La terapia antidiabete protegge dal tumore al seno?

   Sportello Cancro, Vera Martinella, 21/07/2014

SPERIMENTAZIONE
L’ipotesi è al vaglio di uno studio italiano su 16mila donne sane che mira a verificare se la metformina, farmaco antidiabete, serve per giocare d’anticipo contro il cancro



Verificare se un «vecchio» farmaco anti-diabete possa prevenire il tumore al seno. È questo lo scopo di uno studio, già avviato nel 2008, con l’intento di testare su sedicimila donne sane le potenzialità della metformina, un comune medicinale antidiabete, come strumento efficace di prevenzione del carcinoma mammario. «Per ora abbiamo osservato che la metformina ha un effetto anti-tumore specifico, oltre a quello indiretto legato alla riduzione dei fattori di crescita associate alla alterazione del metabolismo del glucosio - spiega Paola Muti della McMaster University (Canada), illustrando una ricerca tutta italiana, di cui si è parlato nei giorni scorsi a Roma durante l’«International Workshop on metabolism, diet and chronic disease» -. In altre parole: l’insulino-resistenza, la propensione allo sviluppo del diabete di tipo due e il diabete di tipo due in sé stesso sono importanti fattori di rischio per il tumore al seno. La metformina agisce riducendo il rischio di svilupparlo migliorando il metabolismo del glucosio e lo stato di insulino-resistenza, ma anche attivando una serie di fattori di regolazione dell’espressione genica che hanno una funzione direttamente anti-tumorale».

La metformina come l’aspirinetta?
Che un impiego differente di alcuni farmaci possa rivelarsi utile nell’ottica della prevenzione di alcune neoplasie è già stato dimostrato anche da ampi studi condotti sull’uso regolare di aspirina (anche nota come «aspirinetta», ovvero la piccola dose quotidiana impiegata comunemente da tante persone per la prevenzione da disturbi cardiovascolari), che diminuirebbe le probabilità di ammalarsi di varie forme di cancro, soprattutto al colon, e nei pazienti che sono già stati colpiti dalla neoplasia abbasserebbe comunque il tasso di mortalità, riducendo anche il rischio di sviluppare metastasi. Ora la ricerca sulla metformina (studio «Tevere», nato da una collaborazione tra l’Istituto Regina Elena di Roma, dove Muti è stata direttore scientifico, l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Ospedale di Taormina, finanziato dal Ministero della Salute) punta a valutare l’efficacia della molecola usata contro il diabete nel riparare i difetti metabolici che possono causare il cancro, per verificare in sostanza se l’assunzione regolare della metformina riduca effettivamente le probabilità di ammalarsi di carcinoma mammario. Lo studio coinvolge sedicimila donne sane e in menopausa da almeno 12 mesi, tra i 45 e i 74 anni, che sono state divise in due gruppi: ottomila assumono metformina e altrettante un placebo (una o due compresse al giorno) e verranno seguite per cinque anni.

Duemila persone sovrappeso cercasi
Lo stesso Istituto nazionale tumori milanese avvia l’arruolamento di duemila persone sovrappeso per un nuovo studio su dieta mediterranea e metformina, L’obiettivo è prevenire malattie croniche degenerative legate all’età, dalle patologie cardiovascolari ai tumori. Il progetto si chiama MeMeMe («sindrome Metabolica, dieta Mediterranea e Metformina») e includerà donne con girovita superiore a 85 centimetri e uomini con girovita superiore ai 100, di almeno 55 anni. Dunque persone in sovrappeso che desiderano migliorare il loro stato di salute. «Per il progetto MeMeMe saranno arruolate persone che hanno almeno tre parametri positivi sui cinque che caratterizzano la sindrome metabolica - dice il direttore scientifico dell’Int, Marco Pierotti -. Riceveranno questo farmaco che è una specie di “imitazione” della restrizione calorica che ormai è dimostrato essere efficace, ma che è molto difficile da conseguire. La durata prevista è di circa cinque anni. Ci aspettiamo un impatto sui geni che regolano il metabolismo e che vengano attivati i geni propri della restrizione calorica con beneficio anche per lo stile di vita e la qualità di vita». La strategia che lo studio testerà prevede anche l’associazione con una moderata attività fisica.