Cancro, come reagisce la famiglia?

   D-Repubblica, Tiziana Moriconi, 11/07/2014

Esistono tanti tipi di famiglie, e le relazione disfunzionali possono determinare lo sviluppo di problemi emotivi e comportamentali nei bambini, soprattutto quando sopraggiunge una malattia. Impariamo a riconoscere i campanelli d'allarme


Una diagnosi di tumore colpisce non solo la persona malata, ma tutta la sua famiglia. E in alcuni casi può persino innescare lo sviluppo di disturbi emotivi e comportamentali nei bambini e negli adolescenti il cui genitore si è ammalato. Ma come suggerisce uno studio tedesco pubblicato su Cancer – e come forse è facile intuire – l’evento in sé non è che una miccia di un meccanismo molto complesso: ad essere a rischio, infatti, è soprattutto chi vive una situazione familiare già problematica. O, come, spiegano gli psicologici, disfunzionale.

La ricerca, condotta dallo University Medical Center Hamburg-Eppendorf e dallo University Medical Center Münster, è stata svolta su 235 famiglie (per un totale di 324 ragazzi tra gli 11 e i 21 anni) che hanno compilato un questionario psicologico. In tutti i casi, uno dei due genitori aveva ricevuto una diagnosi di tumore. In media, la presenza di disturbi emozionali e comportamentali è risultata più alta che non in assenza di malattia, ma il fattore predittivo più importante dei disturbi è risultato essere il grado di disfunzione della famiglia.

Che cosa significa esattamente? “Per capirlo – risponde Primo Gelati, psicologo e psicoterapeuta, docente alla Scuola italiana di medicina palliativa – possiamo servirci di uno schema che, sebbene semplicistico e un po’ superato, in questo caso ci è molto utile. In base a questo schema possiamo distingue le famiglie in tre stili relazionali: invischiato, disimpegnato, flessibile. I primi sono disfunzionali, mentre l’ultimo, che è il più equilibrato, si colloca tra i due estremi, in una posizione più funzionale (per chi volesse approfondire in modo più esaustivo ed aggiornato i modelli di funzionamento familiare, suggerisco il bel libro “Storie Permesse, Storie Proibite” di Valeria Ugazio)”.

Lo stile invischiato
In questo tipo di famiglie, i confini interpersonali sono molto labili e vissuti come assolutamente permeabili: c’è, cioè, una scarsa differenziazione tra i vari membri, un po’ come se fossero tutti la stessa cosa. Ogni cambiamento, compresa la crescita e l’evoluzione del minore, viene vissuto come una minaccia per la stabilità della relazione. L’arrivo di una malattia come il cancro, che evoca l’associazione con la morte e la perdita, irrigidisce ulteriormente lo schema relazionale disfunzionale, portando a una maggiore con-fusione. In questo modo il sistema cerca di proteggersi dalla terribile minaccia. Ma è, naturalmente, una difesa patologica; infatti per i minori di quella famiglia, il rischio è di non emanciparsi, di restare bloccati in un certo momento della crescita, prigionieri di uno schema relazionale soffocante.

Lo stile disimpegnato
Qui siamo all’opposto: in queste famiglie vi è una grande distanza emotiva, i confini tra i membri sono totalmente impermeabili. È come se le emozioni, le azioni ed i pensieri dell’uno non influissero affatto su quelli degli altri. Non vi è riscontro di alcun piacere nello stare insieme, nel comunicare. Una diagnosi di tumore in questi casi porta a un distacco ancora più netto, per la necessità degli individui di proteggersi dalle emozioni più dolorose che rischiano di invadere il già povero “campo” emotivo. L’adolescente, per esempio, tenderà allora ad una emancipazione ancor più precoce, a un percorso di crescita in cui il fare a meno della famiglia diventa imperativo. Anche questa è una difesa patologica, che impedirà all’adolescente di sviluppare strategie mature di affrontare e gestire la sofferenza.

Lo stile flessibile
Anche in questo tipo di famiglia a volte i comportamenti tendono verso l’uno o verso l’altro dei due stili (invischiato e disimpegnato), ma si tratta per lo più di “coloriture”: il più delle volte le famiglie flessibili sono in grado di mantenere un equilibrio costruttivo, di continuare il loro percorso progettuale e di fronteggiare anche una malattia così grave come a volte può essere il cancro. Non che la famiglia flessibile sia esente da problemi, ma nella maggior parte dei casi riesce a mobilitare una serie di risorse, interne ed esterne alla famiglia stessa, per affrontare le difficoltà.

 

L’anello più debole
“La malattia – continua Gelati – fa parte del ciclo vitale di ogni famiglia, e bisogna tener presente che i rischi più grandi sono sempre per i bambini più piccoli, perché sono i membri più fragili e vulnerabili del sistema. Consideriamo che l’effetto più immediato del cancro è quello di allentare l’impegno che i genitori dedicano ai figli: è normale, bisogna fronteggiare un rischio gravissimo, e tutte le energie della famiglia vanno in quella direzione. Ci sono poi i ricoveri, spesso ripetuti, le terapie e i conseguenti postumi che mettono il paziente-genitore fuori combattimento; il clima emotivo della famiglia risente di oscillazioni tra speranza e disperazione. A fare le spese di questa situazione drammatica e pericolosa sono i bambini, e il prezzo che pagano può essere molto alto. In questa fase poter contare su una rete di supporto parentale e/o amicale è molto importante, per il bambino e per tutta la famiglia”.

 

I campanelli d’allarme
Esistono segnali che, quando un genitore si ammala, possono essere colti e che sono spia di un disagio, di un qualcosa che nel bambino o nell’adolescente ha cominciato a non funzionare. Per esempio un calo del rendimento scolastico, come, paradossalmente, anche un grande miglioramento. Questo, in particolare, può significare che il bambino tenta di annullarsi, di non essere più fonte di preoccupazione per i genitori. Se apparentemente questa potrebbe sembrare una buona cosa, in realtà quando avviene in modo repentino, in un quadro di minaccia per la famiglia, ci rivela che il bambino ha intrapreso un precoce percorso di “adultizzazione”.

Un altro segnale preoccupante è l’adolescente che comincia a uscire molto più spesso di casa o che, al contrario, smette di farlo. “Sono reazioni normali nell’immediato, che possono protrarsi per qualche settimana ma, dopo questo periodo iniziale, la famiglia deve far rientrare la malattia nel proprio percorso evolutivo. Che non significa fare finta che la malattia non ci sia, ma integrarla nella propria storia, dotandosi di nuovi strumenti per affrontarla, proteggendo l’evoluzione dei minori”, chiarisce lo psiconcologo.

Il suggerimento più efficace è quello di rivolgersi a un servizio di psicologia che può valutare se vi sia realmente il bisogno di un percorso terapeutico o se siano sufficienti dei consigli psicoeducativi. “L’importante è uscire dallo schema mentale secondo cui chiedere aiuto specialistico è inutile. Al contrario, a volte può essere indispensabile. Come sottolinea lo studio su Cancer, sarebbe utile che gli oncologi stessi, attraverso la formazione, imparassero a cogliere anche pochi elementi per capire quando sono in presenza di una famiglia disfunzionale, per poter chiedere fin da subito il supporto di uno psiconcologo, ormai presente in molti poli oncologici italiani”.

Primo Gelati è membro dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Riferimento: Children of cancer patients: Prevalence and predictors of emotional and behavioral problems