Disoccupate dopo il tumore

   D-Reubblica, Salute Seno, Tiziana Moriconi, 23/05/2014

Nuovi studi mostrano quanto sia difficile, nella realtà, continuare a lavorare durante la malattia o riprendere dopo le cure. La causa? Diritti non rispettati e burocrazia insensata. Parla il giuslavorista Gabriele Fava


Lavoro e cancro. Due parole che è sempre difficile coniugare, anche nei casi in cui la malattia ha alte possibilità di guarigione, come spesso accade per le donne con un tumore al seno ai primi stadi. È difficile continuare a lavorare durante le cure, ma lo è anche riprendere quando la malattia è ormai solo un ricordo. La paura di perdere il posto, inoltre, può anche spingere a non seguire le terapie. I motivi? Le leggi che tutelano i diritti dei lavoratori sono spesso sconosciute o inapplicate, e le prassi burocratiche sono difficili da seguire mentre si affronta la malattia.

Lavoro addio. Molte indagini, sia in Europa sia negli Stati Uniti, stanno facendo emergere il problema. L’ultima, svolta dall’Università del Michigan e pubblicata su Cancer, riaccende i riflettori sulla difficoltà di reinserimento lavorativo e porta dati a dir poco scoraggianti. Circa 750 donne lavoratrici (sotto i 65 anni), a cui era stato diagnosticato un tumore in stadio iniziale tra il 2005 e il 2007, sono state contattate dopo il periodo di controllo: a distanza di 4 anni, ben il 30% di loro (236) risultava disoccupato. Quota che in realtà sale al 38% se si considera il gruppo di donne trattate con la chemioterapia, e che scende al 27% per chi ha subito solo l’intervento chirurgico: un dato che, secondo la ricercatrice Reshma Jagsi, sottolinea quanto i trattamenti possano incidere sulla qualità di vita. Dallo studio emerge anche un altro dato importante: almeno la metà delle donne disoccupate ha dichiarato che avrebbe voluto continuare a lavorare, e il 31% sta cercando attivamente un’occupazione.

In Italia. La situazione non è certo più rosea in Italia: lo scorso 12 maggio, in occasione della IX Giornata del malato oncologico, l’Università di Milano ha diffuso i risultati di un suo sondaggio. I dati (non specifici per il tumore al seno) mostrano che il 30,7% dei lavoratori colpiti dal tumore è costretto a dimettersi o a cessare la propria attività. Non solo: sembra che siano pochi i lavoratori dipendenti che conoscono o riescono a sfruttare i propri diritti. Appena il 7,8% chiede il part-time, meno del 12% utilizza i permessi retribuiti, solo il 7,5% i giorni di assenza previsti per le terapie salvavita.

L’opinione del giuslavorista. “In Italia sono circa 150 mila le donne che convivono con il tumore al seno, e quella del lavoro è una delle problematiche più sentite”, dice Gabriele Fava, avvocato esperto di Diritto del lavoro. “Il diritto al lavoro e alla tutela della salute – continua Fava – trovano il primo riconoscimento nella Carta costituzionale, ma nella realtà le norme di principio rimangono spesso inattuate, e le lavoratrici hanno di fatto una limitata tutela legislativa: la disciplina vigente offre solo alcune tutele, la cui attuazione rappresenta molte volte un’ulteriore fatica da parte di chi è già gravato dalla malattia”.

Le leggi, in teoria. “Scendendo più nello specifico, è soprattutto la legge 104/92 a sancire le tutele per le donne affette da carcinoma mammario, come: la riduzione dell’orario di lavoro (2 ore) o, a scelta, un permesso di 3 giorni al mese; il diritto di scegliere, laddove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e il divieto per il datore di lavoro di trasferimento in altra sede senza consenso; il diritto a trasformare il proprio contratto di lavoro da tempo pieno a parziale, almeno fino a quando le condizioni di salute non consentono una normale ripresa dell’attività lavorativa; il diritto a svolgere mansioni compatibili con il proprio stato di salute”.

In pratica. “Non tutti questi diritti, però, sono automaticamente applicabili a tutte le aziende. Il rispetto delle tutele si scontra infatti con le diverse previsioni dei contratti collettivi e con le necessità aziendali. Un esempio concreto? La richiesta di mutamento delle mansioni: a meno di una specifica previsione contrattuale, non costituisce un diritto del lavoratore con ridotta capacità lavorativa a causa della malattia. È quindi sempre importante consultare il contratto collettivo applicato dal proprio datore di lavoro”.

E poi c’è la burocrazia, che non di rado ostacola la possibilità di far valere i propri diritti. Basti pensare alla confusione sui permessi retribuiti (previsti dall’art. 33 della legge 104/1992). “Sono state emesse molte circolari da parte dei diversi enti previdenziali – INPS, INPDAP, ecc – ma le indicazioni fornite non sempre sono omogenee. Con la conseguenza che, di fatto, diventa complicato avvalersi di questi permessi”, spiega Fava. Non solo: ottenerli richiede una procedura non proprio semplice. “Per gli assicurati INPS, per esempio, è necessario presentare una domanda (scaricabile dal sito, ndr.) insieme a una serie di documenti che provino la disabilità e che spesso richiedono ulteriori relazioni mediche, accertamenti e visite oltre a quella dell’oncologo”.