Azzurra racconta

   Azzurra Rossi

Azzurra racconta

Il passato è storia però è sempre vivo e presente nei miei ricordi. Dicembre 2000: una sensazione allarmante mi ha spinto a rivolgermi urgentemente al medico e da quel momento sono iniziate le indagini. Il tempo non passava mai, ero smarrita, timorosa, confusa, piena di dubbi e angosciata; l'attesa è stata snervante; dentro di me si insinuava sempre di più la paura e la certezza di avere in corpo un mostro che mi stava divorando e distruggendo.
Il responso ha poi confermato i miei dubbi: mi ricordo benissimo che in quel momento tutto si è fermato, mi pareva di vivere sospesa tra il reale e l'irreale per poi essere catapultata e trascinata in un vortice di emozioni; sudavo, mi sentivo il cuore martellare in gola, non riuscivo più a pensare in modo razionale, vivevo in un incubo, in me si era rotto quell'equilibrio che la natura mi aveva conferito. Poi, pian piano, ho cominciato a coltivare dentro di me la consapevolezza di dover far crescere la volontà di lottare contro la malattia. Avendo vicino mio marito, il primo pensiero è stato per mio figlio, dovevo trovare le parole giuste per renderlo partecipe senza però allarmarlo; gli ho parlato cercando di controllare le mie emozioni e non è stato semplice, non gli ho nascosto nulla, ho cercato di infondergli fiducia, quella fiducia che io ancora non avevo, ho dovuto trovare la forza di convincere lui prima di me stessa. Solo l'amore di "mamma" mi ha dato tanta forza. I momenti neri sono stati tanti però l'amore di mio marito, di mio figlio e dei miei familiari, che mi sono stati molto vicini, mi hanno dato la forza per affrontare l'intervento e il successivo iter. Ho affrontato la chemioterapia con forza e determinazione anche se i risvolti fisici e psicologici non sono mancati. Quando trovavo la forza di guardarmi allo specchio mi sentivo mortificata, umiliata: il mio corpo aveva subito violenza, sapevo che era qualcosa di temporaneo però era difficile e penoso da accettare. Ho versato tante lacrime ma ho imparato a non perdere la speranza, la speranza di continuare a vivere, la speranza di invecchiare insieme con mio marito e diventare nonna. Mi sono letteralmente sentita fagocitata dal sistema sanitario: cure, esami e controlli si susseguivano, però il tempo passava ed io ero pienamente consapevole di esistere e di vivere.
Il mio carattere lentamente cambiava: non davo più importanza alle contrarietà quotidiane piccole e grandi.
Ho imparato ad assaporare ogni piccola gioia che la vita riservava. Non volevo perdere nessuna opportunità, mi coccolavo da sola, spesse volte mi concedevo e, mi concedo tutt'ora, qualche frivolezza, mi dedicavo più attenzioni, ho imparato a volermi più bene, a rafforzare la mia autostima e a utilizzare tutte le mie conoscenze per impiegare al meglio le mie energie cercando di migliorare la qualità di vita. Non ho mai nascosto a nessuno la mia malattia, parlarne mi faceva bene, la comunicazione mi permetteva di crescere nel rapporto e mi dava una ricarica di energie, la maggiore difficoltà è stata, però, imparare a comunicare con me
stessa. Ho cercato di lavorare emotivamente su me stessa e ho imparato a credere, a livello di sensazione, nella vita dopo il cancro.
Mi sono sempre confidata con mio marito, in lui ho trovato tanto amore, sincerità e quel sostegno morale, fisico e psicologico necessari per continuare la "guerra", ho condiviso la sofferenza con chi avevo condiviso le gioie. Abbiamo condiviso ogni paura, ogni ansia, abbiamo così rafforzato ancora di più quel meraviglioso legame che ci univa. Ciò nonostante mi sentivo fragile, mi mancava qualcosa al di fuori dell'ambito familiare, mi mancava il confronto, l'amicizia con altre donne operate che avessero passato e superato i miei stessi momenti.
Gradualmente mi sono inserita nell' ANDOS, che per me è stata la mia seconda stampella, prima come donna operata poi come volontaria. Ho condiviso le mie esperienze, ho cercato nuovi equilibri, risorse, aiuto pratico e supporto psicologico. Ho seguito un percorso di formazione che mi ha permesso di rendermi utile senza correre il rischio di commettere errori che avrebbero potuto riflettersi sulle persone assistite e anche su me stessa.
L' ANDOS è diventata il mio alveare dove tante api operose operano sensibilizzando le donne al fine di favorire la diagnosi precoce per aumentare la sopravvivenza e migliorare la qualità di vita facendo acquisire consapevolezza delle opportunità diagnostiche e terapeutiche sia con incontri sia con materiale divulgativo.
Partecipiamo alle conferenze di informazione medica-scientifica, sociali e culturali, cerchiamo di diffondere la cultura della prevenzione, perché il cancro si combatte solo cercandolo. Organizziamo pesche, lotterie, gite sociali e tante altre manifestazioni che ci permettono di ricavare fondi per poter acquistare attrezzature sanitarie nell'ambito del tumore al seno, ci attiviamo impiegando molte energie non facendoci però mancare momenti ricreativi e distensivi. Ritornando al mio vissuto e a quello delle donne operate al seno, ritengo che il processo di recupero sia un territorio sconosciuto; mentre percorriamo la strada troviamo spesso molti ostacoli, importante però è cercare di superare le barriere psicologiche che portano all'isolamento e alla
depressione. Ho sperimentato una medicina che si chiama tempo, ottimismo e amore: l'amore è più forte
e più grande della morte; l'incertezza del futuro c'era anche prima, però ho imparato a trovare mille ragioni per vivere serena , anche con la spada di Damocle in testa.
Concludo con una frase di Therese Laisser che ho letto e che mi ha colpito: “È forte la persona che non cade ma è ancora più forte la persona che cade ed ha la capacità di rialzarsi” ma rialzarsi, soggiungo io, è possibile solo con l'aiuto dei propri cari e grazie alla competenza professionale di chi ci assiste.


Dal libro " Vite dopo la tempesta"