Sos scorte dei «vecchi» chemioterapici

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 12/09/2012

L'EMERGENZA
Allarme dagli Usa. Il motivo? L’assenza di un ritorno economico per il basso costo e le aziende non li producono più


MILANO - L’allarme era già stato lanciato a dagli oncologi americani durante il loro congresso annuale (Asco) tenutosi a giugno a Chicago, ma le prime avvisaglie sembrano essere già arrivate fino in Italia. Sta diminuendo in modo sempre più drastico la disponibilità sul mercato di alcuni medicinali antitumorali (ma anche di altro tipo) a causa dello stop alle produzioni da parte delle aziende farmaceutiche per lo più per motivi economici. Si tratta infatti in molti casi di «vecchi» (ma ancora efficaci e utilizzatissimi) chemioterapici di cui è scaduto il brevetto, che quindi non determinano un ricavo economico adeguato per i produttori: insomma, costa troppo fabbricarli e la loro vendita rende troppo poco. Che fare allora?

LA CRISI NEGLI USA – Negli Stati Uniti il problema si è già fatto sentire negli ultimi due anni, minacciando seriamente la possibilità di curare migliaia di pazienti. Secondo quanto riportato a Chicago da Charles Penney, oncologo del Tennessee e direttore delle relazioni governative dell’Asco «solamente in ambito oncologico, è stata registrata (che resta in larga parte irrisolta) la mancanza di ben 23 differenti terapie e sebbene in alcuni casi si possano scegliere trattamenti diversi la maggior parte delle volte si tratta di farmaci che non sono sostituibili con degli equivalenti. In pratica – ha spiegato l’esperto –, in mancanza dei «vecchi» chemioterapici gli oncologi si ritrovano spesso a scegliere fra una cura meno efficace o una più costosa». L’esempio drammatico e più lampante di questa situazione è quello del metrotrexate, al momento la terapia migliore per la leucemia linfoblastica acuta in età pediatrica, che garantisce tassi di guarigione intorno al 90 per cento e senza la quale le probabilità dei bambini di guarire diminuiscono notevolmente. Di recente gli oncologi Usa hanno lanciato l’allarme affermando di avere una scorta di questo farmaco sufficiente solo per due settimane: l’Fda (la Food and Drug Administration, corrispettivo della nostra Agenzia del farmaco) è intervenuta con una soluzione temporanea e in seguito ha invitato le aziende «a comunicare i loro problemi legati alla produzione di particolari farmaci in anticipo, in modo da poter intervenire in aiuto delle aziende prima che il farmaco venga a mancare sul mercato. Grazie a questo sistema siamo riusciti a prevenire negli ultimi mesi la mancanza di disponibilità di circa 150 farmaci».

IN ITALIA CI SALVERA’ L’ESERCITO – Insomma, l’uscita dalla produzione industriale dei vecchi farmaci che hanno segnato la storia dell’oncologia medica (e che ancora oggi sono indispensabili) è un problema del tutto secondario rispetto a quello dei farmaci ad alto costo e della sostenibilità di un sistema sanitario pubblico come il nostro che ha più spesso tenuto banco negli ultimi tempi, richiamando l’attenzione del mondo medico e politico-amministrativo. «I chemioterapici che rischiano di “scomparire” non sono pochi – spiega Stefano Cascinu, responsabile dell’Oncologia Medica azienda ospedaliera universitaria di Ancona e presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) - e rimangono importanti in molte neoplasie. Penso al 5fluorouracile, alla vincristina, alla ciclofosfamide, al methotrexate. Questo non vuol dire che in un futuro prossimo possano uscire repentinamente dalla produzione, ma un qualche problema di approvvigionamento possiamo aspettarcelo anche in Italia così come è successo negli Usa. Come fare per evitarlo? Due possono essere le strade. La prima è quella già suggerita dal presidente dell’Agenzia del farmaco (Aifa), Sergio Pecorelli, almeno per la realtà italiana: l’Istituto Farmaceutico Militare potrebbe farsi carico della loro produzione. L’altra è quella di garantire, in un’ottica di collaborazione con l’ industria farmaceutica, la continuità della produzione dei vecchi farmaci come accordo generale per l’introduzione di nuovi agenti terapeutici. Il compito delle Società Scientifiche, in collaborazione con le istituzioni, potrebbe essere quello di definire in appositi elenchi i farmaci ritenuti strategici e che non possono uscire di produzione perché non sostituiti da altri più nuovi ed efficaci. Noi oncologi siamo pronti a collaborare con Aifa e Ministero della Salute per non trovarci impreparati in un prossimo futuro».