Cancro: comincia l’era del dialogo

   HealthDesk, 25/10/2014

NUOVO CORSO
Oncologi e medici di famiglia hanno finalmente capito che l’unico modo per curare al meglio i loro pazienti è parlarsi. E si avviano i primi progetti di collaborazione

Oggi in Italia ci sono centinaia di migliaia di persone “potenzialmente guarite” dal cancro. Persone che a distanza di anni dalla diagnosi, grazie alle cure che hanno ricevuto, sono riuscite a superare la malattia, ma hanno comunque bisogno di essere tenute sotto controllo. Chi deve seguirle e gestirle? È da questo interrogativo, in buona sostanza, che ha preso spunto il primo sondaggio mai realizzato, almeno in Europa, tra mille pazienti, oncologi e medici di famiglia sulla gestione del follow-up del malato di tumore in Italia. A promuoverlo: l'Aiom (l'Associazione dei medici oncologi), la Simg (la Società di medicina generale) e l'Associazione malati di cancro (Aimac) che ne hanno presentato i risultati a Roma venerdì 24 ottobre, giornata inaugurale del XVI Congresso nazionale Aiom.
Sui 350 pazienti intervistati, il 36% aveva ricevuto la diagnosi da oltre cinque anni (il 17% da più di dieci) e poco meno di due terzi non erano più sottoposti a terapie antitumorali. Nonostante ciò, per quasi il 60% la figura di riferimento nella fase di follow-up rimane lo specialista oncologo e per meno di uno su dieci era il medico di famiglia. Anche per i piccoli disturbi, il punto di riferimento principale rimane l'oncologo (per il 43%), anche se tra coloro che invece si sono rivolti al medico di famiglia più dei due terzi hanno trovato utile il suo parere e quasi altrettanti hanno dichiarato di averne fiducia. Più di un quinto dei pazienti, però, preferisce rivolgersi allo specialista per dubbi o preoccupazioni sulla malattia e lo fa, in egual misura (47%) perché ritiene che lo specialista sia più preparato, ma anche perché il medico di famiglia si è mostrato poco disponibile. Poco collaborativo, il medico di famiglia, anche nell'informare il paziente sulle visite di controllo successive al trattamento antitumorale: quasi tre su quattro (72%) non hanno fornito informazioni in proposito. Comprensibile, poi, che la gran parte dei pazienti (74%) ritenga che la collaborazione tra medico di famiglia e oncologo nel follow-up possa essere utile, anche se la maggioranza (54%) ritiene che allo stato attuale questa collaborazione sia insufficiente. Un'opinione, questa, condivisa con gli oncologi, che per il 57% la pensano allo stesso modo.
«Nel nostro Paese – ricorda Stefano Cascinu, presidente Aiom - quasi un milione di persone si sottopone a controlli di follow-up. Dobbiamo dare loro la possibilità di essere seguiti per le visite di routine anche vicino casa, senza recarsi per forza nei centri oncologici. Ecco perché è necessario creare un modello di condivisione del follow-up con i medici di famiglia». Un’alleanza «che ottimizzi l’assistenza e diminuisca i tassi di ospedalizzazione durante la sorveglianza clinica» aggiunge Carmine Pinto, presidente eletto Aiom. «Questo significa – precisa Pinto - garantire alle persone una migliore qualità di vita. Ovviamente, in caso di necessità o di urgenza, il centro specialistico rimane sempre presente. Ma dobbiamo iniziare a deospedalizzare il più possibile la patologia oncologica».
I sondaggi sono parte del primo progetto nazionale che riunisce Aiom, Simg e associazioni di pazienti, reso possibile da un educational grant di Novartis, per rilanciare ai massimi vertici istituzionali il messaggio della condivisione del follow-up. Sono stati realizzati anche opuscoli informativi e un sito internet, che diventerà una piattaforma di confronto tra specialisti. Nella prospettiva che i cosiddetti lungosopravviventi continuino ad aumentare, grazie soprattutto alle nuove terapie. «La richiesta dei malati è chiara: adottare un modello di cure integrate caratterizzato da una costante interazione tra i professionisti, in tutte la fasi della storia clinica della persona» spiega Elisabetta Iannelli, segretario Aimac. Le competenze necessarie, infatti, sono articolate e non possono essere concentrate su una figura unica».
«La nostra attività è fondamentale – sostiene Andrea Salvetti, presidente della Simg di Grosseto - già “a monte”, nell’identificazione dei fattori di rischio. Deve esserlo sempre più anche in fase di malattia conclamata, soprattutto nella gestione degli effetti collaterali più leggeri delle terapie e nei piccoli disturbi quotidiani. Grazie a una collaborazione adeguata tra oncologi e medici del territorio – conclude - riusciremo a ottimizzare le risorse e ridurre i costi. Priorità assolute, vista la grave situazione economica».