Cure oncologiche non uguali per tutti

   Sportello Cancro, Maria Giovanna Faiella, 19/10/2011

Tante differenze tra una Regione all’altra:accesso ai farmaci, prevenzione, apparecchiature e cure palliative

MILANO -Farmaci antitumorali non disponibili in alcune regioni; posti letto per la radioterapia concentrati soprattutto in Lombardia, Toscana e Lazio; acceleratori lineari utilizzati nella cura del cancro presenti, secondo gli standard europei, solo in 6 regioni. E poi, ancora differenze, da Regione a Regione, sul fronte della prevenzione e delle cure palliative, con carenze maggiori al Sud.Non tutti i cittadini hanno uguali diritti se si ammalano di tumore, segnala un recente rapporto dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, nato su iniziativa del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva per valutare la capacità dei servizi sanitari regionali di garantire risposte adeguate ai bisogni di salute, attraverso gli occhi degli stessi cittadini.

MIGRAZIONI - «Di fatto, ogni regione si organizza come vuole e come può - osserva Francesca Moccia, coordinatrice nazionale del Tribunale per i diritti del malato - . Ancora non è capillare la rete oncologica che,secondo il Documento tecnico di indirizzo del Ministero della Salute 2011-2013 , rappresenta un requisito fondamentale per consentire un uguale accesso alle cure su tutto il territorio nazionale. E i pazienti sono costretti a spostarsi da una regione all’altra per avere l’assistenza necessaria».

PREVENZIONE - Secondo il rapporto, i programmi di screening contro il cancro a cervice uterina, mammella e colon retto funzionano bene in Toscana, Veneto, Emilia Romagna e Umbria. Riescono a coinvolgere la popolazione residente, secondo gli standard definiti dal Ministero della Salute: Lombardia, Molise e Basilicata. La prevenzione è invece carente in Liguria, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna.

ACCESSO AI FARMACI - Anche l’accesso ad alcuni farmaci antitumorali è diverso da regione a regione, prosegue il rapporto. «Li puoi trovare in una e non in un’altra: dipende dal loro inserimento nei prontuari farmaceutici regionali», spiega Moccia. Regioni come Molise, Basilicata e Valle D’Aosta non includono alcuni farmaci antitumorali nei prontuari, rendendoli di fatto inaccessibili ai cittadini; altre, in primo luogo Umbria, Veneto, Molise ed Emilia Romagna, pongono dei limiti all’uso di alcuni farmaci rispetto alle indicazioni dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco; in altre ancora, come Puglia ed Emilia Romagna, alcune medicine sono erogate solo su richiesta personalizzata e motivata.

APPARECCHIATURE - Differenze notevoli si registrano anche rispetto alle apparecchiature tradizionalmente utilizzate nella cura del cancro. È il caso degli acceleratori lineari (LINAC): solo 6 regioni su 21 rispettano il parametro europeo di 7-8 acceleratori su un milione di abitanti. La Calabria ha una dotazione di poco meno di 3 LINAC per milione di abitanti, seguita da provincia di Bolzano, Sicilia, Sardegna, Campania e Puglia, con un rapporto compreso tra 4 e 4,99 acceleratori per milione di abitanti.

CURE PALLIATIVE - Sul fronte delle cure palliative, se Lazio, Basilicata, Puglia, Molise, Marche, Emilia Romagna e Sardegna hanno realizzato e attivato almeno un posto letto per il trattamento palliativo dei malati terminali ogni 56 deceduti a causa di tumore, come prevede il Decreto ministeriale n.43 del 22 febbraio 2007, sono invece ben al di sotto dello standard Sicilia, Calabria, Campania, Abruzzo e Toscana.

DOLORE IN CARTELLA CLINICA - Anche per il monitoraggio del dolore in cartella clinica la situazione è a macchia di leopardo nelle Asl della stessa regione. Funziona meglio nella provincia autonoma di Trento, in Sicilia, Marche, Emilia Romagna, Lombardia, Toscana. La maglia nera spetta invece a Lazio e Liguria che non hanno adottato alcuna forma di monitoraggio regionale, secondo il rapporto. In Abruzzo, Basilicata, Calabria e Sardegna il dolore in cartella clinica si monitora solo in alcune aziende sanitarie o per l’assistenza domiciliare, come in Abruzzo. «Le differenze strutturali esistenti tra le Regioni sono state spesso legittimate, ma il federalismo non può essere utilizzato come un alibi: noi cittadini non possiamo accettarlo», conclude la coordinatrice del Tribunale dei diritti del malato.