Donne poco attente a difendersi dai tumori

   Sportello Cancro, 29/09/2014

GLI SPECIALISTI RICORDANO CHE LA DIAGNOSI PRECOCE PUÒ SALVARE LA VITA
Visite e test per la prevenzione trascurati. Sovrappeso, scarso esercizio fisico, una dieta ricca di carboidrati e grassi saturi contribuiscono a far salire il rischio di ammalarsi

 

Prima vengono le vacanze, poi i vestiti e l’estetica, solo al quarto posto ci sono i controlli periodici per la salute che precedono (di pochissimo) divertimenti e medicine in caso di bisogno. Così le donne italiane, intervistate da AstraRicerche per Fondazione Umberto Veronesi, in un campione rappresentativo fra i 18 e i 65 anni, dicono di spendere i loro soldi. E se circa i due terzi delle interrogate dicono d’impegnarsi per raccogliere informazioni e mantenere un buon stato di salute, ben quattro su dieci in realtà non lo fanno abbastanza. Da un lato, infatti, affermano di seguire un’alimentazione sana e bilanciata, non bevono o comunque consumano poco alcol, non fumano, limitano l’uso di farmaci. Dall’altro, però, ammettono di non effettuare regolarmente visite o test per il tumore al seno: per distrazione, perché i costi sono elevati, perché non sanno bene che cosa fare, o per paura degli esiti.
«Le buone intenzioni non bastano, è la diagnosi precoce che salva la vita» sottolinea Paolo Veronesi, direttore della Chirurgia Senologica dell’Istituto Europeo di Oncologia e Presidente della Fondazione, che ad ottobre (mese dedicato alla prevenzione del carcinoma mammario) torna a fare informazione e raccogliere fondi per la ricerca, con il progetto Pink is Good. «Ogni anno in Italia - continua l’esperto - sono circa 46mila i nuovi casi di tumore al seno, l’80% riguarda donne con più di 50 anni, ma cresce l’incidenza nelle 30-40 enni. E dal nostro sondaggio emerge che troppe giovani, soprattutto tra i 18 e 25 anni, sono poco informate e non fanno neppure l’autopalpazione del seno. Il messaggio è uno solo e semplice: se la malattia viene scoperta in fase iniziale la sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è del 98 %».
Studi e statistiche a livello mondiale lo hanno ampiamente dimostrato, ma vista l’ampia schiera di “indisciplinate” e di poco o male informate, bisogna ribadirlo: possiamo davvero influenzare le nostre probabilità di ammalarci di cancro. «Sovrappeso, scarso esercizio fisico , dieta ricca di carboidrati e di grassi saturi contribuiscono a far salire il rischio sensibilmente - dice Lucia Del Mastro, direttore dell’Unità per lo sviluppo di terapie innovative all’Istituto per la Ricerca sul Cancro del San Martino di Genova -. E sottoporsi regolarmente agli esami appropriati può fare la differenza fra vivere e morire, perché prima si scopre il tumore, maggiori sono le chance di curarlo con successo». Sondaggio alla mano, quasi tutte le italiane sanno però che la predisposizione genetica (in particolare la mutazione nei geni Brca1 e Brca2) fa crescere molto il pericolo, così come l’aver avuto in famiglia mamma, nonne, zie o sorelle con un carcinoma mammario o alle ovaie.
«Il programma di prevenzione dev’essere elaborato su misura, tenendo conto dei vari fattori di rischio, ma anche delle caratteristiche anatomiche delle mammelle, molto diverse da donna a donna e nella stessa donna a diverse età» chiarisce Veronesi. «Giovanissime o meno, le donne non devono preoccuparsi, ma occuparsi del proprio seno per rendere la malattia sempre più curabile - aggiunge Del Mastro, che interverrà lunedì 29 settembre a un incontro organizzato a Milano, nella sede del Corriere della Sera, in occasione del Congresso europeo di oncologia (Esmo) -. Solo 20 anni fa le probabilità di guarigione completa erano la metà di quelle attuali. Il merito è di prevenzione e diagnosi precoce, oltre che di cure più efficaci e personalizzate». Oggi, se il nodulo è individuato quando è piccolo, l’intervento chirurgico può essere risolutivo e poco invasivo. In tutti gli altri casi, grazie ai progressi della ricerca, ci sono svariate strategie che possono essere combinate o usate in sequenza a seconda dei casi.
«La tempestività resta importante anche durante le cure» spiega Alberto Farolfi, oncologo dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori di Forlì e coordinatore di uno studio presentato al convegno Esmo in corso a Madrid. Ad esempio, nelle donne con tumori scoperti quando sono ancora piccoli e circoscritti, ma che hanno la tendenza a crescere rapidamente, bisogna aspettare giusto il tempo di recuperare dall’intervento e cominciare la chemioterapia al massimo entro sei settimane. «Rispettando questi tempi si possono ridurre sia il rischio di ricadute sia la mortalità - chiarisce Farolfi -. È la conclusione a cui siamo giunti dopo aver seguito per più di 8 anni e mezzo oltre 700 donne colpite da carcinoma mammario con un elevato indice di proliferazione, scoperto però nella gran parte dei casi in una fase iniziale, con linfonodi negativi o un solo linfonodo positivo. È una situazione molto simile a quanto osserviamo ogni giorno nella pratica clinica, perché grazie agli screening e alla prevenzione è più raro trovare donne con un tumore già esteso oltre la mammella».