Gli oncologi dichiarano guerra al dolore

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 8/05/2012

IL CONVEGNO
Troppo spesso la sofferenza fisica non viene adeguatamente trattata: serve formazione agli oncologi


VALDERICE – Un malato di cancro su due soffre e il suo dolore non viene adeguatamente trattato. Eppure le cure esistono, sono numerose, efficaci e disponibili, così come sono ormai molti i centri di terapia del dolore e cure palliative sparsi sul territorio nazionale. Infine, c’è anche una legge (la numero 38 del 2010), che è fra le migliori in Europa e garantisce le terapie antalgiche per salvaguardare la qualità della vita in ogni fase della malattia. Una legge che prevede, tra l’altro, il monitoraggio del dolore nonché delle cure utilizzate, e che i medici pubblici possano prescrivere i farmaci anti-dolore usando il semplice ricettario del Servizio sanitario nazionale. Eppure, come ricordano le cifre rese note nei giorni scorsi a Valderice (Trapani) durante il convegno promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e dalla Fondazione Aiom, a due anni dalla sua approvazione resta ancora molta strada da percorrere per lenire un sintomo che è presente in circa un terzo dei casi al momento della diagnosi di cancro e che, in fase avanzata, colpisce almeno i due terzi dei malati e il 90 per cento di quelli terminali.

SERVE ADEGUATA FORMAZIONE AGLI ONCOLOGI - «Siamo di fronte a un problema di formazione - sottolinea Carmelo Iacono, presidente della Fondazione Aiom - perché il 50 per cento di noi oncologi segue personalmente oltre 10 malati terminali ogni mese. Ma solo 4 medici su 10 si sentono adeguatamente informati su come gestire le questioni di «fine vita». La soluzione potrebbe trovarsi in una razionalizzazione del sistema, adottando standard di qualità uniformi su tutto il territorio». Il problema, poi, non è soltanto fisico ma anche psicologico e coinvolge oltre al paziente l’intero nucleo familiare: «La presa in cura di un paziente – dice Roberto Bordonaro, coordinatore regionale Aiom Sicilia - non può prescindere dalla garanzia di fornire le cure palliative ottimali e la continuità assistenziale, fino alla fase terminale della malattia. Pertanto i trattamenti di supporto, le cure palliative e le terapie di fine vita rappresentano un continuum lungo tutto il percorso della malattia oncologica».

NON ABBANDONARE IL PAZIENTE QUANDO ESCE DALL’OSPEDALE - In pratica, quando il paziente viene dimesso dall’ospedale, il medico o l’equipe curante dovrebbero fare il punto della situazione della malattia e delle cure fino a quel punto intraprese. Quando queste non danno più i risultati sperati, ma soltanto il disagio degli effetti collaterali, serve un cambiamento d’intervento e di filosofia: bisogna cioè impostare una nuova cura con l’obiettivo di eliminare il dolore e di migliorare le condizioni fisiche residue. In Italia nel 2011 sono state circa 420mila le nuove diagnosi di tumore e molti malati necessitano di trattamenti contro il dolore. Non solo quelli giunti alla fase terminale, perché il dolore può essere un sintomo di cui soffre anche chi cronicizza la malattia con terapie efficaci per anni. «È indispensabile superare gli ostacoli ancora esistenti nel trattamento del dolore da cancro – continua Iacono -. Innanzitutto ci sono barriere culturali e ancora remore professionali nell’utilizzo degli oppioidi: nel nostro Paese negli ultimi anni fortunatamente è stata resa più facile la prescrizione di questi farmaci, anche se vi sono ancora margini di miglioramento. In questo senso vediamo con favore la legge approvata recentemente dal Consiglio regionale della Toscana. Il provvedimento, il primo di questo genere in Italia, prevede la somministrazione dei cannabinoidi presso le strutture del servizio sanitario regionale, le Asl e le strutture private (che erogano prestazioni in regime ospedaliero). Ed è stabilito che il trattamento possa proseguire anche al domicilio».

ABBATTERE LE RESISTENZE PSICOLOGICHE DI MALATI E FAMILIARI - «Infine – sottolinea Iacono - sono ancora forti le barriere correlate ai pazienti e alle loro famiglie. Esiste talvolta una certa riluttanza a riferire questo sintomo nel timore di distrarre il medico dall’obiettivo prioritario di sconfiggere la neoplasia. E resistono alcuni falsi miti nei confronti dei farmaci antidolorifici, come la paura della dipendenza psicologica e della tolleranza, possono condizionare la scelta di sopportare il dolore il più a lungo possibile». Le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità in materia di lotta al dolore invece sono chiare: se il dolore è lieve e si presume di durata limitata è suggerito l’uso di FANS (farmaci anti-infiammatori non steroidei); per quello lieve-moderato la terapia prevede gli oppioidi meno potenti (come codeina e tramadolo), eventualmente associati a FANS; per il dolore moderato-severo è appropriato il trattamento con oppioidi forti.