Nessun rischio di tumore per chi sceglie la fecondazione in vitro

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 18/03/2013

LO STUDIO
La tecnica non aumenta le probabilità di cancro al seno o all'endometrio. Ancora dubbi su quello alle ovaie


MILANO - Le donne che, nel tentativo di diventare mamme ricorrono la fecondazione in vitro non vanno incontro al rischio di ammalarsi di tumore al seno o all’endometrio a causa della consistente somministrazione di ormoni a cui si sottopongono per accrescere la propria fertilità. La buona notizia arriva da uno studio condotto da ricercatori americani e israeliani su un ampio numero di donne seguite per molti anni e pubblicato recentemente sulla rivista Fertility and Sterility, che risponde così ai dubbi a cui da tempo i medici dedicavano le loro attenzioni per tutelare la salute delle pazienti.

TUTELARE LA SALUTE DELLE FUTURE MAMME - Il dato è ben noto: un numero sempre maggiore di coppie ricorre a procedure di fertilizzazione in vitro (IVF) per problemi di infertilità. Le statistiche, in Italia, parlano di circa 60mila coppie ogni anno che, nel desiderio di avere un figlio, si avvalgono di questa strategia di procreazione medicalmente assistita. I risultati sperati si raggiungono circa in un caso su tre e, naturalmente, presupposto indispensabile è per i medici quello di tutelare la salute della futura mamma. La somministrazione di ormoni alla donna, parte indispensabile del percorso medico per raggiungere la sperata gravidanza, può infatti causare effetti collaterali (per lo più aumento di peso, vertigini, nausea, vomito, dolori addominali, nel breve periodo). Alcuni sono ben noti e ben controllati, altri - come il rischio di un tumore - erano ancora «sotto stretta osservazione» perché i dati fino ad oggi disponibili sulla possibile associazione tra IVF e sviluppo di alcune neoplasie erano controversi: alcuni studi mostrano un aumento del rischio, altri una riduzione e altri ancora nessuna correlazione.

ALCUNI SOSPETTI RESTANO - «Le procedure di fecondazione in vitro prevedono in molti casi la somministrazione di potenti stimolatori dell’ovulazione con conseguente esposizione delle donne a livelli elevati di estrogeni e prelievi ripetuti a livello delle ovaie. Era stato quindi ipotizzato che queste procedure potessero determinare un aumentato rischio di sviluppare tumori sensibili alle manipolazioni ormonali o ai traumi meccanici subiti dalle ovaie, quali neoplasie del seno, dell’utero e dell’ovaio» spiega Lucia Del Mastro, responsabile dell’unità Sviluppo Terapie Innovative all’azienda ospedaliero-universitaria San Martino Istituto tumori di Genova, esperta in gravidanza e tumori. L’analisi fatta dai ricercatori americani e israeliani (ad oggi quella numericamente più importante sull’argomento) ha confrontato il rischio di sviluppare queste tre forme di cancro tra 19.795 donne non sottoposte a concepimento assistito e 67.608 donne che avevano invece scelto di cercare un figlio con l’aiuto di tecniche di IVF tra il 1994 e il 2011. I risultati dimostrano che le pazienti trattate per la procreazione assistita non presentano un rischio maggiore rispetto alle altre di sviluppare un tumore del seno o dell’endometrio. Mentre è stato osservato un lieve possibile legame con l’aumento del rischio di cancro ovarico, ma i dati non sono sufficienti a stabilire un chiaro rapporto causa ed effetto e il pericolo sembra riguardare soprattutto chi si è sottoposta a un numero maggiore (quattro o più) di cicli di stimolazione ovarica.

PIÙ CONTROLLI - «Questi risultati sono rassicuranti per tutte le donne che scelgono la fecondazione in vitro - commenta Del Mastro -. Tuttavia, dal momento che il tempo di osservazione dello studio è breve (8 anni) rispetto al tempo nel quale si potrebbero sviluppare i tumori, gli autori raccomandano un monitoraggio adeguato soprattutto delle ovaie. Inoltre, il dato riportato dallo studio che indica un possibile aumento del rischio di neoplasia ovarica con l’aumentare del numero di stimolazioni ovariche effettuate, sottolinea ancora una volta l’importanza di una rivalutazione dell’adeguatezza della Legge 40 che, impedendo la congelazione degli embrioni, riduce in parte l’efficienza delle tecniche di IVF con conseguente necessità di sottoporre le donne italiane ad un numero di stimolazioni ovariche maggiore rispetto alle donne che effettuano queste procedure in paesi nei quali il congelamento degli embrioni è consentito».