Cancro al seno, in un anno sono aumentati del 3% i casi nel mondo

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 24/03/2014

Sconcertante divario paesi ricchi e poveri e anche in Italia persistono differenze. Chi è «in pericolo» deve essere tenuto sotto controllo: ecco chi rischia di più

Oltre un milione e 600mila nuove diagnosi ogni anno nel mondo, 460mila in Europa, circa 50mila in Italia, con un aumento del tre per cento annuo del numero di casi. Quello al seno è il tumore femminile più frequente e la prima causa di morte in assoluto fra le donne fra i 40 e i 50 d’età. Secondo i dati presentati durante l’European Breast Cancer conference, appena conclusasi a Glasgow (in Scozia) si stima che una donna su dieci svilupperà un cancro della mammella nel corso della sua vita, ma le sue possibilità di guarigione differiscono drammaticamente in base al luogo in cui vive: «La disparità tra la mortalità nei Paesi ad altro reddito e in quelli in via di sviluppo è sconcertante» ha detto Peter Boyle, Direttore dell’Istituto di Salute Pubblica all’International Prevention Research Institute (iPRI) di Lione. Quanto all’Italia, «i nostri dati di sopravvivenza sono sicuramente fra i più elevati d’Europa, a dimostrazione dell’ottima capacità complessiva del nostro sistema sanitario di affrontare questa malattia - commenta Claudio Andreoli, direttore della scuola italiana di Senologia -. La situazione non è tuttavia omogenea sul territorio nazionale perché esiste ancora purtroppo un divario non solo fra varie aree del Paese, ma anche fra le diverse fasce sociali. Divario che mi auguro possa essere colmato grazie alla realizzazione delle Unità di Senologia, cui il parlamento sta lavorando, e a un’informazione più capillare, chiara, scientifica, mirata verso tutte le tipologie di donne».

La diagnosi nelle donne povere non lascia vie di scampo
Secondo le più recenti stime disponibili, infatti, se in Europa occidentale si diagnosticano 90 nuovi casi all’anno ogni 100mila donne e in Africa orientale i casi sono saliti a 30 nuovi casi annui ogni 100mila donne, la mortalità nelle due aree è praticamente identica: circa 15 pazienti ogni 100mila. Ben una paziente su due muore in Africa e «soltanto» una su sei in Europa. Il problema principale, in base ai dati raccolti nel World Breast Cancer Report 2012, è che le donne nei paesi a basso reddito, in particolare in Africa, tendono a rivolgersi al medico solo quando la malattia è ormai in fase avanzata e si è diffusa con metastasi ad altre parti del corpo, quando non è più possibile guarire e ben poco resta da fare per rallentarne l’evoluzione. «Abbiamo scoperto - ha spiegato Boyle - che nei paesi ad alto reddito, come il Regno Unito e l’Australia, sono poche le donne alle quali viene diagnosticato un tumore in stadio avanzato e metastatico mentre in paesi come Kenya e Uganda quasi tutte le pazienti ricevono una diagnosi allo stadio III o IV. E dato che la differenza nella sopravvivenza quando si passa da una fase I ad una fase II è di circa 12 punti percentuali e da una fase III di uno stadio IV di circa 30 punti percentuali è chiaro che la nostra prima priorità dovrà essere quella di fare tutto il possibile per incoraggiare le donne nei paesi a basso reddito a rivolgersi al proprio medico prima che il cancro al seno avanzi al punto da non essere più curabile».

Donne, ecco chi rischia di più
I progressi fatti per rendere questo tumore sempre più curabile, hanno ricordato gli esperti riuniti in Scozia, sono stati moltissimi: dalla diagnosi precoce (grazie allo screening con mammografia e agli esami con ecografia e risonanza magnetica) alle numerose terapie oggi a disposizione, dai nuovi farmaci alle tecniche radioterapiche, passando per interventi chirurgici sempre meno invasivi. «Ora sappiamo anche che esistono molti tipi diversi di cancro al seno – ha aggiunto Boyle – e che servono trattamenti diversi a seconda della patologia che dobbiamo curare. E, soprattutto, sappiamo che moltissime morti si possono prevenire semplicemente seguendo regole di prevenzione o diagnosi precoce, ma mentre molto viene fatto nei Paesi ricchi, ci sono enormi lacune da colmare in quelli in via di sviluppo, sia sul fronte delle risorse che della consapevolezza e conoscenza della malattia da parte delle donne». Molto, infatti, si è imparato sui fattori di rischio che predispongono ad ammalarsi, così che le donne considerate «in pericolo» possono essere monitorate con maggiore attenzione: ovvero quelle che hanno parenti di primo grado (mamma, nonna, zia, sorella) con un carcinoma mammario, quelle con determinate mutazioni genetiche (Brca1 Brca2) o con un’esposizione prolungata agli ormoni, (per esempio, ciclo mestruale lungo o uso della terapia ormonale sostitutiva dopo la menopausa). Infine, molti studi hanno chiarito che lo stile di vita, gioca un ruolo cruciale e che non poco, nelle probabilità d’ammalarsi, dipende da fattori negativi quali sovrappeso, obesità, inattività fisica, una dieta ricca di grassi e un elevato consumo di alcolici.

Italia, scoprire il tumore prima che dia segnali
In chiave preventiva, resta molto da fare anche in Italia, se solo si pensa che dei 3 milioni di donne invitate a fare una mammografia gratuita all’interno dei programmi di screening, soltanto il 57 per cento ha colto l’occasione. «Oggi disponiamo di tecnologie diagnostiche in grado di evidenziare il tumore prima ancora che si manifesti con sintomi rilevabili dalla donna o dal medico - sottolinea Andreoli, che è anche responsabile della Breast Unit e della Formazione del Cancer Center di Humanitas a Varese e Milano -. L’obiettivo dovrebbe essere quindi quello di arrivare a una diagnosi prima che la malattia dia dei segni espliciti, attraverso i controlli periodici. Mentre si lotta per ottenere questo obiettivo, i segnali da tenere in considerazione per correre subito ai ripari sono soprattutto la presenza di: noduli, alterazioni o infossamenti della cute, retrazioni del capezzolo, secrezioni contenenti sangue o linfonodi ingrossati in sede ascellare». Sul fronte delle terapie, infine, «quasi tutti i principali filoni di ricerca sono oggi indirizzati alla comprensione delle caratteristiche biologiche e dei meccanismi che stanno alla base della capacità del tumore di diffondersi nell’organismo e dare luogo a metastasi - conclude Andreoli -. Conoscenze indispensabili per poter mettere a punto nuovi farmaci in grado di contrastare la malattia in maniera ancora più efficace rispetto a quanto siamo in grado di fare oggi. Molte sono le strade promettenti, ma la ricerca richiede tempo, organizzazione e investimenti adeguati, anche in momenti di difficoltà come quelli che la nostra società sta attraversando».