Perché con l'età cresce il rischio d’ammalarsi di tumore?

   Sportello Cancro, Vera Martinelli, 27/08/2012

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Dagli Usa una nuova ipotesi incolpa l’invecchiamento dei tessuti invece delle mutazioni genetiche. E in Italia parte un piano d’azione contro le discriminazioni sugli anziani


MILANO – Che i tumori siano legati all’invecchiamento, visto che si manifestano molto più spesso nelle persone anziane che in quelle giovani, è cosa evidente. Ciò che è meno chiaro è il motivo: perché con l’età cresce il pericolo d’ammalarsi di cancro? Uno studio della University of Colorado Cancer School of Medicine, pubblicato sulla rivista Oncogene, fornisce una nuova risposta alla domanda: non per l’accumulo di mutazioni come supposto finora, sostengono gli studiosi americani, ma perché i tessuti anziani reagiscono diversamente alle mutazioni e hanno un metabolismo tale da facilitare il tumore.

LA NUOVA IPOTESI - «Fin da quanto smettiamo di crescere nella tarda adolescenza - spiega James DeGregori, docente di biologia molecolare all’università del Colorado – abbiamo già sviluppato larga parte delle mutazioni genetiche che accumuleremo nel corso della vita, ma siamo sani. Ciò significa che anche i tessuti sani sono già ricchi di mutazioni oncogene, oppure dovremmo diagnosticare la maggior parte dei tumori già dai 20 anni in poi. Invece - prosegue lo studioso - le variazioni del Dna sono molto più frequenti che i casi di cancro associati ad esse. Quindi, c’è qualcos’altro che “s’inceppa” man mano che il nostro organismo invecchia: è il meccanismo che usiamo per lottare contro il tumore che con l’età si deteriora. Per questo da giovani, nonostante le mutazioni siano presenti, non ci si ammala, mentre le neoplasie di vario genere si fanno più numerose con la vecchiaia». Insomma, sono le caratteristiche dei tessuti in età avanzata a promuovere una maggiore incidenza del cancro nei pazienti anziani: nei giovani cellule sane e tessuti sani riescono a contrastare efficacemente le mutazioni oncogene, ma quando i tessuti invecchiano finiscono per «perdere colpi» e le mutazioni potrebbero aiutare le cellule cancerose ad adattarsi nell’organismo (e dunque a proliferare, favorendo lo sviluppo del tumore).

GLI ANZIANI NON RICEVONO LE CURE MIGLIORI - In Italia, quasi la metà dei circa 420mila nuovi casi di cancro diagnosticati ogni anno riguarda persone con più di 70 anni. «Solo due ultrasettantenni su 10 ricevono però i trattamenti oncologici migliori, mentre nella popolazione sotto i 50 anni sono otto su 10 – spiega Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento di Oncologia medica al Regina Elena di Roma, che presiede insieme a Marco Trabucchi, Presidente dell’Associazione italiana di psicogeriatria, il nuovo Osservatorio oncogeriatrico, presentato nei giorni scorsi a Roma -. L’accesso alle cure diventa più difficile con l’avanzare degli anni. Sette over 70 su dieci scoprono la malattia in fase avanzata, quando non possono più beneficiare delle terapie». La diversità di trattamento tra adulti di mezza età (55-69 anni) e anziani (over 70), hanno detto gli esperti, era già presente e consistente all’inizio anni '90 quando il problema è stato affrontato per la prima volta da parte di oncologi e geriatri. Nonostante ciò, la differenza in sopravvivenza e lo svantaggio prognostico, invece di ridursi, sono aumentati nelle ultime due decadi e sono tuttora in crescita, soprattutto in Italia. Se nel biennio 1990-1992 una donna anziana con cancro al seno aveva il 40 per cento di rischio di morire in più rispetto a una di mezza età, nel 2005-2007 questo svantaggio è salito e l’anziana ha più del doppio di probabilità di morte. Ma oggi un 70enne sano ha un’aspettativa di vita di 18 anni se uomo e di 21 se donna.

UN PIANO D’AZIONE CONCRETO - «Proprio per rispondere ai bisogni di questi malati e per garantire loro assistenza e cura adeguate nasce l’Osservatorio, con l’intento di abolire le discriminazioni e migliorare la collaborazione tra oncologi e geriatri, puntando a realizzare programmi di diagnosi e cura mirati anche sugli over 65, coinvolgendo gli anziani nei programmi di screening e nelle sperimentazioni cliniche dei trattamenti innovativi» dice Trabucchi. Fondamentale è soprattutto la diagnosi precoce, perché gli ultrasettantenni arrivano a scoprire il tumore troppo spesso con grande ritardo, ma anche coordinare meglio l’iter di cure. «Ci troviamo di fronte spesso a pazienti complessi perché, oltre alla patologia oncologica, presentano altre malattie legate all’età e disabilità – continua Lazzaro Repetto, direttore dell’Oncologia medica della Asl 1 Imperiese all’Ospedale di Sanremo -. La complessità del quadro clinico impone un maggiore coordinamento tra ospedale e territorio, che inevitabilmente si traduce in una diversa e più pesante richiesta assistenziale per il Servizio sanitario nazionale. La mancanza di un coordinamento centrale si traduce, spesso, in richieste assistenziali incongrue e prestazioni inappropriate con ulteriore aggravio dei costi, oltre che in un disservizio per i malati».

MANCANO LE SPERIMENTAZIONI - Il 39 per cento degli italiani (quasi 900mila persone) che convive con una precedente diagnosi di tumore ha un’età compresa tra 60 e 74 anni e il 34 per cento (oltre 750mila individui) più di 75. Si calcola che un anziano abbia un rischio di morire di cancro 18 volte più alto di una persona più giovane negli uomini e 13 volte più alto nelle donne. Ma oggi sono pochi gli studi clinici condotti con farmaci antitumorali negli anziani. «Le sperimentazioni – conclude Umberto Tirelli, Direttore del Dipartimento di Oncologia medica all’Istituto nazionale tumori di Aviano (Pordenone) - sono condotte normalmente nei maschi, giovani-adulti, con una sola patologia. La realtà clinica è invece molto spesso costituita da donne, anziane, con numerose patologie. In particolare per i farmaci biologici, che sono oggi utilizzati specialmente nel trattamento di tumori molto frequenti come quelli della mammella, del polmone e del colon-retto, non c’ è esperienza clinica adeguata condotta negli anziani, che invece, in alcuni casi, potrebbero ottenere risultati addirittura migliori rispetto ai più giovani».