Per curare bene i tumori bisogna risparmiare

   Sportello Cancro, Adriana Bazzi, 25/06/2012

CONGRESSO DELLA SOCIETÀ AMERICANA DI ONCOLOGIA
Uso appropriato delle terapie per garantire le migliori. I farmaci innovativi sono efficaci, ma hanno costi elevati


CHICAGO - La bancarotta personale è uno degli effetti collaterali del cancro, almeno per chi vive negli Usa. E i più esposti sono i malati di tumore al polmone, seguiti da quelli con neoplasia della tiroide. Secondo Scott Ramsey, che ha condotto uno studio nello Stato di Washington, il rischio aumenta di 4 volte nei 5 anni dopo la diagnosi, anche se il paziente ha un'assicurazione sanitaria. Da noi non succede perché il nostro sistema sanitario nazionale garantisce le cure ai cittadini, ma certamente i costi delle terapie anti-cancro sono in continua crescita e pesano su tutta la società. Il problema della sostenibilità e dell'appropriatezza delle cure è globale, e non a caso quest'anno all'Asco, il congresso della Società Americana di Oncologia, che si è appena tenuto a Chicago, il 30 per cento delle ricerche presentate verteva su questo problema. Gli americani, il cui sistema sanitario è sostanzialmente in mano ai privati, sono stati i primi a preoccuparsi di fare i conti, ma anche nei Paesi europei (dove prevale l'assistenza pubblica e dove esiste, tra l'altro, una grande disparità nell'impiego dei farmaci antitumorali fra Paese e Paese) ci si sta chiedendo se la società potrà affrontare, da qui in avanti, il costo delle terapie oncologiche più innovative .

SPESA OSPEDALIERA - «Attualmente, nel nostro Paese, i farmaci oncologici rappresentano il 25 per cento della spesa ospedaliera per i medicinali — dice Sergio Pecorelli, presidente dell’Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco —, che è pari a circa 1,53 miliardi di euro, ma sul totale della spesa ospedaliera, quella per i farmaci oncologici rappresenta soltanto il 4 per cento. Meno di quello che spesso si immagina. Negli ultimi 4 anni, poi, la cifra si è pressoché stabilizzata, passando da 1,39 miliardi del 2008, ai 1,55 miliardi del 2010 e ai 1,53 miliardi nel 2011. L'aumento non è legato a un incremento dell’impiego di questi medicinali, che è rimasto stabile». Per contenere i costi delle terapie oncologiche si sta puntando sull'appropriatezza dell'uso, cioè la somministrazione del farmaco giusto al paziente giusto, attraverso un monitoraggio diretto da parte dei medici prescrittori e su accordi con le aziende farmaceutiche che prevedono particolari modalità di rimborso della spesa (per esempio, se il farmaco non funziona non viene pagato all’azienda).

MENO FARMACI - I malati italiani, dunque, non correrebbero seri rischi per quanto riguarda l'accessibilità alle cure oncologiche e i costi sono al momento sotto controllo. Ma qualche problema rimane. Guardando a quanto accade in Europa, si rileva che l’Italia consuma meno antitumorali della Francia e della Spagna, secondo quanto ha riportato Bent Jonsson della Stockholm School of Economic svedese, a Bruxelles, in occasione di un incontro sui costi dei farmaci innovativi. Questa discrepanza potrebbe essere spiegata o da differenze nell’appropriatezza d’uso dei farmaci nei diversi Paesi o da una diversa disponibilità di risorse economiche. Altro problema: l'Italia è una delle nazioni cronicamente in ritardo nella commercializzazione delle molecole più innovative. «I farmaci, prima di entrare in commercio in Europa — spiega Pier Franco Conte, direttore dell’Oncologia all’Università di Modena-Reggio Emilia — devono essere approvati dall'Ema, l'Agenzia Europea del Farmaco. Poi spetta a ogni singola nazione deciderne il prezzo e renderli disponibili. Da noi le nuove molecole arrivano con un anno di ritardo rispetto ad altri Paesi europei. Siamo il fanalino di coda, insieme alla Grecia».

GAP REGIONALE - L'Italia, poi, deve fare i conti con la regionalizzazione della Sanità. «Così — continua Conte —, le Regioni più virtuose possono mettere a disposizione dei malati i nuovi farmaci, le altre no». Ci sono, insomma, differenze che contrassegnano l’Italia nei confronti dell'Europa e disparità all'interno del Paese. E all'orizzonte si intravvedono nuovi problemi. Alcune cure, oggi disponibili, sono in grado di ottenere risultati notevoli, in termini di sopravvivenza dei pazienti, come sta succedendo nel trattamento del melanoma. Ma il cancro, in generale, rimane una delle principali cause di mortalità. Esistono ancora quelli che i tecnici chiamano unmet medical needs, i bisogni medici non corrisposti. In altre parole, ci sono tumori in fase avanzata che non rispondono più alle terapie e che sono in cerca di trattamento: il tumore è una malattia dinamica, che cambia di giorno in giorno, ed è in perenne lotta con i farmaci che cercano di contrastarlo. Per questo la ricerca di nuove molecole continua.

RICERCA - Le medicine in sviluppo sono centinaia (108 solo per la leucemia, 80 per il tumore alla prostata e 91 per quello del seno, soltanto per citare alcuni casi), sono tutte innovative perché vanno a colpire nuovi bersagli molecolari delle cellule cancerose e richiedono grandi investimenti in ricerca. C'è da immaginare, dunque, che quando arriveranno sul mercato non avranno certo costi contenuti (vi approdano dopo un percorso di ricerca che dura oltre dieci anni e grazie a investimenti che vanno oltre il miliardo di euro), anche se, sempre secondo l'economista Jonsson, i costi, da qui in avanti, cresceranno, ma a un ritmo più lento di quanto non sia avvenuto in passato. «Un altro elemento che contribuisce all'incremento della spesa — aggiunge Filippo de Braud, primario dell’Oncologia medica all’Istituto Tumori di Milano — è la tendenza a trattare il paziente per lunghi periodi di tempo con l'obiettivo di cronicizzare la malattia».

TEST GENETICI - Come guardare, dunque, al futuro con un occhio al paziente e uno alla spesa? Quali sono le strategie di risparmio? L'appropriatezza, d'accordo. Ma l'appropriatezza non andrebbe valutata a posteriori, cioè constatando che il farmaco è inefficace su un determinato pazienze, ma andrebbe valutata "a priori". Ed è vero che gli accordi di risk sharing (condivisione del rischio) prevedono che il sistema sanitario, quando un farmaco non funziona, non ne sostenga i costi, ma il paziente verrebbe trattato inutilmente. Così si stanno aprendo due fronti. Il primo fronte è quello dei test genetici, test che si eseguono sulle cellule tumorali per valutare se sono "sensibili" ai farmaci (i nuovi farmaci "a bersaglio molecolare" sono, infatti, costruiti per andare a colpire una precisa alterazione delle cellule tumorali).

RIMBORSO - Questi test permettono di mettere in pratica la cosiddetta "medicina personalizzata", che consiste, appunto, nel somministrare il farmaco giusto al paziente giusto nel momento giusto, come ricorda Jola Gore-Booth, fondatrice di EuropaColon, un'associazione di pazienti con tumore al colon. «Oggi l'industria — commenta Conte — sta sviluppando i farmaci e i test, insieme. E li brevetta. Ci sarà un’esplosione di costi legati ai test». Un esempio? Il kit per valutare se le cellule di un tumore al seno hanno i recettori ormonali (e sono quindi sensibili all'ormonoterapia) costa 3 mila dollari. «Ma in un laboratorio di biologia molecolare — dice Conte — questi test costano poche decine o al massimo centinaia di euro. Certo: i servizi pubblici si devono preparare a controllare la qualità, ma risparmierebbero». L'altra ipotesi è quella di un "rimborso basato sull'efficacia": cioè se un farmaco funziona poco, dovrebbe essere rimborsato poco dal sistema sanitario. «Già in fase di sviluppo del farmaco — propone Conte — le aziende dovrebbero trattare con i "pagatori", altrimenti possono scegliere di rinunciare allo sviluppo di un farmaco, se è poco remunerativo».