Protoni e ioni carbonio possono distruggere i tumori più difficili

   Sportello Cancro, 20/05/2014

A FRONTIERA DELLA PARTICELLE SUBATOMICHE
Una «potenza» liberata solamente a destinazione raggiunta. I bersagli per ora sono soprattutto cervello, testa, collo, fegato, pancreas, retto

Circa 100mila persone malate di cancro sono state curare finora, in tutto il mondo, con i protoni. Altre 12mila, soprattutto in Giappone e Germania, con ioni carbonio. È la frontiera più avanzata della radioterapia che, invece di usare i raggi X per distruggere le cellule cancerose, sfrutta particelle subatomiche, quelle che compongono gli atomi (le unità di base della materia). Queste particelle vengono prodotte e accelerate, grazie a speciali apparecchiature (sincrotroni), fino a raggiungere il 70% della velocità della luce e, una volta veicolate sul tumore, lo distruggono. Gli Stati Uniti hanno cominciato a trattare i pazienti con i protoni negli anni Cinquanta e hanno dato il via alla ricerca in questo campo, ma hanno poi perso il passo: non hanno fatto progressi nello studio di altri ioni e oggi contano 14 centri per il trattamento con protoni, ma nessuno con gli ioni carbonio. Stanno, però, tentando di recuperare terreno tanto che il National Cancer Institute (Nci) ha deciso di finanziare nuove ricerche e di promuovere studi clinici internazionali. Nel frattempo i Paesi che hanno più lavorato in questo settore e stanno continuando le sperimentazioni sono soprattutto Germania e Giappone, ma anche Italia e Cina sono in buona posizione, secondo un report pubblicato dalla rivista scientifica Nature.
La radioterapia è da sempre uno dei capisaldi della cura dei tumori, ma con alcuni limiti: certe aree del tumore possono risultare resistenti e i raggi X possono danneggiare i tessuti sani circostanti. Questi danni collaterali sono stati ridotti grazie ai progressi nella radiologia oncologica come, per esempio, la possibilità di indirizzare i raggi sul tumore da differenti angolazioni e di variarne l’intensità. Tutto questo, però, non è sufficiente. Ecco allora l’idea di sfruttare particelle subatomiche accelerate che vengono indirizzate sul tumore e liberano la loro energia quando sono arrivate a destinazione, alterando il Dna delle cellule cancerose. Gli ioni carbonio vengono utilizzati soprattutto in due centri: in Germania all’Heidelberg Ion-beam Therapy Center (Hit) e in Giappone al National Institute of Radiological Sciences (Nirs) a Chiba. A Heidelberg i medici hanno ottenuto buoni risultati nella cura dei tumori del cervello, della base del cranio e della testa e del collo. E hanno cominciato a trattare anche neoplasie del fegato e del pancreas, recidive di tumori rettali e della prostata e tumori ossei nei bambini. Normalmente per questi ultimi vengono usati i protoni, ma sta cominciando una sperimentazione clinica che ha l’obiettivo di valutare l’efficacia degli ioni carbonio proprio nei tumori pediatrici. Non solo. I tedeschi usano un approccio chiamato raster scanning (scanner a reticolo) che permette di indirizzare diversi tipi di ioni accelerati e con diversa intensità in modo da colpire tutta l’area tumorale con estrema precisione.
Oltre ai protoni e agli ioni carbonio, infatti, i ricercatori stanno cercando di sfruttare altre specie di ioni, come quelli dell’ossigeno e dell’elio. Questo perché quanto più uno ione è pesante, tanto più mantiene la sua traiettoria quando attraversa i tessuti e ha più probabilità di raggiungere tumori solidi profondi come quello della prostata, per esempio. Anche in Giappone stanno ampliando la gamma delle neoplasie da trattare con ioni carbonio e stanno sperimentando questa tecnica in quello del retto. Quando una persona con un tumore del retto viene operata, può andare incontro a una recidiva della malattia in circa il 15 % dei casi nel giro di 3-4 anni. A questo punto si può intervenire ancora con la chirurgia, ma solo nel 10-40%dei casi. Quando, invece, questi tumori sono trattati con ioni carbonio, solo il 10% dei malati va incontro a recidiva rispetto al 30-70% di quelli che si sottopongono alla radioterapia convenzionale con i raggi X. Un’altra sperimentazione, sempre giapponese, sta valutando la combinazione di chemioterapia e ioni carbonio nel trattamento del tumore al pancreas inoperabile e una radioterapia pre-operatoria, sempre con ioni carbonio, in caso di tumori pancreatici da inviare poi al chirurgo. Un primo studio clinico internazionale (di cosiddetta fase 3, che vuole cioè coinvolgere un grande numero di pazienti) partirà fra poco, sotto l’egida del Nci americano, e durerà dai 3 ai 5 anni. L’idea è , appunto, quella di comparare l’efficacia della radioterapia con raggi X, di quella con protoni e di quella con ioni carbonio nel trattamento di tumori del pancreas, del fegato, della testa e collo, dell’osso, dei tessuti molli e nelle recidive di cancro rettale.