Crioconservazione del tessuto ovarico. Nato il primo bebè italiano

   Sportello Cancro, Vera Martinella, Fondazione Veronesi, 09/07/2012

IL CASO
Il successo torinese di una ragazza con tumore. «La tecnica deve essere proposta in tutti i casi in cui è indicata»



MILANO – La storia, tutta italiana, è stata oggetto di grandi attenzioni da parte della platea internazionale di medici a Istanbul, dove è in corso il convegno annuale della Società europea di riproduzione umana ed embriologia. Gianluca Gennarelli, ginecologo della Clinica Universitaria Sant’Anna di Torino, ha esposto il caso della prima gravidanza nostrana andata a buon fine dopo un trapianto di tessuto ovarico. Sebbene il primo neonato tramite preservazione della fertilità con la tecnica di crioconservazione del tessuto ovarico risalga a otto anni fa (i casi totali nel mondo ad oggi sarebbero 22) questa tecnica è rimasta sperimentale e praticata solo in pochi centri specializzati. Ora però parte proprio dagli specialisti italiani la richiesta di «sdoganare» la procedura, che potrebbe aggiungersi di routine alle altre soluzioni a disposizione delle donne con un tumore che, a causa delle terapie, possono perdere la propria fertilità.

UNA STORIA ECCEZIONALE - Francesca (nome di fantasia) è una ragazza di 21 anni quando nel 2003 si trova a dover affrontare una chemioterapia pesante e successivo trapianto di midollo osseo a causa di un tumore. A luglio di quell’anno, poco prima d’iniziare il trattamento, le vengono correttamente spiegati i vari modi di salvare la possibilità di diventare mamma in futuro. Le vengono prelevati in laparoscopia piccoli frammenti di tessuto da entrambe le ovaie, poi congelati e conservati in nitrogeno liquido, fino al marzo 2010 quando Francesca desidera diventare mamma. I due frammenti vengono così scongelati e re-innestati e già dopo due mesi alcune funzioni ovariche tornano a funzionare spontaneamente, così come (nei mesi successivi) ricompaiono i normali cicli mestruali con l’annessa ovulazione. Nel luglio 2011, 15 mesi dopo il trapianto di tessuto ovarico, Francesca resta incinta e a marzo 2012 nasce un bebè sano ed «eccezionale»: non solo infatti è il primo neonato italiano “figlio” di questa tecnica, ma è anche il primo partorito dopo l’intervallo più lungo mai registrato al mondo (sette anni, dal 2003 al 2010) fra la data di congelamento del tessuto ovarico e quella del successivo trapianto (anche se uno studio belga presentato proprio pochi giorni fa pare riportare un caso con intermezzo di 10 anni).

DIVENTARE GENITORI? BISOGNA PARLARNE CON TUTTI I GIOVANI MALATI - «Questo neonato sano è la conferma che si può ottenere una gravidanza con questa tecnica anche dopo diversi anni di crio-preservazione – ha detto Gennarelli – e la procedura dovrebbe venire offerta più frequentemente alle giovani donne e alle ragazze che devono sottoporsi a terapie anticancro potenzialmente tossiche per le ovaie: è un metodo semplice, veloce e indicato per un numero crescente di pazienti». Il numero di giovani pazienti oncologici che guariscono e hanno davanti una vita «normale» è infatti in aumento e le strategie di preservazione della fertilità ad oggi disponibili sono diverse: per le donne c’è anche il congelamento degli ovociti, che vengono poi scongelati e fecondati in vitro, che però richiede poi un ciclo di stimolazione ovarica che potrebbe non essere adatto a pazienti che con tumore ormono-dipendente; e c’è la soprressione della funzione ovarica durante chemio e radioterapia. Mentre per i maschi si procede alla crioconservazione (ovvero al congelamento) di campioni di sperma, che permette di mantenere vitali i gameti maschili per un tempo indefinito e ci sono banche pubbliche dove è possibile conservarlo. «Ed è fondamentale – commenta Fedro Peccatori, direttore dell’Unità fertilità e procreazione in oncologia all'Istituto Europeo di Oncologia di Milano - che a tutti i malati di tumore in età riproduttiva vengano proposti, accanto alle terapie anticancro, anche i possibili modi di garantire loro l’opportunità di diventare genitori se, una volta guariti, lo desidereranno. Per questo è importante «sdoganare» anche questa tecnica, tenendo ovviamente conto dei necessari controlli di qualità e dei casi in cui è indicata. Il congelamento del tessuto ovarico non deve essere considerato alternativo al congelamento degli ovociti, ma bisogna definire le popolazioni di pazienti che più si avvantaggiano di ciascuna o entrambe le procedure».