Ovaio nel freezer, così dopo chemio e radio si protegge la fertilità

   http://blog.ilgiornale.it, Gioia Locati

Chemioterapia e trapianto di midollo. Questa volta non entriamo nel merito della loro utilità. Ci soffermiamo sugli effetti collaterali più evidenti, quando a passarci in mezzo è una donna in età fertile, o peggio, una bambina. Chemioterapici pesanti, radioterapia total body e immunosoppressione portano a sterilità, menopausa precoce e possono impedire alle bambine di svilupparsi.

Esiste, per le donne adulte, la tecnica di congelamento degli ovuli, “che però permette di avere un solo figlio, non restituisce l’età della pre-menopausa, ossia il periodo della piena femminilità” ci spiega Raffaella Fabbri, biologa e ricercatrice dell’unità di Ginecologia e Fisiopatologia della riproduzione umana, ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna.

Fabbri è responsabile del programma di crioconservazione del tessuto ovarico (tecnica da lei brevettata nel Duemila).

“Prima di iniziare le terapie si preleva il tessuto, con laparoscopia, in anestesia totale. Lo si congela in azoto liquido a -196 gradi per tutto il tempo delle cure. In genere, dai cinque ai sette anni. Poi, quando l’oncologo o l’ematologo valutano che c’è stata la remissione del cancro e che la ripresa del ciclo ormonale non rappresenta un rischio per la paziente, si reinnesta il tessuto ovarico congelato. Sempre con un intervento di laparoscopia”.

Fabbri spiega che il vantaggio, rispetto al congelamento degli ovuli, è che l’attività ovarica riprende a tutti gli effetti, e la donna – che magari aveva 30 anni al momento della diagnosi del tumore – non è costretta a fare i conti con una menopausa anticipata e con i disturbi che porta con sè la mancanza di ormoni in giovani età.

Finora, nel mondo, è stata congelata la fertilità di centinaia di donne e bambine, 350 di queste al Sant’Orsola. E sono nati 25 bambini. Il primo, nel 2004.

In Italia il congelamento di tessuto ovarico si esegue a Bologna e a Torino, grazie al sistema sanitario nazionale. Tuttavia, per permettere nuove borse di studio, Raffaella Fabbri, ha fondato la “Astro onlus”. Trovate informazioni su cryotissue.com

L’ innovativa tecnica verrà illustrata al XXXI° congresso Andos (associazione nazionale donne operate al seno ) che si svolgerà a Fidenza nei giorni 9-10-11 maggio, “Sessualità e fertilità: un nuovo equilibrio dopo l’intervento al seno”.

Al congresso si parlerà anche di ricostruzione mammaria non protesica, intervento studiato per le donne che non possono tollerare le protesi. Spesso la radioterapia ( che brucia irreparabilmente i tessuti irradiati, ossia è responsabile di danni permanenti ) causa il rigetto delle protesi. Altre volte sono le infezioni a costringere le pazienti a rinunciarvi.

“Così eseguiamo la ricostruzione della mammella con muscoli e pelle dell’addome della paziente – spiega Marzio Montanari, senologo e chirurgo, primario della casa di cura Città di Parma – il termine appropriato è ‘lembo di muscolo cutaneo’, non è un trapianto, ma uno spostamento di tessuti da una parte all’altra del corpo, tessuti che manteniamo vitali grazie a una rete di peduncoli e arterie che facciamo scorrere sotto la cute”.

Muscoli e grasso sono prelevati dall’addome, dove resta un cicatrice bassa, simile a quella dell’addominoplastica o del parto cesareo. Complicazioni? “Può succedere che ci sia un deficit vascolare, cioè che non si riesca a irrorare bene la nuova mammella con i vasi sanguigni – aggiunge Montanari – in questo caso, l’intervento è da ripetere”.

Quanti seni sono stati ricostruiti in questo modo, senza protesi?
“L’intervento si pratica da una ventina d’anni con il sistema sanitario, in Italia è stato fatto su duecento donne. È più complicato che inserire le protesi di silicone, per questo non è richiesto da tutte le pazienti. L’importante però è che le donne che non possono tollerare le protesi sappiano che possono avere di nuovo un seno naturale”.

Vedi l'articolo originale