Un'aspirina al giorno leva il cancro di torno?

   Sportello Cancro, Vera Martinella (Fondazione Veronesi), 16/01/2013

IL DIBATTITO
Diversi studi confermano gli effetti benefici, ma è presto per consigliare l’assunzione di antinfiammatori «a tappeto»


MILANO – L’uso regolare di aspirina ridurrebbe le probabilità di ammalarsi del tumore al fegato più diffuso, il carcinoma epatocellulare, e nei pazienti che sono già stati colpiti dalla neoplasia o che soffrono di altre patologie epatiche croniche abbasserebbe comunque il tasso di mortalità. È quanto emerge da un nuovo studio americano condotto su oltre 300mila persone seguite per 12 anni, che riporta all’attenzione degli esperti le strategie di farmaco-prevenzione. La domanda è, alla luce delle nuove e continue conferme, si può prevenire il cancro prendendo determinati farmaci, come ad esempio l’aspirina? Oppure è troppo presto per consigliarne l’assunzione «a tappeto» a tutta la popolazione sana e la farmaco-prevenzione è dedicata solo a determinate categorie di persone?

LO STUDIO - Gli esiti dell’ultima ricerca pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute indicano che tra i consumatori abituali di aspirina il tumore del fegato è risultato incidere in maniera inferiore del 41 per cento rispetto agli altri volontari che non usavano l’acido acetilsalicilico. Inoltre, il tasso di mortalità tra chi prendeva aspirina ogni giorno e soffriva di malattie epatiche croniche è risultato inferiore del 46 per cento. Gli studiosi non hanno osservato invece benefici in termini di ridotta presenza di tumori tra i volontari che utilizzavano altri farmaci antinfiammatori non steroidei. Analisi precedenti avevano già suggerito che dosi quotidiane di cardio-aspirina possono ridurre il rischio a lungo termine di morire per cancro, in particolare di carcinoma colonrettale, ma i test sono sempre stati condotti su chi già assume l’«aspirinetta» per la prevenzione da disturbi cardiovascolari.

SERVE CAUTELA - «L’aspirina è un potente antinfiammatorio e come tale può essere considerato un buon agente nella chemioprevenzione di quelle patologie che si associano a uno stato infiammatorio cronico – spiega Filippo De Braud, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica alla Fondazione Irccs Istituto Nazionale Tumori di Milano -. Infatti, uno dei meccanismi di formazione del cancro potrebbe essere lo stimolo proliferativo dovuto all’infiammazione su cui poi può inserirsi l’azione di un cancerogeno o un qualche errore del Dna che agevoli la trasformazione neoplastica delle cellule». Per ora gli esempi di farmaco-prevenzione più studiati riguardano gli antinfiammatori (aspirina e inibitori COX2) nei tumori del colon e tamoxifene in quelli della mammella, «ma non c’è ancora un’indicazione a utilizzarli che si possa definire standard - precisa l’esperto -. Anche perché questi farmaci devono essere assunti con regolarità a dosi non scevre da effetti collaterali (come emorragie, gastriti, trombosi) che alla fine "pesano" nel conto dei pro e contro quando si prescrive una cura, visto che si tratta di somministrarli a persone sane, anche se a rischio di sviluppare il cancro».