Meno chemioterapia, meno interventi

   D-Repubblica, Salute Seno, Tiziana Moriconi, 13/02/2014

La chirurgia per il cancro al seno in fase iniziale potrebbe essere presto meno invasiva, evitando l'asportazione dei linfonodi dell’ascella. Lo dimostra uno studio pionieristico dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano


Più lentamente di quanto vorremmo, è vero, ma la ricerca medica va avanti e le cure cambiano, con l’obiettivo di garantire una qualità di vita sempre migliore. Per le donne che si ammalano di cancro al seno tanti sono stati i progressi negli ultimi anni. E le cose potrebbero ancora migliorare nel prossimo futuro. Una nuova ricerca dell’Istituto nazionale dei tumori (Int) di Milano ha infatti dimostrato che, quando il carcinoma è scoperto agli stadi iniziali (T1N0), gli interventi e le terapie possono essere meno invasivi di quanto non siano oggi. Lo studio, pubblicato su Cancer, afferma infatti che in selezionati casi è possibile evitare sia le operazioni di dissezione dei linfonodi dell’ascella sia la chemioterapia.

Lo standard di cura, finora. Ad oggi, il trattamento del tumore del seno in fase iniziale prevede un intervento chirurgico “di tipo conservativo”, cioè una quadrantectomia (che consiste nell’asportazione dei tessuti malati circoscritti alla neoplasia, senza la totale asportazione del seno, per un approfondimento, vai al dossier “Guida ai diversi tipi di intervento chirurgico”). Alla quadrantectomia segue l’esame del linfonodo sentinella, cioè un linfonodo dell’ascella prossimo al seno e che drena la linfa dell’area del tumore. Se questo linfonodo contiene cellule tumorali, tutti i linfonodi ascellari vengono asportati con un secondo intervento chirurgico.

Come cambierà lo scenario, e per chi. Ora, il nuovo studio dell’Int di Milano ci dice invece che eseguire l’esame del linfonodo sentinella e l’eventuale asportazione di tutti i linfonodi non è più necessario, senza che questo abbia un impatto sulla sopravvivenza. A scanso di equivoci è bene rimarcarlo: la ricerca non riguarda tutti i carcinomi mammari, ma quelli individuati alle prime fasi di sviluppo (di norma sotto i due centimetri) e quando non vi siano linfonodi sospetti (ovvero che alla palpazione e agli esami ecografici non risultino clinicamente coinvolti). La sperimentazione è cominciata dieci anni fa ed è per questo considerata pioneristica, anticipando risultati che altre ricerche attualmente in corso hanno cominciato a raccogliere, come lo Studio Sound dell’Istituto europeo di oncologia.

Lo studio. “Siamo partiti nel 1998 con 517 pazienti tra i 35 e i 65 anni con un tumore ai primi stadi”, racconta Roberto Agresti, dirigente della Struttura complessa chirurgia generale indirizzo oncologico dell’Int, a capo dello studio. “Dopo la quadrantectomia – continua Agresti – circa metà di loro (272, ndr.) è stata sottoposta all’esame del linfonodo sentinella: se vi trovavamo cellule tumorali, procedevamo con la dissezione ascellare e decidevamo la chemioterapia sulla base delle caratteristiche sia del tumore primario sia delle cellule maligne dei linfonodi. Per l’altra metà delle pazienti (245, ndr.), invece, nessuna chirurgia ascellare è stato eseguita, e la decisione sul somministrare o meno la chemioterapia è stata presa solo sulla base delle caratteristiche del tumore primario, in base a parametri che per l’epoca erano innovativi, e che oggi sono ormai usati di routine. A distanza di 10 anni, abbiamo comparato la sopravvivenza delle donne nei due gruppi. Risultato: sono identiche o, come si dice in gergo, sovrapponibili”. Nei 10 anni si sono infatti avuti in tutto 32 decessi per tumore al seno, 17 nel primo gruppo e 15 nel secondo.

Qual è il senso di questo risultato? “Che l’informazione che ci danno i linfonodi ascellari non è più necessaria”, risponde Agresti: “Ormai, in base alle sole caratteristiche istologiche del tumore primario siamo in grado di stabilire il percorso terapeutico più adatto. Questo significa prescrivere la chemioterapia solo alle donne che ne hanno veramente bisogno, evitandola quando l’unica indicazione deriva dall’eventuale presenza di cellule tumorali a livello linfonodale ascellare. E, ovviamente, significa evitare in molti casi un secondo intervento invasivo come la dissezione ascellare”.

“Dieci anni di osservazione su 500 casi trattati e l’integrazione di ricerca clinica e biologica hanno portato a questo risultato che permette, a parità di esito clinico, di modulare gli interventi con migliore qualità di vita dei pazienti, e anche significative ricadute di risparmio economico”, conclude Marco Pierotti, Direttore Scientifico della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.

Vai allo studio: “Axillary lymph node dissection versus no dissection in patients with T1N0 breast cancer: A randomized clinical trial (INT09/98)”.