Chemioterapici e sistema immunitario, l'alleanza vincente

   HealthDesk, 13/11/2014

La risposta del sistema immunitario contro le cellule del cancro, stimolata da alcuni chemioterapici, è fondamentale per garantire l'efficacia della terapia. Lo dice uno studio dell'Istituto superiore di sanità pubblicato su Nature Medicine

Alcuni farmaci chemioterapici risultano più efficaci se aiutati da una risposta specifica del sistema immunitario, diretta cioè contro le cellule cancerose, da loro stessi potenziata. È quanto ha dimostrato un'equipe del dipartimento di Ematologia, oncologia e medicina molecolare dell'Istituto superiore di sanità (Iss), diretto da Filippo Belardelli, in collaborazione con il prestigioso istituto francese Gustave Roussy.
Nello studio, pubblicato su Nature Medicine, i ricercatori hanno preso in analisi le antracicline, molecole con cui vengono trattate le pazienti affette da tumore alla mammella, e hanno potuto osservare che questi farmaci sono in grado di attivare risposte immuni, sia di tipo innato che mediate dai linfociti T, inducendo nella cellula cancerosa un particolare tipo di morte, denominata apoptosi immunogenica. Questo perché le risposte immunitarie mediate dalle antracicline mimano quelle indotte dai patogeni virali. E sarebbe proprio questa sorta di "imitazione" la chiave di successo della chemioterapia.
«La cellula tumorale morente invia segnali che allertano il sistema immunitario e attivano una sua risposta specifica che contribuisce all'eliminazione della massa tumorale, vigilando al tempo stesso che la malattia non insorga di nuovo», spiega Enrico Proietti dell'Iss. «In questo meccanismo, viene ad assumere un ruolo centrale nell'indurre il fenomeno dell'apoptosi immunogenica l'interferon di tipo I (interferon alfa e interferon beta), ovvero quella famiglia di proteine dotate di azione antivirale e antitumorale che sempre più sembrano essenziali nell'allertare e attivare il sistema immunitario».
L'importanza dell'interferon di tipo I nel favorire la cooperazione del sistema immunitario è confermata dal fatto che nelle pazienti non in grado di attivare completamente i diversi circuiti legati al sistema interferon, l'effetto delle antracicline risultava ridotto. «Conoscendo la suscettibilità individuale della risposta all'interferon sarà possibile prevedere anche la risposta individuale alla terapia con antracicline», ha aggiunto Proietti.
Ma non è tutto. L'interferon può favorire l'apoptosi immunogenica anche quando è associato ad alcuni chemioterapici che di norma non inducono questo tipo di morte nelle cellule. Lo spiega Antonella Sistigu, primo autore del lavoro: «Abbiamo anche visto che associando interferon di tipo I al trattamento, alcuni chemioterapici che normalmente non riescono ad indurre l'apoptosi immunogenica, come il cisplatino, diventano capaci di farlo. Un risultato importante che lascia intravedere la possibilità di incrementare l'efficacia, e dunque il successo, di alcuni chemioterapici tra i più usati nel trattamento dei tumori».