Con il «risk-sharing» farmaco pagato solo se ha funzionato

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 10/06/2013

NUOVI METODI PER ARGINARE I COSTI IN BASE ALL’EFFICACIA
Quando si parla di sprechi si pensa ai farmaci: un miglior uso delle risorse si può fare in chirurgia, radioterapia, diagnostica


MILANO - Le cifre sono da capogiro. Ogni anno in Italia si spendono oltre 8 miliardi di euro per coprire i costi legati ai tumori fra prestazioni ospedaliere, farmaci e "mancata produttività" di malati e familiari. Si tratta di circa 25.800 euro per ciascun paziente, una somma totale pari allo 0,6% del Prodotto Interno Lordo. Nel 2012 le nuove diagnosi di tumore nel nostro Paese sono state 364 mila e tutte le statistiche dicono che il numero di casi è destinato ad aumentare. Grazie ai progressi fatti nei campo della prevenzione e della ricerca, poi, sempre più pazienti possono guarire o essere curati per molti anni, rendendo il cancro, di fatto, a una malattia cronica. Gli importi a carico del Servizio sanitario risultano quindi inevitabilmente in crescita, mentre la spending review impone tagli. Il timore più grande di medici e malati è quello che non vengano più garantite a tutti le migliori terapie possibili. La parola d'ordine condivisa da tutti per risolvere il problema è appropriatezza, ovvero capacità di eliminare gli sprechi utilizzando al meglio le risorse disponili in base alla loro efficacia.

SPRECHI - «Quando si parla di sprechi si pensa subito ai farmaci, ma un miglior uso delle risorse si può fare anche in chirurgia, radioterapia e nella diagnostica - sottolinea Roberto Labianca, presidente del Collegio Italiano dei Primari Medici Oncologi Ospedalieri (Cipomo) -. Bisogna promuovere l'uso dei nuovi farmaci ad alto costo solo quando è davvero indicato il loro impiego, ridurre gli esami diagnostici a quelli necessari e limitarci a prescrivere le cure che sappiamo essere utili ed efficaci, evitando i casi in cui sappiamo che le probabilità d'insuccesso sono elevate e sarebbe più indicata una terapia palliativa». Quindi, come si valuta l'efficacia delle cure in oncologia? «Gli oncologi e l'Agenzia italiana del farmaco collaborano da anni per razionalizzare l'uso dei farmaci ad alto costo - spiega Stefano Cascinu, presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) -. Dal 2005 abbiamo creato sistemi che sono stati presi come modello in altri Paesi europei: cost sharing, risk sharing e payment by result. Si tratta di tre diverse modalità di condividere la spesa dei farmaci oncologici tra Servizio sanitario e aziende farmaceutiche. Tutti e tre i metodi prevedono una sorta di "sconto", o il pagamento della terapia innovativa solo nei pazienti che effettivamente ne traggono beneficio». In pratica, lo Stato paga il nuovo farmaco in base al successo della cura, valutato per ciascun malato con determinati criteri scientifici.

COSTI ALTI - Ciò che più fa temere per l'equilibrio del sistema e per la possibilità di assicurare in tutti i casi necessari le cure innovative è il fatto che i nuovi farmaci biologici sono costosissimi: le case farmaceutiche devono coprire i soldi spesi in ricerca e sperimentazione prima che scada il brevetto, oltre a ricavare il proprio guadagno. Un primo modo per valutare come usare al meglio questi farmaci sono i test genetici per stabilire contro quale tipo di tumore (e dunque per quali pazienti, da cui il termine "terapia personalizzata") la cura ha maggiori probabilità di avere successo. Test sono già disponibili per molti nuovi medicinali, perché generalmente il test viene messo a punto contestualmente allo sviluppo del farmaco stesso. Inoltre, stanno per scadere i brevetti dei primi farmaci biotecnologi, per cui l'arrivo, nei prossimi anni, dei biosimilari (la loro versione "non di marca") può aprire nuove prospettive di risparmio per il Servizio sanitario, senza trascurare gli interrogativi sulla loro efficacia e sicurezza. Quanto alla chirurgia, diverse iniziative delle varie società scientifiche in collaborazione con il Ministero della Salute si muovono nella stessa direzione: si stanno decidendo i criteri e il numero minimo d'interventi per ogni singola neoplasia al di sotto dei quali non si dovrebbe operare.

RETI ONCOLOGICHE - Ci sono sempre più evidenze che i risultati terapeutici sono in funzione dell'esperienza del centro e che una misura, anche se non l'unico elemento, di questa esperienza possa essere rappresentata dal volume di attività (ovvero, il numero di casi visti e trattati). Ciò è tanto più vero quanto più rara è la patologia in questione. Si potrebbero quindi eliminare le strutture inadeguate ed evitare tagli in quelle che funzionano meglio. «Inoltre, molti studi fatti negli ultimi anni hanno indicato altri punti critici per l'oncologia - conclude Cascinu -: non è efficace, né per pazienti né per il Servizio sanitario, il sistema attuale, troppo incentrato sui ricoveri e carente nelle cure domiciliari. Vanno realizzate davvero, e con urgenza, le "reti oncologiche regionali" previste dal Piano Oncologico Nazionale 2011-2013. Queste reti potrebbero indirizzare i malati nei centri più qualificati per le cure ospedaliere, per poi distribuire meglio e garantire sul territorio cure palliative, riabilitazione, hospice per malati terminali e, in generale, una maggiore assistenza a casa anche con il sostegno dei medici di famiglia».