Ecco come si può tagliare i costi (in crescita) delle cure anticancro

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 17/03/2014

SANITÀ
Serve un cambio della routine ospedaliera su tre fronti: terapie fine vita, diagnostica e nuovi farmaci. Per evitare che a pagare siano i malati


Il costo delle terapie anticancro continua a salire nonostante l’ampio dibattito su come sia possibile ridurlo. La comunità oncologica seguita a cercare soluzioni e ad appellarsi al grande senso di responsabilità degli «addetti ai lavori», soprattutto quando si tratta di prescrivere test e trattamenti che hanno prezzi elevati. «Non possiamo continuare a somministrare ai nostri pazienti cure che comportano spese esorbitanti e che hanno benefici molto limitati» dicono gli autori di uno studio pubblicato sull’ultimo numero di Lancet Oncology, indicando alcuni possibili modi per tagliare i costi senza danneggiare i malati.

«BISOGNA CAMBIARE IN FRETTA» - Secondo gli esperti del prestigioso Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora (Stati Uniti) l’indispensabile restringimento della spesa, facendo salva la qualità delle terapie offerte a chi si trova a fare i conti con un tumore, passa attraverso un cambio strategico della routine ospedaliera su tre fronti: le cure di fine vita, la diagnostica e i nuovi farmaci. Thomas Smith, specialista di cure palliative e professore di Oncologia al Johns Hopkins, e il co-autore dello studio Ronan Kelly partono da un dato di fatto valido a livello mondiale: il numero dei casi di cancro è destinato a crescere, prima di tutto per via dell’invecchiamento generale della popolazione, e con esso salirà inevitabilmente la relativa spesa, con un aumento previsto del 40 per cento entro il solo 2020. «Gli oncologi da tempo discutono la questione e cercano soluzioni, ma bisogna accelerare il processo concretamente nelle corsie ospedaliere, e farlo con una certa urgenza» scrive Kelly.

CURE DI FINE VITA E HOSPICE - Il primo punto da cui partire, secondo gli esperti statunitensi, sono i trattamenti di fine vita, che vanno decisi e programmati meglio con l’obiettivo principale di ridurre l’ospedalizzazione dei pazienti durante i loro ultimi mesi. Numeri alla mano, infatti, ben un quarto dei fondi impiegati alla cura di ciascun malato viene sborsato nell’ultimo anno di vita e il 40 per cento di questi è erogato durante l’ultimo mese. «Oltre a tagliare i costi, in questo modo si migliora anche la qualità di vita dei pazienti - dice Smith -, perché risulta chiaramente da molti sondaggi che la stragrande maggioranza di loro preferisce trascorrere gli ultimi tempi a casa propria e, se possibile, anche morirvi». L’alternativa alle abitazioni private non devono comunque essere le corse d’ospedale, ma gli hospice, dove si curano meglio i sintomi degli stadi finali della malattia, si aiutano a vivere meglio sia i pazienti che i loro familiari e i costi sono contenuti (soprattutto se paragonati a cicli di dispendiosi farmaci innovativi). Secondo le statistiche più recenti, però, solo la metà dei malati di cancro usa un hospice durante gli ultimi 30 giorni della propria esistenza.

SERVE UN DIALOGO MIGLIORE - «Sicuramente, come sottolineano i colleghi americani, un punto cruciale è quello della discussione delle cure negli stadi più avanzati della malattia - commenta Fortunato Ciardiello, professore ordinario di Oncologia Medica della Seconda Università di Napoli e presidente eletto della Società europea di oncologia medica (Esmo) -: oncologi, malati e familiari devono chiarirsi al meglio sull’uso della chemioterapia e di altri trattamenti in fase terminale. Devono essere valutati bene pro e contro, valutando quali sono i reali benefici per il malato. E il passaggio dall’ospedale all’hospice o alle cure palliative domiciliari deve essere coordinato al meglio, perché troppo spesso accade che la dimissione equivalga a un “abbandono” in cui è difficile trovare i riferimenti giusti». Gli altri passaggi in cui molto si può risparmiare sono i costosissimi nuovi farmaci e i vari test diagnostici a cui vengono sottoposti tutti i malati: la parola chiave dev’essere appropriatezza, ovvero «bisogna che esami e trattamenti siano decisi in base alla loro reale utilità ed efficacia per il singolo paziente - conclude Ciardiello -. Come Esmo, a livello europeo, abbiamo lavorato moltissimo sulle linee guida condivise fra i vari Paesi, cercando di dare le indicazioni più precise possibili per curare in modo omogeneo in tutta Europa lo stesso tipo di tumore a un determinato stadio. E su questo fronte in Italia molto è stato già fatto. Quello che resta invece indispensabile creare sono le reti oncologiche regionali: servono centri di riferimento per la cura del cancro in ogni regione, e poi strutture satelliti sul territorio. Solo così gli esami più sofisticati (come i test genetici) , le diagnosi e le terapie più complesse, gli interventi chirurgici più complicati (tutte cose con costi elevati) possono venire offerti al meglio, da medici specializzati e competenti, che hanno esperienza su grandi numeri per prendere decisioni delicate. E che lavorino in equipe multidisciplinari, per cui il singolo caso viene studiato da più esperti e seguito con tutte le competenze necessarie nei poli di riferimento e inviato successivamente sul territorio, più vicino a casa».