donne), seguiti da quelli ginecologici (37,5). Certo le cose vanno migliorando man mano che l’armamentario terapeutico a disposizione degli oncologi si arricchisce di nuove molecole sempre più selettive e mirate, quindi meno tossiche per l’organismo».