Dalle «nanocipolle» potrebbe nascere una nuova cura contro i tumori

   Sportello cancro, 01/10/2014

STUDIO ITALIANO
Sono costituite da una serie di sfere incastonate l’una dentro l’altra: si «accendono» solo quando il Ph è acido e potrebbero identificare le cellule cancerose

La miniaturizzazione è una delle tecnologie su cui si giocano i destini del mondo, almeno nella fantasia di Isaac Asimov. In Viaggio allucinante lo scrittore racconta di un sommergibile ridotto a dimensioni microscopiche, che viene immesso dentro al corpo di uno scienziato per salvargli la vita e consentirgli di condurre altri esperimenti di frontiera. Il Proteus, con il suo equipaggio anch’esso miniaturizzato, viaggia nel sistema circolatorio dell’uomo per raggiungere e distruggere l’embolo che sta per ucciderlo. È fantascienza, certo. Ma se al posto del sommergibile immaginate un nanoveicolo e al posto dell’embolo un tumore ai primi stadi di sviluppo avrete un’idea di quello che si cerca di fare in uno dei settori più avveniristici della ricerca. La scommessa è quella di usare delle nanoparticelle, equipaggiandole con sonde diagnostiche, farmaci e un sistema di rilascio mirato per raggiungere le cellule malate, riconoscerle e colpirle.

Le «nanocipolle»
«Questo sarebbe il traguardo ideale. Comunque dei passi avanti concreti li stiamo facendo», dice al Corriere Silvia Giordani dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova. Questa ricercatrice di 41 anni è tornata in Italia da un anno, prima ha lavorato in Irlanda ricevendo il premio L’Oréal-Unesco per le donne nella scienza. La maggior parte dei suoi colleghi ha puntato sul grafene, il materiale costituito da un singolo strato di atomi di carbonio che è protagonista di un progetto europeo da un miliardo di euro. Lei invece lavora con delle particelle poco studiate che si chiamano nanocipolle o fullereni multistrato. Assomigliano a delle matrioske, perché sono costituite da una serie di sfere incastonate l’una dentro l’altra. Il cuore ha la forma di un pallone da calcio, con i vertici occupati da atomi di carbonio, la stessa sostanza su cui si basa la chimica della vita. Con i loro 5 nanometri di diametro le nanocipolle sono sedicimila volte più sottili di un capello. Il primo passo è stato renderle solubili nei mezzi biologici, il secondo dotarle di etichette fluorescenti.

Come una lampadina
Adesso, con due lavori appena pubblicati sulle riviste Nanoscale e Journal of Materials Chemistry, Giordani e colleghi ne hanno seguito la localizzazione in cellule coltivate in vitro e ne hanno modulato la fluorescenza. «In pratica le nanocipolle si accendono solo quando il Ph cellulare è acido. Chissà che un giorno i chirurghi non possano usarle come una lampadina per identificare le cellule cancerose e rimuoverle», azzarda la scienziata. Il settore dei nanomateriali è esploso negli anni ‘90 e ha già vissuto i suoi alti e bassi per quanto riguarda le possibili applicazioni biomediche. «Così tanti articoli scientifici e così pochi farmaci!», ha titolato una rivista di settore nel 2013. L’onda dell’entusiasmo però sta montando. Nel numero di agosto, The Scientist ha fotografato lo stato dell’arte: quasi 50 prodotti biomedici che incorporano nanoparticelle sono già sul mercato e molti altri sono in via di sperimentazione.

Proiettili magici
L’esperienza insegna che per passare dalle idee alla clinica ci vuole tempo e pazienza, ma le nanotecnologie sembrano provviste di un buon potenziale anche in campo oncologico. Con il loro aiuto si spera di anticipare le diagnosi e di concentrare i trattamenti solo sui tessuti malati, diminuendo così gli effetti collaterali. Riuscirci significherebbe realizzare il sogno del padre della chemioterapia e Nobel per la medicina Paul Ehrlich, che immaginava i farmaci del futuro efficaci e precisi come “proiettili magici”. Nel 1959 un altro Nobel, il fisico Richard Feynman, profetizzò la nanorivoluzione ipotizzando la scoperta di nuove proprietà per le strutture manipolate a livello atomico. Il suo celebre discorso tenuto al Caltech si intitolava «C’è un sacco di spazio lì in fondo». Come dire che il piccolo può essere grande.