Un test del sangue per prevedere il ritorno del tumore

   D-Repubblica, Simone Valesini, 07/05/2014

Ecco come funzionano e quanto potranno essere efficaci questi esami. E, soprattutto, a che punto siamo con il loro sviluppo


Predire la ricomparsa del cancro al seno con un test del sangue è una sfida a cui stanno lavorando diversi team di ricerca in tutto il mondo. Tra questi, i ricercatori del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center di Baltimora, che hanno appena annunciato gli ultimi incoraggianti progressi: il loro test sarebbe in grado di predire un’imminente recidiva con un’affidabilità del 95%, e potrebbe anche aiutare a prevedere in che modo le pazienti risponderanno alla terapia. I risultati della ricerca, pubblicati sulla rivista Cancer Research, sono ancora preliminari, ma è già in cantiere uno studio clinico che valuterà l’efficacia del test su oltre 600 pazienti. Ecco come funzionano e quanto potranno essere efficaci questi esami.

Le possibilità vagliate dalla ricerca. Sebbene estremamente promettenti, questi test sono ancora in fase di studio, e serviranno anni prima di vederli arrivare nella pratica clinica, chiarisce subito Paolo di Fiore, ricercatore dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) e professore di Patologia Generale dell’Università di Milano. Oggi sono tre le strade principali percorse dalla ricerca. La prima, e forse quella da cui si attendono i risultati più importanti, è quella delle cellule tumorali circolanti. “Si tratta di cellule del tumore che si staccano dalla neoplasia e possono essere individuate nel sangue delle pazienti”, spiega Di Fiore. “Il problema è che oggi sappiamo che solo un piccolo gruppo di queste cellule, chiamate staminali tumorali, danno effettivamente luogo alle metastasi, ma non siamo ancora in grado di riconoscerle. La ricerca quindi punta a identificare dei marcatori che distinguano le staminali tumorali nel sangue delle pazienti, per individuare precocemente chi è a rischio di recidive”. Una seconda strada è quella del microRna, cioè piccole molecole che regolano l’espressione dei geni, che vengono secreti dalle cellule e possono quindi essere individuati nel flusso sanguigno. “La quantità e la qualità di questi microRna nell’organismo possono indicare la presenza di un tumore”, continua Di Fiore. “È una strada promettente. Allo Ieo, ad esempio, abbiamo sviluppato un test di questo tipo per il tumore del polmone, che potrebbe essere autorizzato già nei prossimi anni. Per il tumore al seno però questo genere di ricerche è ancora molto indietro”. L’ultima possibilità, infine, è quella adottata dai ricercatori del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center: ovvero l’analisi di un tipo di modificazione dell’espressione dei geni che prende il nome di “metilazione del Dna”.

Lo studio. Il test sviluppato a Baltimora si chiama cMethDNA assay, e si basa sull’analisi di alcuni geni identificati dagli stessi ricercatori; questi geni possono essere individuati nel sangue delle pazienti e risultano alterati (in gergo, metilati) in presenza di metastasi del tumore al seno. I ricercatori hanno effettuato due diversi esperimenti per valutare l’accuratezza diagnostica di questi marcatori. Nel primo hanno analizzato 24 campioni di sangue provenienti da pazienti con un tumore al seno in fase metastatica e 28 di donne sane, riuscendo a riconoscere i tumori metastatici con una precisione del 95%. In un secondo esperimento, i ricercatori hanno deciso invece di valutare la capacità del test di predire la risposta del tumore alle terapia, utilizzando campioni di sangue provenienti da 29 pazienti, prelevati sia nel periodo precedente che in seguito all’inizio della chemioterapia. Il cMethDNA assay ha dimostrato in questo caso di poter identificare le pazienti che avrebbero risposto con successo alla chemioterapia già a due settimane dall’inizio dei trattamenti.

Una ricerca interessante, ma per ora solo sul piano scientifico. “L’applicazione che suggeriscono nello studio è suggestiva. I marcatori che vediamo aumentare in presenza di un tumore dovrebbero crollare se una terapia funziona, e quindi possono essere utilizzati per monitorare l’efficacia dei trattamenti”, spiega Di Fiore. “Il problema però è che anche individuati i pazienti che non rispondono ai farmaci, al momento mancano ancora terapie risolutive per i tumori metastatici. Lo studio è molto interessante da un punto di vista scientifico, anche se le applicazioni cliniche mi sembrano ancora lontane”, prosegue Di Fiore. “Il problema è che il tumore al seno ha una progressione abbastanza lenta. E se questo da un lato è un bene per le pazienti, dall’altro per comprendere se una tecnica del genere è realmente efficace servono studi clinici con un follow-up di anche 10-15 anni”.

Novel Methylated Biomarkers and a Robust Assay to Detect Circulating Tumor DNA in Metastatic Breast Cancer