Seno, come rallentare il tumore

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 29/09/2011

Mix di farmaci e strategie puntano a guadagnare mesi o anni, con una buona qualità di vita, contro una malattia dalle molte facce che si trasforma per sfuggire alle cure

STOCCOLMA – Di tumore al seno oggi si guarisce nella stragrande maggioranza dei casi. Merito soprattutto della diagnosi precoce, che consente di asportare chirurgicamente la neoplasia. «Su circa 41mila nuovi casi registrati ogni anno in Italia possiamo parlare di guarigione per l’80 per cento delle pazienti – dice Pierfranco Conte, direttore del Dipartimento di Oncologia all’Università di Modena e Reggio Emilia -. Purtroppo, però, nel restante 20 per cento dei casi la malattia si ripresenta dopo l’intervento, oppure viene scoperta quando ormai è in fase avanzata, e il tumore arriva a sviluppare metastasi. L’obiettivo diventa così quello di tenere sotto controllo la malattia per tempi abbastanza lunghi, prolungando in maniera significativa la sopravvivenza, con una qualità di vita abbastanza buona per le pazienti». Ed è proprio a questo scopo che miravano molti degli studi presentati al recente Convegno europeo multidisciplinare di oncologia da poco conclusosi a Stoccolma: trovare le strategie più efficaci per ritardare la comparsa delle recidive e individuare nuove combinazioni di medicinali da utilizzare quando la malattia diventa resistente a un determinato trattamento.

UN TUMORE CHE HA TANTE FACCE – In pratica, in base alle caratteristiche istologiche e biologiche del singolo tumore, oggi l’oncologo valuta quali terapie specifiche (radio o chemioterapia, terapia ormonale o con farmaci biologici) devono essere intraprese dopo l’intervento, per ridurre il rischio che la malattia asportata dal chirurgo possa ripresentarsi. Tenendo presente che esistono diversi tipi di carcinoma della mammella. Quello più frequente (circa i due terzi dei casi) ha dei recettori ormonali per l’estrogeno e il progesterone sensibili alle cure ormonali: quindi l’ormonoterapia è in questo caso il trattamento d’elezione. C’è poi (presente in circa il 20 per cento dei casi) la forma Her2 positiva, particolarmente aggressiva, ma per la quale sono stati sviluppati farmaci mirati che lo rendono oggi più curabile. Infine, il terzo tipo di tumore mammario è quello triplo negativo, per il quale l’unico trattamento efficace al momento è la chemioterapia.

LA MALATTIA CAMBIA PER AGGIRARE LE CURE - A tutto questo – secondo quanto dimostrato da una ricerca presentata da Linda Lindström, del Dipartimento oncologico del Karolinska Institutet di Stoccolma – bisogna aggiungere il fatto che le neoplasie del seno cambiano il loro “status ormonale” durante il corso della malattia. «Mentre il trattamento migliore per le pazienti viene generalmente deciso in base alla biopsia eseguita sul tumore primario – ha spiegato l’autrice -, il nostro studio dimostra che la malattia è spesso instabile e si trasforma nelle recidive, per cui sarebbe necessario verificare con una biopsia anche queste ultime, che potrebbero richiedere in effetti tutto un altro tipo di cura». Lindström e colleghi sono giunti a questa conclusione analizzando i dati di 119 pazienti che hanno avuto diverse ricadute (locali, loco-regionali o metastatiche) fra il 1997 e il 2007: in un caso su tre la malattia ha cambiato lo stato dei recettori ormonali estrogeno e progesterone, passando da positivo a negativo o viceversa; e nel 15 per cento delle malate si è modificato lo stato di Her2.

QUANDO L’ORMONOTERAPIA NON FUNZIONA PIÙ – I risultati di uno studio americano (il Bolero-2, di fase III) hanno aperto nuove speranze per le donne in post-menopausa con neoplasia avanzata diventata resistente all’ormonoterapia. «La combinazione di due farmaci già esistenti, everolimus ed exemestane, si è dimostrata in grado di far guadagnare circa sette mesi in più senza che la malattia progredisca rispetto alla sola terapia con exemestane - ha chiarito il responsabile del trial José Baselga, oncologo del Massachusetts General Hospital and Harvard Medical School di Boston (Usa) -. Ad oggi le opzioni per le pazienti metastatiche che non rispondono più alla cura ormonale sono limitate e questa soluzione offre un significativo miglioramento». La sperimentazione ha coinvolto 724 pazienti precedentemente trattate con farmaci inibitori delle aromatase (letrozolo o anastrtozolo), tamoxifene, fulvestrant o chemioterapia: 485 partecipanti hanno ricevuto il mix sperimentale composta da everolimus più exemestane, 239 solo exemestane. Nel primo gruppo la sopravvivenza libera da malattia (ovvero il tempo in cui il tumore non è progredito) è risultata più che raddoppiata e il rischio di progressione del tumore è stato ridotto del 57 per cento.

VARI MODI PER EVITARE LE RICADUTE – Diverse ricerche presentate a Stoccolma riguardano anche le varie strategie per prevenire le recidive e ridurre il rischio di morte in donne con tumore diagnosticato in fase iniziale. E’ lo scopo a cui punta la cosiddetta terapia adiuvante, somministrata alle pazienti (più o meno il 75 per cento del totale) con un carcinoma positivo ai recettori ormonali. «Il trattamento a base di tamoxifene è considerato quello ottimale, lo standard, in questi casi – ha detto a Stoccolma Richard Gelber, direttore dell’International Breast Cancer Study Group al Dana-Farber Cancer Institute di Boston (Usa) -, ma i dati forniti dal follow up dello studio Big1-98, condotto su 8.010 pazienti seguite per 12 anni, provano che anche letrozolo potrebbe essere una soluzione efficace». Entrambi i farmaci sono considerati sicuri (sebbene esistano varie analisi che valutano tamoxifene sul lungo periodo, mentre le verifiche sul più recente inibitore dell’aromatase letrozolo sono ancora relativamente brevi), ma hanno effetti collaterali differenti: «Servono ulteriori conferme per sapere se lo standard può essere cambiato – ha aggiunto Gelber –, ma avere più opzioni a disposizione ci permette di scegliere: potremmo usare i due farmaci in successione oppure scegliere uno dei due in base alla storia clinica della malata, valutandone la sensibilità ai diversi effetti collaterali»

NUOVO FARMACO SPERIMENTALE – Infine, paiono poi promettenti gli esiti di un trial di fase II sul nuovo farmaco sperimentale trastuzumab emtansine (T-DM1) che colpisce in maniera mirata la forma di tumore mammario Her2 positivo, che fino a pochi anni fa era la più temibile e aggressiva perchè evolveva molto velocemente nella forma metastatica. Il primo farmaco che ha cambiato la prognosi delle pazienti con Her2 positivo è stato il trastuzumab, un anticorpo in grado di riconoscere il recettore, legarsi alle cellule tumorali che presentano questo recettore e inibirne la crescita, potenziando notevolmente l’efficacia del trattamento chemioterapico. «L’aggiunta di trastuzumab alla chemio – conclude Conte - ha permesso di aumentare del 50 per cento la probabilità di guarigione per le donne con tumore non metastatico. Ora T-DM1 comporta un ulteriore passo avanti perchè lega l’anticorpo trastuzumab con un farmaco chemioterapico molto potente (il DM1) e permette di portare questa chemioterapia molto aggressiva direttamente all’interno della cellula tumorale».