Tumore al seno, la radioterapia in una sola seduta? Funziona

   Sportello Cancro, 28/11/2013


Due studi, italiano e inglese: una dose di radiazioni durante l’operazione è efficace. Molti vantaggi per le pazienti

MILANO – Una singola dose di radiazioni, durante l’intervento chirurgico di asportazione del tumore, può sostituire le molte sedute di radioterapia a cui molte donne curate per il cancro al seno devono sottoporsi nei mesi successivi all’operazione. Con diversi vantaggi pratici (come il non doversi recare decine di volte in ospedale per il trattamento radioterapico) e sul fronte medico, visto che la radioterapia intraoperatoria consente di «centrare meglio i raggi sull’obiettivo», risparmiando effetti collaterali ai tessuti circostanti. La notizia arriva da due importanti studi appena pubblicati sulle riviste Lancet Oncology e Lancet, il primo opera di ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano e il secondo frutto del gruppo inglese che fa capo allo University College London.

TRE MINUTI DI RADIOTERAPIA - Il trial milanese, coordinato da Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Ieo, e Roberto Orecchia, direttore della divisione di radioterapia, ha arruolato 1.305 pazienti (tra i 48 e i 75 anni) con tumore al seno iniziale, candidate all’intervento chirurgico di quadrantectomia. Metà delle donne è stata poi trattata durante l’intervento con il metodo Eliot (Electron IntraOperative Therapy, radioterapia intraoperatoria con elettroni, che utilizza un acceleratore lineare con un braccio mobile in grado di concentrare il fascio di elettroni direttamente sull’area da irradiare per 3 minuti, subito dopo che il chirurgo ha rimosso la parte della ghiandola colpita dalla malattia) e l’altra metà è stata sottoposta alle tradizionali sedute di radioterapia esterna per un periodo di circa due mesi. Seguite in media per 5-8 anni, le pazienti dei due gruppi hanno mostrato un’identica sopravvivenza, intorno al 95 per cento, anche se la percentuale di recidive è risultata lievemente più alta (2,5 per cento rispetto allo 0,4) nel gruppo sottoposto a Eliot. Per questo è fondamentale cercare di capire bene i casi in cui Eliot è più efficace e quelli invece in cui resta più elevato il rischio di ricaduta. «Abbiamo identificato -. Spiegano gli esperti - precise caratteristiche (tumore superiore a 2 cm, recettori negativi, linfonodi ascellari colpiti e un certo grado di aggressività) che indicano un sottogruppo di pazienti a cui associare alla Eliot un breve ciclo (meno di due settimane) di terapia esterna. In questo modo il rischio di recidiva viene ridotto al minimo».

VANTAGGI ECONOMICI - «La conferma dell’efficacia della radioterapia intraoperatoria è un’ottima notizia - spiega Veronesi -. Non dimentichiamo che le donne che vivono lontano da un centro di radioterapia, ancora oggi preferiscono a volte sottoporsi ad una mastectomia, anche se non necessaria, piuttosto che affrontare viaggi e costi giornalieri per diverse settimane, per sottoporsi alle radiazioni esterne. Purtroppo la discriminazione diventa quindi economica: in genere sono le donne che vivono in condizioni meno agiate e distanti dai centri urbani ad avere le maggiori difficoltà a spostarsi per curarsi. La radioterapia intraoperatoria risolve questo problema e per questo penso dovrebbe diventare un trattamento standard per tumori del seno iniziali. Ricevere la miglior cura disponibile è un diritto per tutte le donne». Inoltre, così la tossicità globale dell’intero trattamento per il tumore del seno risulta quindi molto ridotta. «Non è da sottovalutare – sottolinea Orecchia - che la Eliot è una terapia ben tollerata in quanto consente di escludere organi importanti come il polmone ed il cuore, oltre alla pelle. Eppure in Italia solo 41 centri sono attrezzati per effettuare la radioterapia intraoperatoria e sono dislocati principalmente al Nord: Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, insieme al Lazio, hanno 4 centri, mentre Calabria, Campania e Puglia ne hanno uno solo, e la Sardegna nessuno».

I RAGGI X INGLESI - Lo studio inglese, coordinato da Michael Baum e Jayant Vaidya, ha invece analizzato un altro metodo di radioterapia intraoperatoria, il TARGIT, che per emettere radiazioni mirate direttamente sull’area da trattare utilizza un dispositivo miniaturizzato a raggi X per 30 minuti. Un sistema più semplice e meno costoso di Eliot, con tempi operatori più lunghi. La sperimentazione ha coinvolto 3451 pazienti, per metà sottoposte a chirurgia e contemporanea seduta di radioterapia intraoperatoria, e per metà operate e poi trattate con radioterapia a fasci esterni in dosi giornaliere per un periodo variabile fra tre e sei settimane. Anche le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori inglesi sono favorevoli alla radioterapia intraoperatoria. Gli esiti hanno infatti mostrato che TARGIT è da considerarsi valido al pari della radioterapia standard e il tasso di mortalità è risultato inferiore nelle donne curate con il nuovo metodo, soprattutto grazie alle minori complicanze relative agli effetti collaterali delle radiazioni (come malattie cardiovascolari o secondi tumori). «La nostra ricerca sostiene l’uso di TARGIT – ha detto Vaidya -, che permette alle donne di curare il tumore in un’unica volta, chirurgia e radioterapia insieme, con minore tossicità per il seno, il cuore e altri organi vicini. Selezionando con attenzione le pazienti che possono trarre beneficio da questo nuovo sistema, si risparmiano tempo, soldi e vite umane».