La direttiva europea: «Curare il tumore al seno solo in centri dedicati»

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 17/05/2012

POLITICA SANITARIA
Entro il 2016 bisogna organizzare le Breast Units, centri specializzati a 360 gradi sulla malattia. A che punto siamo?

MILANO – La scadenza è vicina: la normativa europea prevede che dal primo gennaio 2016 nei paesi della Comunità i tumori del seno siano trattati nel contesto di Breast Unit certificate dall’Eusoma (European Society of Breast Cancer Specialist) che devono rispondere a ben determinati criteri. L’obiettivo è quello di creare ed evidenziare i centri senologici di eccellenza nella diagnosi e cura del tumore al seno, in modo da far confluire il maggior numero di casi in pochi centri altamente specializzati. In questo modo le esperienze non vengono disperse ma raccolte da un personale sempre più esperto. Ma l’Italia a che punto è?

BREST UNITS, ECCO COSA SONO - «L’Italia comincia a muoversi per adeguarsi ai modelli di prevenzione e di cura certificati per il tumore al seno, noti come Breast Unit - spiega Corrado Tinterri, direttore dell’Unità di Senologia all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano) –. In Italia, oggi, ne esistono poche, che sono il risultato di un’azione volontaria e autonoma delle singole strutture, che si sono attrezzate, o lo stanno facendo, senza un riconoscimento da parte della programmazione sanitaria nazionale e senza rimborsi economici proporzionali alla qualità e complessità dell’offerta sanitaria». Si tratta, in sostanza, di team multidisciplinari all’interno dei quali si trovano tutte le specialità mediche, tecniche e infermieristiche che in qualche modo interagiscono nella prevenzione, diagnosi, terapia e riabilitazione del carcinoma mammario con le maggiori competenze specifiche e in assoluta coordinazione fra loro. In Germania e Gran Bretagna l’iter di certificazione Eusoma è già stato avviato da tempo, mentre in Italia si sta partendo ora e il tempo stringe.

LEGGE EUROPEA DA APPLICARE ENTRO IL 2016 - La Risoluzione del Parlamento Europeo del 2003, riconfermata nel 2006 anche grazie al fattivo intervento di Europa Donna (il movimento che rappresenta i diritti delle donne nella prevenzione del tumore al seno presso le Istituzioni pubbliche) e con il sostegno di altre associazioni femminili europee, richiede a tutti gli Stati membri dell’Ue che entro il 2016 sia definito nelle programmazioni sanitarie il ruolo di Breast Unit certificate. Per quanto riguarda il nostro Paese, ne sono previste 60, distribuite capillarmente lungo la penisola, in modo da garantire la disponibilità di una struttura ad hoc almeno ogni milione di abitanti. «Come stabilisce l’Unione europea – spiega Rosanna D’Antona, presidente del movimento lanciato nel 1993 da Umberto Veronesi – le donne devono poter fare affidamento su centri in grado di gestire tutte le fasi della malattia, senza essere costrette a rivolgersi a unità generiche dove corrono il rischio di ricevere trattamenti non adeguati, oppure a migrare in regioni più avanzate dal punto di vista dell’offerta sanitaria». Questo ovviamente non significa che la qualità delle cure che ricevono le pazienti italiane oggi non sia elevata.

ESPERIENZA E COMPETENZA PER CURARE AL MEGLIO - Negli ultimi anni, grazie ai progressi della ricerca scientifica, sono stati raggiunti risultati sorprendenti nel campo della lotta contro il tumore al seno: «La malattia – prosegue Tinterri - pur continuando a essere la patologia oncologica più diffusa tra le donne, con quasi 40mila nuovi casi diagnosticati ogni anno, presenta ormai percentuali di guarigione sempre maggiori e i trattamenti a disposizione risultano meno invasivi rispetto a quelli offerti solo alcuni decenni fa. Se la diagnosi è ultra-precoce e i trattamenti adeguati, infatti, fino al 98 per cento dei casi di cancro al seno può essere sconfitto». «Ancora oggi però – sottolinea l’esperto – il tumore al seno viene trattato in una miriade di piccoli ospedali sul territorio, invece che in centri di senologia con una casistica di almeno 150 pazienti all’anno, dove le speranze di guarigione aumentano enormemente. Vedere molti casi ogni anno significa infatti accumulare esperienza e competenza che possono significare non soltanto salvare la vita delle malate, ma anche preservarne la qualità, evitando ad esempio interventi invasivi come la mastectomia tutte le volte che è possibile. O garantire a tutte le donne un trattamento personalizzato, anche plastico-ricostruttivo in accordo con le più moderne linee guida». Oggi sappiamo poi che non si può parlare “semplicemente” di cancro al seno, ma che esistono oltre 50 tipi diversi di carcinoma mammario «e questo significa – conclude Tinterri - che la malattia non può più essere curata in un reparto generalista. Per questo bisogna affidarsi a centri specializzati capaci di fare diagnosi precoce, che dispongono di terapie mediche e tecniche radioterapiche potenti e sempre meno aggressive, ma soprattutto che sappiano offrire un approccio multidisciplinare alla malattia (disponendo di un team completo con oncologo, radiologo, chirurgo senologo e plastico, anatomo-patologo, radioterapista, esperto di riabilitazione, psicologo), tale da garantire un’assistenza coordinata e tempestiva, per dare a ciascuna pazienti le migliori possibilità di cura».