Onde di tutti i tipi per bruciare i tumori senza usare il bisturi

   Sportello Cancro, Elena Meli, 06/06/2013

RADIOLOGIA INTERVENTISTICA
Vibrazioni elettromagnetiche, radiofrequenza, microonde e anche «super-freddo» sono le nuove armi contro il cancro


Operare un tumore «cuocendolo» con il calore delle onde elettromagnetiche. Senza cicatrici, con costi e ricoveri molto ridotti. È possibile grazie all’oncologia interventistica, un settore giovanissimo della medicina (gli albori della disciplina risalgono ad appena una trentina d'anni fa, nella pratica clinica è arrivata di fatto da poco più di dieci anni) su cui l'Italia ha scommesso fin dall'inizio, quando nel resto del mondo pochi ci credevano. Non a caso, proprio nel nostro Paese, a Cernobbio, si è appena concluso il più importante evento mondiale sul tema, l'Interventional Oncology Sans Frontiéres Congress: obiettivo, fare il punto sulle tecniche in uso e i risultati ottenuti a oggi, ma anche stilare linee guida condivise e capire quali saranno le prospettive del prossimo futuro, visto che, stando agli esperti, si tratta di un’area della medicina con notevoli potenzialità, oltre che di un settore in cui negli ultimi anni si è investito molto (GUARDA).
Tutto è iniziato quando, negli anni '80, i medici pensarono di provare a eliminare il cancro portando un «killer» fin dentro il tumore, senza toccare i tessuti sani intorno. Per i primi tentativi fu scelto l'alcool assoluto, che uccide i tessuti distruggendo l’endotelio che riveste i vasi sanguigni e provocando trombosi dei piccoli vasi: veniva iniettato nelle masse tumorali con semplici aghi, ma non era sempre un valido «sicario», come racconta Luigi Solbiati, organizzatore del congresso di Cernobbio e Direttore della Radiologia Interventistica Oncologica dell’Azienda Ospedaliera di Busto Arsizio: «Sui piccoli epatocarcinomi (tumori nel fegato, ndr) funziona perché il tumore ha una capsula che trattiene l'alcool al suo interno ed è anche ricco di vasi sanguigni; però su tutti gli altri tumori, che non hanno queste caratteristiche, l'alcoolizzazione non è efficace. Così, negli anni '90 si pensò di provare con il calore della radiofrequenza, già usato per eliminare cellule cardiache da cui originano alcune aritmie o per trattare piccoli focolai di epilessia nel cervello».

Il concetto è semplice: una sonda-elettrodo si inserisce nel tumore ed emette una radiofrequenza che, a contatto con il tessuto tumorale, produce un calore molto elevato, fino a cuocere, letteralmente, le cellule circostanti, uccidendole. Poco più lontano l'effetto è pari a zero, per cui i tessuti sani vengono risparmiati. «All'inizio riuscivamo a trattare lesioni minime, ma in pochi anni siamo passati dall’eliminare noduli del diametro di un centimetro a trattare lesioni di 4-5 centimetri — racconta Solbiati —. Negli ultimi 10 anni l'esperienza è aumentata tantissimo in tutto il mondo. Nel caso dell'epatocarcinoma i pazienti trattati sono già decine di migliaia e la termoablazione con radiofrequenza è ufficialmente inserita fra le terapie da praticare nelle linee guida di molte società scientifiche».

L'oncologia interventistica, grazie anche a metodi più potenti della radiofrequenza, come le microonde e la crioablazione, viene ormai ampiamente utilizzata per il trattamento mini-invasivo di metastasi epatiche (se sono localizzate solo al fegato, in numero limitato, di diametro non superiore a 3-4 cm e in caso di scarsa o assente risposta alla chemioterapia), per tumori del rene entro i tre centimetri e, nel polmone, per tumori primitivi e metastasi di piccole dimensioni. Esistono poi numerosi campi in cui l'impiego è promettente e sempre più frequente. «Per decidere se l'oncologia interventistica può essere utile nel singolo caso bisogna considerare però diversi parametri, partendo da caratteristiche e dimensioni del tumore — spiega Solbiati —. Se, infatti, la lesione è inferiore ai due centimetri, la probabilità di successo (ovvero di un'eliminazione completa, definita come la non-ricrescita ad un anno di distanza dal trattamento) è attorno al 95%; la percentuale scende gradualmente all’aumentare della dimensione, e al di sopra dei cinque centimetri i risultati sono scarsi. Anche il numero di noduli da eliminare conta: se nello stesso organo ce ne sono 4-5 piccoli il trattamento può essere eseguito, ma la terapia è sconsigliabile se i bersagli sono più grandi e numerosi. Da considerare c’è inoltre il rapporto della neoplasia con i tessuti circostanti: se il tumore sporge verso zone che potrebbero essere danneggiate dal calore è preferibile evitare l'ablazione. Meglio ricorrere a un altro metodo anche se il paziente ha caratteristiche che lo mettono a rischio, come una cirrosi avanzata che potrebbe peggiorare con il trattamento, o disturbi della coagulazione, perché in caso di emorragia interna potrebbe essere difficile eseguire un intervento riparativo. L'oncologia interventistica può sembrare semplice, ma va usata secondo indicazioni precise: non può essere utilizzata sempre, altrimenti si rischia di non ottenere risultati validi ed esporre il paziente a gravi rischi».

Fondamentale è anche l'esperienza di chi interviene, per ridurre il pericolo di danneggiare tessuti e organi vicini: in Italia i Centri dove viene praticata l'oncologia interventistica sono ormai moltissimi, ma è essenziale rivolgersi a strutture che abbiano una casistica numerosa e in cui siano disponibili tutte le metodiche, per poter scegliere l'opzione terapeutica più adatta a ciascuno. «Questa branca della medicina, essendo ad altissima componente tecnologica, richiede investimenti consistenti per aggiornare gli strumenti: ha senso perciò concentrare gli sforzi solo su alcuni centri di riferimento — interviene Franco Orsi, direttore dell'Unità di Radiologia Interventistica dell'Istituto Europeo di Oncologia di Milano —. Altrettanto importante, far sì che il radiologo interventista non sia un mero esecutore che interviene sul paziente senza averlo visto prima e senza seguirlo dopo: per avere i migliori risultati tutte le fasi della terapia vanno valutate assieme al chirurgo e all'oncologo. Purtroppo spesso arrivano da noi pazienti che non hanno più nè aspettative di cura né altre opzioni di trattamento possibili, a cui serve solo la palliazione del dolore in una fase avanzata di malattia: in realtà, con gli strumenti diagnostici attuali è e sarà sempre più semplice individuare i tumori piccoli, a uno stadio iniziale, in cui potrebbe essere vantaggioso questo approccio».

Tutto ciò sarebbe utile anche in termini di costi, visto che per un'ablazione con radiofrequenza occorrono 1000-1200 euro di materiali e in genere basta un ricovero di una notte. Il bisturi, tuttavia, sottolineano gli esperti, continuerà a essere indispensabile per tanti malati; l'importante è che cominci a diffondersi la consapevolezza che, a volte, si può intervenire anche in questo modo con efficacia. «In molti casi — osserva Orsi — dovremmo poter tentare prima la strada del l'oncologia interventistica, e solo quando questa non dovesse bastare, passare alla chirurgia, invece dell’inverso».