Tumori: combattere lo stress di pazienti, familiari e medici si può

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 12/05/2014

PSICONCOLOGIA
Circa un terzo dei malati di tumore ha un disagio emotivo. E spesso soffrono anche «caregiver» e addetti ai lavori. Un libro spiega l’utilità dello psicologo in ospedale


In Italia c’è ancora molto da fare per il sostegno psicologico ai malati di tumore, alle loro famiglie e anche ai medici che operano nel settore oncologico, che hanno quotidianamente a che fare con la sofferenza dei pazienti. Le molte necessità e gli ambiti in cui è più urgente intervenire (in campo oncologico, ma non solo) sono emersi chiaramente durante l’incontro, tenutosi all’Istituto Nazionale Tumori (Int) di Milano, di presentazione del volume «La psicologia clinica in ospedale. Consulenza e modelli di intervento» di Carlo Alfredo Clerici, medico specialista in psicologia clinica e psicoterapeuta presso l’Int, e Laura Veneroni, psicologa clinica e psicoterapeuta presso l’Oncologia pediatrica della stessa struttura.

Stress, ansia, depressione
Sentirsi diagnosticare un tumore, è facile da comprendere, è sempre uno choc. E l’impatto della malattia sul benessere psicologico dei pazienti e dei loro familiari continua a essere rilevante nei mesi, talvolta negli anni, a seguire. Lo hanno dimostrato in questi anni diversi studi condotti a livello internazionale: circa un terzo delle persone affette da cancro (fra il 30 e il 35 per cento) mostra sintomi di stress e sofferenza psicologica (ansia e depressione in primis). Se si valuta che, secondo le stime più recenti, sono circa 366mila i nuovi casi di cancro diagnosticati nel 2013 in Italia e circa due milioni e 250mila connazionali vivano con una pregressa diagnosi di tumore, risulta evidente quanto ampia è la necessità di dare un supporto a queste persone. Senza tralasciare chi li assiste, i caregiver, che a loro volta spesso pagano «un prezzo» elevato dal punto di vista psicologico e fisico per il peso che comporta gestire la quotidianità (tra lavoro, faccende domestiche, ordinaria amministrazione familiare da un lato e ospedale, visite, esami dall’altro), a cui si sommano l’angoscia e il carico emotivo.

Misurare il disagio emozionale
«Non tutti i malati o i familiari hanno necessariamente bisogno di un supporto psicologico - dice Claudia Borreani, direttore della Struttura di Psicologia Clinica all’Int -, ma è fondamentale che se c’è una sofferenza sia colta precocemente e che si intervenga subito. Il disagio emozionale andrebbe monitorato di routine, come il dolore o altri parametri importanti per curare la malattia. Una volta rilevato il problema, molto può essere fatto per risolverlo o alleviarlo e restituire alle persone una buona qualità di vita». Si possono fare sedute singole, di coppia, di gruppo: gli interventi psicologici possono svolgersi secondo svariate modalità e, se necessario, si può arrivare alla prescrizione di farmaci. Oggi, secondo l’esperienza raccolta in Istituto, «è quasi sconfitto il tabù per cui malati e familiari non volevano essere seguiti da uno psicologo. Anzi - continua Borreani -, le richieste di sostegno sono sempre più numerose, tanto che si fa fatica a soddisfarle». D’altro canto numerose ricerche hanno ormai dimostrato l’efficacia di interventi educazionali e di supporto psicologico che, se condotti da psiconcologi esperti, hanno un impatto positivo sul benessere del paziente, dei caregivers e sul decremento di burnout (il forte stress che consuma e affatica chi fa determinati lavori) nel personale curante.

Un volume per addestrare i medici
«In Italia però i servizi di psicologia clinica e di psichiatria di consultazione stabilmente strutturati all’interno degli ospedali sono limitati - sottolinea Carlo Clerici, che è anche ricercatore confermato nel Dipartimento di Fisiopatologia Medico-Chirurgica e dei Trapianti dell’Università degli Studi di Milano -. Oltre alle dichiarazioni di intenti, è necessario sviluppare prospettive e metodologie per una reale integrazione di medici, psichiatri, psicologi e assistenti sociali». Ecco perché il volume (edito da Il Mulino e i cui proventi dei diritti d’autore saranno devoluti all’Associazione Bianca Garavaglia che da decenni sostiene presso la Pediatria dell’Int le attività di supporto psicologico ai pazienti e alle loro famiglie) tenta di rispondere a interrogativi cruciali quali: com’è possibile aiutare psicologicamente i pazienti con malattie fisiche durante le cure ospedaliere? Un lavoro del genere funziona davvero? E, ancora, è sostenibile nel servizio sanitario pubblico? Il volume offre un’occasione di approfondimento e aggiornamento per tutti i professionisti della salute (psicologi e psicoterapeuti, medici e operatori sanitari attenti alla dimensione psicologica dei pazienti), ma è soprattutto uno strumento di formazione universitaria, perché «il lavoro di consulenza in ospedale manca di percorsi formativi adatti - conclude Laura Veneroni -. In parte anche per via della scarsità delle esperienze italiane che possano servire da modello e del fatto che non è possibile applicare direttamente teorie provenienti da contesti stranieri, con una realtà sanitaria pubblica e una cultura molto diverse dalla nostra».