Radioterapia ascellare: quando sì e quando no

   D-Repubblica, Simone Valesini e Tiziana Moriconi, 21/03/2014

Anche le donne con pochi linfonodi con micrometastasi potrebbero avere un vantaggio da questo trattamento. I primi dati dall'European Breast Cancer Conference, il più importante appuntamento europeo sul tumore al seno, in corso a Glasgow


L’incidenza del tumore al seno nel mondo continua ad aumentare del 3,1% ogni anno, e sono stati 1,6 milioni i nuovi casi solo nel 2013. Sono questi i dati con cui si è aperta la nona European Breast Cancer Conference, il più importante appuntamento europeo sul tumore al seno, che quest’anno si svolge a Glasgow dal 19 al 21 marzo. Una delle prime notizie arriva da uno studio presentato subito dopo l’apertura dall’Early Breast Cancer Trialists’ Collaborative Group: per le donne con tumore in stadio iniziale e con 1-3 linfonodi positivi (cioè che presentano metastasi), sottoporre alla radioterapia la zona linfonodale (radioterapia loco-regionale) può diminuire del 20% la mortalità e del 30% il rischio di recidive. Anche quando le pazienti sono trattate con mastectomia, asportazione chirurgica dei linfonodi e chemioterapia. I risultati della ricerca sono stati pubblicati in contemporanea su Lancet.

Pro e contro dello studio. Come hanno spiegato al congresso gli esperti dell’Early Breast Cancer Trialists’ Collaborative Group, ad oggi si sa che la radioterapia è efficace nelle pazienti in cui, al momento dell’operazione chirurgica, il tumore ha già raggiunto almeno quattro linfonodi dell’ascella. Infatti, in questi casi, la radioterapia loco-regionale è prevista nelle linee guida per il trattamento del cancro al seno. Resta però da chiarire se il trattamento sia utile anche per le pazienti con un numero inferiore di linfonodi con micrometastasi. Solo di recente alcuni studi hanno iniziato a cercare una risposta, e questo è uno dei primi a indicare una direzione. In particolare, i ricercatori hanno analizzato i risultati di 14 studi clinici svolti tra il 1964 e il 1982: si tratta quindi di ricerche “datate”, svolte in un periodo in cui non erano disponibili i moderni farmaci e in cui gli approcci chirurgici erano più invasivi. Il vantaggio di questa analisi, però, è che gli studi presi in considerazione vantano un lungo periodo di controllo (follow up), che arriva a una media di 11 anni.

I ricercatori hanno valutato l’efficacia della radioterapia in seguito alla mastectomia su un totale 3.786 pazienti, che sono state divise in tre gruppi: quelle in cui il tumore non aveva raggiunto i linfonodi, quelle con un massimo di tre linfonodi positivi, e quelle con quattro o più linfonodi interessati dalla malattia.

I risultati. Nelle donne in cui il tumore non aveva raggiunto i linfonodi, la radioterapia loco-regionale non ha dimostrato di apportare alcun tipo di beneficio. Diversa però la situazione per gli altri due gruppi di pazienti. “Nelle 1.314 donne che avevano da uno a tre linfonodi positivi la radioterapia ha ridotto il tasso di recidive di circa un terzo (32%, ndr.) e la mortalità di un quinto (20%, ndr.)”, ha spiegato Paul McGale, esperto di statistica dell’EBCTCG che ha presentato i risultati dello studio. “Per queste donne la radioterapia ha portato, in 10 anni, a circa 12 recidive in meno ogni 100 casi, e 8 morti in meno ogni 100 in 20 anni”. Per le pazienti del terzo gruppo, i risultati hanno invece confermato l’efficacia prevista – il 20% in meno di recidive e una diminuzione del 13% della mortalità – motivo per cui in questi casi la radioterapia resta uno standard terapeutico. Lo studio ha mostrato inoltre che la radioterapia mantiene la sua efficacia indipendentemente dal fatto che le pazienti si siano sottoposte ad altri trattamenti, come l’asportazione dei linfonodi, la chemioterapia e l’ormonoterapia.

Le ricadute sulle procedure cliniche. “Si tratta di una prima indicazione: va nella stessa direzione di altri messaggi che ci stanno arrivando da ricerche più recenti, ma che sono ancora in fase di completamento”, spiega Maria Cristina Leonardi, vicedirettore della Divisione di Radioterapia dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano. “Questa indicazione ci dice che le donne con un tumore di aggressività intermedia – con, per l’appunto, solo 1-3 linfonodi con metastasi – potrebbero avere un vantaggio nel sottoporre alla radioterapia l’area ascellare. Ancora, però, questa indicazione non è abbastanza forte da diventare lo standard”. Quindi? “Siamo in un momento di transizione, in cui abbiamo capito che il tumore al seno non è una sola malattia, ma tante malattie diverse. Resta la regola che bisogna valutare caso per caso, prendendo in esame i vari fattori di rischio e cercando di capire se queste pazienti possono trarre un beneficio significativo da questo trattamento. Che, per quanto molto meno pesante rispetto a qualche anno fa, comporta sempre degli effetti collaterali”.